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L’appello dei vescovi della Calabria: «Il mare ci chiede conto»

Quindici corpi senza nome restituiti dal Mediterraneo tra Calabria e Sicilia nel giro di una settimana. Almeno 452 morti nel solo mese di gennaio, il triplo rispetto all’anno precedente. Un salvagente arancione tra le onde, aggrappato a ciò che resta di un uomo. Sono le immagini che hanno spinto i vescovi della Calabria a rompere il silenzio con una dichiarazione pubblica che arriva dopo le tragedie silenziose consumate dal ciclone Harry tra il 15 e il 22 gennaio. Un documento che si rivolge ai fedeli, alle istituzioni italiane ed europee, alle procure che indagano sui naufragi. Un appello a non abituarsi, a considerare ogni corpo recuperato come una persona dotata di dignità inviolabile. La Conferenza Episcopale Calabra chiede corridoi umanitari, risorse per dare un nome ai morti, un cambiamento nelle politiche migratorie che non misuri il successo solo contando gli arrivi, ma considerando anche chi perde la vita cercando salvezza. Di seguito il testo integrale della dichiarazione.

Il salvagente arancione tra le onde

Un salvagente arancione. È quello che il comandante della Guardia Costiera di Tropea ha riconosciuto tra le onde, prima ancora di capire che attorno a quel salvagente c’era ancora un uomo. O quel che ne restava. Quella macchia di colore nel grigio del Tirreno è diventata, per noi, il simbolo di questa stagione: una vita che aveva cercato di salvarsi, e non ce l’aveva fatta.

Da Scalea ad Amantea, da Paola a Tropea, da Pantelleria a Custonaci: le coste della nostra terra e della Sicilia hanno accolto nelle ultime settimane almeno quindici corpi senza nome, restituiti dal Mediterraneo dopo i naufragi silenziosi che il ciclone Harry ha consumato tra il 15 e il 22 gennaio. Secondo le organizzazioni umanitarie, i dispersi totali potrebbero essere un migliaio. Un numero che non è una statistica: è una comunità intera inghiottita dal mare mentre l’Europa guardava altrove.

Il dovere di non tacere

Noi vescovi di Calabria non possiamo tacere. Lo diciamo con il dolore di pastori che riconoscono in quei corpi anonimi la dignità inviolabile di ogni essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio. Lo diciamo con la fermezza di chi sa che il silenzio, in certi momenti, diventa complicità. Lo diciamo consapevoli che quello che sta accadendo non è una tragedia isolata.

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni certifica che nei primi mesi del 2026 i morti sono triplicati: 452 vittime nel solo mese di gennaio, contro 93 dell’anno precedente. Meno arrivi, più morti.

Il nostro primo pensiero e la nostra preghiera di pastori sono rivolti a ognuno di loro, ai loro cari rimasti in patria o che forse li stanno attendendo.

L’appello ai fedeli e alle istituzioni

Ai nostri fedeli chiediamo di non abituarsi. Di non lasciare che la notizia di un altro corpo trovato in spiaggia diventi ordinaria amministrazione. Il comandante Durante si è gettato tra le onde per recuperare quel che restava di un uomo. Vogliamo che la nostra Chiesa sia capace della stessa umanità. Dobbiamo pregare per alimentare la speranza, vincere la nostra indifferenza e aprire spazi di accoglienza prima di tutto nella nostra mente e nel nostro cuore.

Chiediamo alle istituzioni italiane ed europee di essere all’altezza della migliore tradizione di civiltà del nostro paese e del nostro continente che crede nella sacralità di ogni essere umano e soprattutto se in difficoltà lo accoglie e se ne prende cura. Chiediamo quindi di aprire corridoi umanitari sicuri per chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria.

Chiediamo che le procure di Paola, Vibo Valentia e Trapani ricevano ogni risorsa necessaria per dare un nome a chi è stato restituito dal mare e per accertare le responsabilità.

Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore.

Il mare ci chiede conto. Quei morti ci chiedono conto e noi non possiamo rispondere con il silenzio.

L’articolo L’appello dei vescovi della Calabria: «Il mare ci chiede conto» proviene da Avvenire di Calabria.