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Massimiliano Kolbe: la storia e la memoria a 85 anni dai fatti di Auschwitz

Ai Overview: L’articolo ripercorre la vicenda di padre Massimiliano Maria Kolbe in occasione dell’85° anniversario della sua morte, avvenuta il 14 agosto 1941 nel campo di concentramento di Auschwitz. Il religioso francescano polacco si offrì volontariamente di prendere il posto di Franciszek Gajowniczek, un padre di famiglia condannato a morire di fame nel bunker del Blocco 11 come rappresaglia per un’evasione. Il testo analizza il percorso che ha portato la Chiesa cattolica, in particolare attraverso Paolo VI e Giovanni Paolo II, a riconoscerlo come “martire della carità”. Inoltre, esplora il significato delle visite dei successivi pontefici nella sua cella e la delicatezza del dialogo ebraico-cristiano nel contestualizzare un martirio cattolico all’interno della Shoah. Vengono infine ricordati l’intenso impegno giornalistico ed editoriale di Kolbe prima della prigionia e l’opera di testimonianza portata avanti dal sopravvissuto Gajowniczek fino alla fine dei suoi giorni.

Il sacrificio nel bunker del Blocco 11

Il grido partì dalla piazza dell’appello di Auschwitz il 29 luglio 1941, Franciszek Gajowniczek, matricola 5659, era stato selezionato con altri nove prigionieri per morire di fame nel bunker del Blocco 11, rappresaglia per l’evasione di un detenuto; un frate francescano polacco, la matricola 16670, uscì dalle file e si rivolse al comandante: era un sacerdote cattolico, voleva morire al posto di quell’uomo che aveva moglie e figli; così padre Massimiliano Maria Kolbe entrò nel bunker della fame e lì morì il 14 agosto, vigilia dell’Assunzione, dopo due settimane senza acqua né cibo. Le SS ordinarono un’iniezione di acido fenico, Kolbe tese il braccio pronunciando «Ave Maria». Aveva 47 anni.

Le visite dei papi e il martirio della carità

Oggi ricorre l’85° anniversario di quel martirio, la Chiesa infatti lo celebra con il colore rosso, quello dei martiri: Paolo VI lo beatificò nel 1971 chiamandolo «martire dell’amore», Giovanni Paolo II, nel canonizzarlo nel 1982, introdusse una categoria inedita: il martirio della carità. Kolbe non era stato ucciso in odio alla fede nel senso classico, aveva scelto di morire per amore di un altro uomo; nell’omelia il Papa disse: «Padre Kolbe non subì la morte, ma donò la vita». La cella del Blocco 11 è diventata il luogo dove tre pontificati hanno misurato le parole davanti all’indicibile: Giovanni Paolo II vi tornò più volte, Benedetto XVI nel 2006 vi formulò una domanda: «Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo?», papa Francesco nel 2016 scelse il silenzio: restò seduto da solo e sul libro d’Onore scrisse: «Señor perdón por tanta crueldad!»; lo accompagnava il rabbino Abraham Skorka, che annotò: «quando il dolore è grande il grido resta soffocato nella gola».

La memoria nel contesto della Shoah

Un rabbino accanto al papa, nella cella di un martire cattolico: l’immagine condensa la complessità di questa memoria. Kolbe morì come prigioniero polacco dove furono sterminate oltre un milione di persone, in larga maggioranza ebree, la venerazione di un santo cristiano nel cuore della Shoah ha suscitato interrogativi nel dialogo ebraico-cristiano: il timore che la santificazione potesse attenuare la specificità dello sterminio, ma il gesto di Kolbe resta irriducibile a qualsiasi appropriazione, un uomo che prende il posto di un altro uomo.

L’impegno editoriale negli anni Trenta

Del frate polacco si ricorda soprattutto l’ultimo atto, ma Kolbe, che amava definirsi «missionario della penna», aveva dedicato la vita a un apostolato della comunicazione sorprendente per l’epoca. Il suo Cavaliere dell’Immacolata raggiunse negli anni Trenta le 750.000 copie e l’ultimo editoriale, firmato nel dicembre 1940, portava un titolo che potremmo leggere come un testamento: «Nessuno al mondo può cambiare la verità».

L’opera di testimonianza del sopravvissuto

Gajowniczek, l’uomo salvato, sopravvisse ad Auschwitz e a Sachsenhausen; tornato in Polonia nel 1945, trovò la moglie ma scoprì che i due figli erano morti sotto i bombardamenti del gennaio precedente. Dedicò i suoi giorni a raccontare quel gesto: «Volevo vivere perché il sacrificio di Padre Kolbe non fosse vano», disse. Morì nel 1995, a novantaquattro anni, sepolto a Niepokalanów, la Città dell’Immacolata che il frate aveva fondato.

L’articolo Massimiliano Kolbe: la storia e la memoria a 85 anni dai fatti di Auschwitz proviene da Avvenire di Calabria.