Cerca
Chiudi questo box di ricerca.

Assemblea diocesana della Chiesa reggina, don Bacciarelli: «»

Pubblichiamo di seguito l’intervento integrale tenuto da don Antonio Bacciarelli, vicario episcopale per la catechesi e l’evangelizzazione, durante l’assemblea diocesana della Chiesa di Reggio Calabria – Bova svolta in Cattedrale il 6 ottobre scorso.

Introduzione

Al n. 70 del Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, dell’ottobre 2025, “Lievito di pace e di speranza”, si afferma che affinché la comunione nella Chiesa sia autentica, ha bisogno di tradursi nella partecipazione, tenendo conto che a tutti i battezzati consta il dovere e il diritto di impegnarsi perché l’annuncio del Vangelo si diffonda sempre più fra le persone di ogni tempo e di ogni luogo e assicurando ai laici la possibilità di esercitare il diritto-dovere loro proprio di apportare nell’azione pastorale della Chiesa la ricchezza delle loro esperienze di vita e della loro sapienza non solo nella pastorale ordinaria, ma anche nei “luoghi dove si prendono le decisioni importanti” (EG 103, 104; cfr. CIC, can. 212 § 3, can. 228). Per cui si auspica che le Chiese locali organizzino regolarmente delle Assemblee diocesane, curando anche la diffusione delle conclusioni in ambito parrocchiale e territoriale come forma ordinaria di programmazione, verifica e rendicontazione dell’azione pastorale.

Questo nostro momento all’inizio dell’anno pastorale, come le due serate di luglio in Seminario e come le due giornate residenziali che il Vescovo proporrà a fine giugno prossimo, si inseriscono pienamente nel solco di questo desiderio del Comitato Sinodale Nazionale.

La Lettera pastorale per questo nuovo anno 2026-2027 è un’ulteriore declinazione di “Al passo di Gesù” del 2023 dopo la  “Lettera alla Comunità” del 2024-2025 e “Passiamo all’altra riva” del 2025-2026.

Ha come sfondo un altro brano biblico, un’altra traversata (Mc. 6 e Mt. 14) dopo la traversata e la tempesta sedata presentata in Mc. 4 che faceva da sfondo alla Lettera dell’anno scorso.

La Lettera si articola in 4 paragrafi: Una Chiesa che ascolta e cammina insieme nell’amicizia del Signore; Nella continua traversata, verso l’altra (umana) riva; Trasmettere la fede come esperienza di vita nel tessuto dell’umano vivere; Scelte pastorali per il cammino che ci attende.

Fonti: Brano biblico; Pronunciamenti dei Papi (Francesco e Leone XIV); Vaticano II (centralità della Parola di Dio, natura e identità della Chiesa missionaria e sinodale, partecipazione attiva, piena, consapevole e fruttuosa alla liturgia, attenzione ai segni dei tempi, al territorio, gioie, speranze, tristezze, angosce dell’uomo sono anche della Chiesa; Umano vivere nella logica dell’Incarnazione – Una Chiesa che ascolta e cammina con l’uomo, la traversata verso l’altra umana riva ed uscire da una nostra limitata visione del mondo; Documento di sintesi del Cammino sinodale dell’ottobre 2025 “Lievito di pace e di speranza”; Linee di orientamento per l’attuazione del Cammino sinodale del maggio 2026 “Radicati e costruiti in Cristo” della CEI; Proposte dei tavoli di lavoro della verifica del 2 e 3 luglio scorso.

Le riflessioni delle due serate e le indicazioni che nella Lettera ci vengono consegnate vanno verso una direzione: proposte e sollecitazioni per realizzare il nostro sogno di Chiesa: una Chiesa che vuole essere creativamente fedele al Vangelo, sinodale e missionaria, che ascolta, accoglie, che vive la misericordia, che è corresponsabile. Una Chiesa, dice Papa Leone, che sia casa della pace dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono.

Le riflessioni e le proposte condivise nella verifica di luglio riguardano in verità aspetti e desiderata che da vari decenni ci stiamo ripetendo, pur con sfumature diverse, che in sintesi stringata possiamo riassumere in tre fuochi che richiamano il volto della chiesa nella sua identità e missione (pp. 10-11):

A. la trasmissione del Vangelo nella fede della Chiesa (iniziazione cristiana e catechesi dai piccoli agli adulti; Liturgia e sacramenti; feste religiose e religiosità popolare);

B. la testimonianza del Vangelo nella vita credente della comunità diocesana e parrocchiale nella dimensione della fraternità per essere credibili in un mondo sempre più diviso e polarizzato (relazioni umane tra i battezzati in stile sinodale a cominciare dai presbiteri; consigli pastorali parrocchiali; lavoro sinergico pastorale nelle zone vicariali);

C. l’annuncio e la testimonianza del Vangelo nella fede della Chiesa negli spazi umani della vita pubblica (testimonianza della Carità, linguaggi comunicativi impegno socio-politico di fronte alle res novae per essere presenza viva e profetica negli ambiti del tessuto umano).

A ben vedere il Sinodo della nostra Chiesa (1999) aveva già trattato in modo altro questi temi che il Direttorio Pastorale (1993) aveva anticipato. Con onestà dobbiamo riconoscere che gran parte della sua ricchezza e propositività per vari motivi è stata ignorata o dimenticata. L’ordinario della ripetitività tradizionale e accomodante, pare essere più forte del rinnovamento pastorale provocato dalle res novae del presente, di questa stagione storica, l’unica che possiamo vivere, in cui la presenza dello Spirito del Signore è sempre in azione, per nostra grazia (p. 11).

1. Una Chiesa che ascolta e cammina insieme nell’amicizia del Signore

Si inizia con una nota positiva, di speranza e di fiducia (pp. 3-4).

1.Sentirsi amati da Dio Padre, 2.l’ascolto reciproco delle due serate con la consapevolezza delle ricchezze che lo Spirito ci ha dato, 3.l’impegno di tanti durante l’anno ed in estate per l’annuncio del Vangelo, la testimonianza della carità, l’opera educativa anche in estate con i vari campi.

Nel comune discernimento dell’assemblea di fine anno è emersa da più parti la segnalazione della “sete di spiritualità nei giovani” (p. 5), quale forte desiderio di disponibilità ad accogliere “proposte alte” e percorsi autentici di fede. L’auspicio dei tavoli di lavoro del 2 e 3 luglio  è quello che ci siano laici e presbiteri, che sappiano accogliere e accettare i ragazzi per quello che sono, che abbiano la pazienza educativa dei tempi lunghi e non l’ossessione di volerli a propria immagine e somiglianza, che li ascoltino e non solo organizzino qualcosa per loro. E che non ci siano eventi sporadici, anche a livello zonale. Che si possa operare, lavorare con i giovani e non per i giovani!!!

Lievito di pace e di speranza ricorda che i giovani sono soggetti di evangelizzazione e non soltanto destinatari dell’azione pastorale, attori creativi e responsabili con un ruolo decisivo nella vita della Chiesa. E la comunità svolge un ruolo molto importante nell’accompagnamento dei giovani, ed è la comunità intera che deve sentirsi responsabile di accoglierli, accompagnarli, motivarli, incoraggiarli e stimolarli. Il desiderio è quello di offrire percorsi formativi per gli educatori dei giovani con una rete virtuosa e la sinergia di Uffici (“Al passo di Gesù”, p. 66): pastorale giovanile, scolastica, vocazionale, familiare, senza invadere gli spazi educativi né ridurre l’ascolto a una strategia di reclutamento. (p. 6). E quello su cui vogliamo onestamente e seriamente interrogarci è se i giovani sentono la vicinanza della Chiesa.

Ed il Vescovo scrive (p. 5): La «messe abbondante» dei giovani è sotto i nostri occhi. La scuola ha una vocazione altissima di comunità educante, da cui passa la costruzione del presente e del futuro. È per questo motivo che ci aspettiamo da tutti gli insegnanti cattolici una maggiore responsabilità e la volontà di collaborare alla grande opera di carità che è l’educazione. In particolar modo, un segno importante di speranza sono gli insegnanti di Religione, ai quali va il mio più sentito ringraziamento per il loro lavoro. E si augura che si incentivi in tutta la Chiesa diocesana l’insistenza della preghiera e la speranza di veder sorgere nel cuore di alcuni nostri giovani la chiamata alla vita religiosa e al ministero ordinato (p. 6).

Nell’assemblea di fine anno, riprendendo il metodo della conversazione nello Spirito imparato durante il Cammino Sinodale, non ci siamo interessati di fare cronoprogrammi, ma tenendo presenti criticità e punti di forza del nostro vissuto ecclesiale diocesano e parrocchiale e guardando in avanti, abbiamo vissuto un concreto e non scontato esercizio di comunione fraterna per un comune discernimento sul nostro cammino ecclesiale. A tal proposito, papa Leone ha recentemente precisato che “sinodalità non è il nome di un processo, ma la natura di un Popolo che nell’amicizia e nell’incontro con l’altro avverte di appartenere a Dio solo” (Discorso ai partecipanti 47° Meeting per l’amicizia dei popoli). Per questo è necessario riappropriarci, in modo più sistematico, del metodo da tutti apprezzato, assimilarlo pazientemente, come parte integrante della vita ordinaria delle nostre comunità parrocchiali. Si tratta di uno stile spirituale, non di un insieme di riunioni. Nasce dall’incontro, cresce nell’ascolto, matura nel discernimento. La vera domanda non è quante conversazioni sapremo organizzare, ma quale qualità evangelica avranno i nostri incontri. Se ci ascoltiamo con umiltà e libertà, lasciando spazio allo Spirito di Dio, i nostri incontri non saranno semplicemente uno scambio di idee, ma un luogo di conversione e di crescita. Il cammino sinodale, ricordava Papa Francesco, è la metodologia, come Popolo di Dio, per esercitaci concretamente nella comunione fraterna. La sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio, un processo per educarci ad una mentalità nuova, non per fare un’atra Chiesa ma una Chiesa diversa, in uscita (“Al passo di Gesù” p. 26). Chiediamoci allora se l’ascolto, il discernimento, la corresponsabilità, la missione stanno progressivamente dando forma allo stile di vita della Comunità. Quale volto concreto di Chiesa sinodale missionaria sta emergendo? Stanno cambiando le nostre relazioni, il nostro modo di ascoltarci, di collaborare, di valorizzare carismi e ministeri, di vivere la fraternità e la corresponsabilità, di organizzare una pastorale missionaria?  

Proposta (p. 7) L’entusiasmo e la gioia del condividere che si sono palesati nella nostra assemblea di fine anno, la serietà e l’intenso impegno dei partecipanti, la qualità degli interventi e la voglia di conoscersi meglio mi hanno indotto a pensare che sarebbe proficuo e probabilmente più fecondo se, nel prossimo anno, le  comunità riscoprissero la bellezza di condividere momenti più distesi di comunione, magari tramite convivenze residenziali: si avrebbe più tempo e più occasioni per pregare, conoscersi, ascoltarsi, pensare insieme e tessere relazioni eucaristicamente fraterne più semplicemente umane, imprescindibili per il nostro cammino ecclesiale e per la missione che il Signore ci ha affidato.

Mi rendo conto, d’altronde, che il Cammino Sinodale intrapreso come stile ecclesiale è un processo lungo e a volte doloroso che richiede di spogliarci del nostro ego e rompere o superare steccati mentali e pastorali ormai assodati (“Al passo di Gesù”, pp. 38-39) e richiede quel tempo necessario proprio delle relazioni umane che comportano, nella responsabilità condivisa, paziente e costruttiva verifica e, sul nostro versante, fresca, agile e lungimirante immaginazione pastorale per essere creativamente fedeli al Vangelo perché il vino nuovo non può più essere sopportato in otri vecchi (Mt. 5,37, “Al passo di Gesù”,p. 19).

Intanto siamo sempre all’interno del guado della storia e con intelligente pazienza e coraggioso equilibrio credente siamo chiamati dallo Spirito del Signore e con la sua forza a navigare nei flussi culturali e sociali del presente, reali e virtuali, abitandoli senza lasciarci travolgere o intimorire dai momenti burrascosi (p. 12).

2. Nella continua traversata, verso l’altra (umana) riva

Desidero pertanto ritornare brevemente sulla traversata tempestosa (Mc 4) che la Chiesa è chiamata continuamente ad affrontare, dalla quale in verità non si esce mai del tutto. Il guadagno della riva conseguito, l’approdo a una riva, raggiunto per breve tempo, non garantisce tranquillità, prima o poi la bufera già si annuncia prossima. Bonaccia e tempesta convivono nella natura della realtà; anzi, sono necessarie per dinamizzarla, onde evitare la stasi (p. 12). (Non illudiamoci di poter vivere in una campana di vetro, in un’isola felice né come Diocesi, né come singola Parrocchia o Associazione!!!)

L’evangelista Marco (6, 45-66) ci segnala nel suo racconto un’altra traversata tempestosa affrontata dai discepoli, ma con lineamenti diversi rispetto a quella narrata in Mc 4 (nella prima traversata Gesù è con loro sulla barca ed entra nel cuore della notte e la vince; nella seconda non è con loro ma è presente e cammina sulle acque come il vittorioso su ciò che è notte, male…). Nell’una come nell’altra, nonostante la furia contraria del vento e il fluttuare del mare, la barca della Chiesa, con la presenza del Signore, guadagna la riva dell’esistenza umana là dove è destinata a portare il Vangelo ad ogni persona e da qui ripartire per altre rive con la possibilità di affrontare altre tempeste (p. 13).

«E subito costrinse i suoi discepoli a salire sulla barca» (Mc 6,45)

L’avverbio di tempo “euthùs” [improvvisamente – tempestivamente – subito senza esitazione] usato da Marco in più occasioni, probabilmente insinua un pericolo che Gesù vuole evitare ai suoi dopo il miracolo dei pani: cadere nella trappola di una leadership che cavalca l’onda del bisogno e della conseguente fragilità psicologica e religiosa della folla. La via salvifica in cui Gesù si identifica libera da ogni asservimento ed è totalmente diversa da tutti i vari messianismi sociali e religiosi che facilmente anche oggi si propongono sull’attuale scena geopolitica e non di rado, facendo leva sulle debolezze affettive ed emotive dei soggetti, rischia di insinuarsi anche nelle nostre dinamiche ecclesiali (p. 14). Ecco la necessità di essere radicati e costruiti in Cristo, ponendo “Gesù al centro” della nostra esistenza (Documento della CEI del maggio scorso).

Quel “subito” costringente dello Spirito del Padre richiama la priorità inderogabile della missione: proclamare senza indugio la buona novella del Regno (Mc 1, 9-15). Le nostre realtà ecclesiali sono chiamate a prendere sempre più consapevolezza che la via della missione (Chiesa in uscita) è il motivo per cui la Chiesa è voluta dal Signore. “La chiesa in uscita” non è uno slogan pubblicitario ma un pungolo dello Spirito per prendere consapevolezza dell’identità del nostro essere di Cristo Gesù, in continuità con il suo mandato (Mt 28 “Euntes ergo…). Pertanto: «la missione non è uno dei molti compiti della Chiesa. È la sua ragione di esistere e, proprio per questo, diventa anche il criterio che orienta il nostro discernimento»[1], così Papa Leone in continuità con il Magistero a lui precedente. Non possiamo pensarci cristiani, essere cristiani, se non sentiamo almeno il desiderio[2] di far nostro, ognuno secondo la personale chiamata, il desiderio del Signore: annunciare il Suo vangelo nella trasmissione della fede viva della Chiesa. La dinamica vitale della missione, ci ricordava il Santo Papa Giovanni Paolo II «rinnova la Chiesa, rinvigorisce la fede e l’identità cristiana, dà nuovo entusiasmo e nuove motivazioni. La fede si rafforza donandola!»[3]. Se il cuore di noi credenti non si riconosce nel mandato missionario di Gesù, ma è rivolto principalmente a pratiche liturgiche e religiose autoconservative, allora il Vangelo non è il nostro tesoro, la perla preziosa che probabilmente non abbiamo né cercato e pertanto non trovata. Se la Chiesa esiste per il Vangelo, tutto quello che viviamo nelle nostre comunità e all’interno delle varie realtà ecclesiali associative, dalla liturgia alla catechesi, dalle opere di carità alle varie forme di attività sociali e ludiche, deve assumere la forma missionaria in tutti gli ambiti (p. 22).

Gesù ha fretta, ma non è fretta dettata dall’ansia di prestazione, quanto piuttosto dal desiderio ardente che a nessuno sia negato il Vangelo della vita e della misericordia (cfr. Lc 12, 49; Cor 11,28).

Mettendoci dietro Gesù abbiamo sposato la sua causa o proiettiamo su di lui la nostra limitata e tradizionale visione del mondo, i fantasmi della nostra esistenza e della nostra cultura? (p. 16)

La costrizione del Maestro nei confronti dei suoi è dovuta anche alla loro resistenza di fronte alla prospettiva di approdare in terra “pagana” (Betsaida, e in Mc sono rari i nomi dei luoghi!!!), un mondo culturalmente diverso, non gestibile per usi, costumi, mentalità, stili di vita consolidati. È singolare in tal caso l’annotazione dell’evangelista Marco che tratteggia la loro e nostra ritrosia a uscire dalla tradizionale confort zone: i discepoli non approdano a Betsaida lì dove Gesù li aveva inviati, ma a Gennezaret (Mc 6, 53), in terra ebraica: è un ritorno al punto di partenza, al passato, alla sicurezza religiosa tradizionale. Si è fatto sempre così! Paura di osare, paura del nuovo, del cambiamento, pastorale di conservazione e non missionaria.

Può succedere anche a noi di non giudicare abbastanza rassicuranti i molti interventi del Signore nella nostra vita, di non ritenere reale la Sua compagnia che ci orienta ad andare incontro ai diversi, agli stranieri, agli infedeli, agli atei o agnostici, agli indifferenti o fondamentalisti religiosi o scientisti, alle nuove generazioni a loro modo religiosamente incredule. Loro pensano di vedere un fantasma: il rischio per noi di scambiare la realtà con la fantasia e viceversa, la difficoltà a riconoscere la sua reale presenza di Risorto, Vivente, che ci spinge ad osare sempre!

La condizione della missione nel nostro contesto non consiste forse nell’abitare con consapevole responsabilità credente i nostri territori per lievitarli evangelicamente dall’interno? Nelle zone della nostra Arcidiocesi, infatti, spesso segnati da fragilità sociali, culturali ed educative, la credibilità della presenza della nostra Chiesa si gioca molto nell’abitare i luoghi della vita quotidiana costruendo relazioni autentiche con tutti più evangeliche ed ecclesiali, più umane e fraterne (p. 19).

3. Trasmettere la fede come esperienza di vita nel tessuto dell’umano vivere

Lo Spirito spinge ad immaginare strade nuove per ricollocare l’annuncio evangelico nel solco umano dell’esperienza di vita.

La trasmissione della fede non può più essere pensata come un insieme di attività, ma come un’esperienza di vita che nasce dall’incontro con Gesù Cristo e si comunica attraverso relazioni vere (tavoli di lavoro del 2 e 3 luglio).

Esperienza: non posiamo limitarci a identificare l’esperienza col tempo trascorso o con l’insieme delle situazioni vissute o delle cose viste. Essa è una realtà o situazione vissuta che coinvolge personalmente (non basta un sentito dire, uno studio, una lettura). È una realtà vissuta con intensità e globalità che, non rimanendo nel superficiale, coinvolge tutta la persona (a livello intellettivo, affettivo, operativo). Questa realtà poi va interpretata, colta nel suo significato, inserita nel proprio contesto di vita e collegata con altre esperienze ed eventi. Tale realtà deve essere poi oggettivata, espressa e quindi diventa un orientamento esistenziale. Così diventa una realtà trasformante che cambia la persona. Nell’esperienza religiosa si opera una lettura in profondità del vissuto, aprendosi al trascendente e viene espressa attraverso riti, credenze, simboli. Nell’esperienza cristiana, alla luce della Parola di Dio, una persona o un gruppo approfondisce il proprio vissuto accogliendo le esperienze di Cristo e della Chiesa come fonte di senso. Ecco allora che la catechesi esperienziale diviene un’esigenza inerente alla trasmissione del Vangelo, affinché possa essere accolto come messaggio di salvezza, messaggio liberante, messaggio significativo. Ne consegue allora che la catechesi non può essere un semplice indottrinamento o una semplice applicazione della dottrina alla vita, ma deve essere una comunicazione esperienziale significativa per incidere nell’area del vissuto. Allora sono necessari i linguaggi propri della comunicazione esperienziale come il simbolo, la testimonianza, la narrazione che non è il semplice racconto, ma il mostrare un Dio all’opera che ama, che salva, che libera. Non un linguaggio scolastico dimostrativo, filosofico-teologico, ma un linguaggio mostrativo che fa scoprire e mostrare dei significati esistenziali in quel racconto della storia della salvezza.

È da un bel po’ che, almeno tra noi credenti, ci ripetiamo che “fede” non è anzitutto un insieme di nozioni – dottrine religiose identitarie da ritenere e far proprie quanto un’esperienza segnata dall’incontro con il Signore che cambiando la vita le dà uno sguardo e una direzione nuova[4] (Papa Ratzinger).

Possiamo focalizzare quello che ci è noto con questa domanda: quanto è “cristiana” l’attuale nostra pratica ecclesiale nelle sue forme che spaziano dai sacramenti alle tante manifestazioni della religiosità popolare fino all’azione caritativa e alla testimonianza nella città degli uomini? (p. 24)

Lievito di pace e di speranza al n. 35: La liturgia è esperienza e atto di vita. Per questa ragione, la distanza percepita tra le celebrazioni liturgiche e la vita concreta delle persone rende necessario ripensare gesti, linguaggi e stili, come pure un’iniziazione ai gesti e ai linguaggi della liturgia e una cura particolare dell’ars celebrandi. Si tratta di «riscoprire come la liturgia – che dà forma all’assemblea e al tempo stesso prende forma da essa – vada adattata, senza essere snaturata, coniugando il libro liturgico con la vita dell’uomo e trovando un equilibrio tra quanto prevede il rito e quanto è da costruire». Ed al n.51: La pietà popolare appartiene anch’essa alle “preghiere” del popolo di Dio e può essere una risorsa nei contesti nei quali rappresenta un’eredità viva, nella misura in cui conserva la sua forza comunicativa e la sua capacità di far crescere nella fede (cfr. EG 122-126). Si vigili dunque su possibili derive o deviazioni superstiziose o individualistiche. In tal senso si sta orientando il nuovo Documento sulle feste religiose già esaminato dal Consiglio pastorale diocesano e prossimamente dal Consiglio presbiterale.

Quale fede trasmettiamo sì da farla sentire attrattiva da coloro che ascoltano il nostro racconto evangelico-credente accompagnata dalla nostra testimonianza? (pp. 24-25)

Che tipo di comunità cristiana è quella nella quale io vivo? Se uno mi chiedesse: “Dove posso andare per fare esperienza di Cristo, esperienza di preghiera, esperienza di comunione tra fratelli, di amore autentico verso il prossimo”, posso dire: “Vieni nella mia Comunità”?

Nella tua comunità parrocchiale è costituito il Consiglio Pastorale? Se sì, è solo formale oppure è il luogo ecclesiale dove i suoi membri, insieme al parroco che lo guida, in forza del comune sacerdozio battesimale, lavorano per incentivare pastoralmente la comunione fraterna tra i credenti in vista della comune missione evangelizzatrice nel territorio della parrocchia? (p. 25 e “Al passo di Gesù”, p.64)

Lievito di pace e di speranza al n. 68: La partecipazione che ci si propone di assicurare attraverso questi gli Organismi di partecipazione è una postura ecclesiale che non si esprime secondo logiche meramente democratiche. Gli Organismi sinodali, infatti, non sono “un parlamento” (cfr. Papa Francesco 2023), dove una parte tende a prevalere sull’altra a colpi di maggioranza, ma autentiche assemblee ecclesiali che realizzano un discernimento spirituale, cioè animato dallo Spirito Santo. Da tale discernimento scaturisce la deliberazione, che «avviene con l’aiuto di tutti, mai senza l’autorità pastorale che decide in virtù del suo ufficio»; allo stesso modo questa autorità decisionale dei pastori «non è incondizionata: un orientamento che emerga nel processo consultivo come esito di un corretto discernimento, soprattutto se compiuto dagli Organismi di partecipazione, non può essere ignorato».

La questione di fondo rimane dunque la fede (“Al passo di Gesù”, p. 30, p. 25) che non si può più dare per scontata e che deve essere continuamente alimentata dall’incontro con il Signore, affinché venga custodita, celebrata e trasmessa e tutto ciò dentro un’autentica esperienza di vita fraterna (Radicati e costruiti in Cristo, introduzione).

Le paure manifestate nei brani evangelici rivelano sempre una mancanza di fede: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. E quell’Io sono (Es. 3,14 della rivelazione di Dio al roveto ardente a Mosè) riprende quell’”Io sarò con te, non temere” che incoraggia Abramo, Mosè, Giosuè, Profeti, Pietro, Paolo…

Le paure, la poca fede, ci paralizzano, ci fanno vedere dei fantasmi e non ci danno il coraggio di osare. Se, come Pietro, non guardiamo più a Lui ma al vento, alle difficoltà, affondiamo, l’amore si logora, si sbiadisce, perde la sua incidenza, diventa illusione, vediamo fantasmi. Il nodo di fondo è sapere se Colui che siamo chiamati ad annunciare è la ragione della nostra esistenza, il motivo della stessa missione. Ma per andare più a fondo dovremmo tutti chiederci: conosciamo il Signore Gesù o il fantasma delle nostre proiezioni? (p. 25)

Lievito di pace e di speranza al n. 45: La Parola di Dio è il primo strumento della formazione alla fede, principio fondativo della missionarietà dei credenti. Alla sua lettura e meditazione ha fortemente invitato il Concilio Vaticano II, ribadendo che ignorare le Scritture significa ignorare Cristo (cfr. DV 25). L’auspicio è che le Chiese locali incoraggino e coordinino iniziative per l’ascolto e l’approfondimento comunitario della Parola di Dio, anche in contesti domestici. Ed è ciò che il nostro Vescovo chiede nella Lettera pastorale (p. 31)

4. Scelte pastorali per il cammino che ci attende

Come muoverci dunque in quest’anno pastorale.

Certamente continuando a fare bene e con responsabile impegno l’ordinario, ma investendo energie in quelle scelte di fondo che in questo cambiamento d’epoca, in comunione con le altre chiese, sentiamo essere sospinte dal vento dello Spirito, dentro e oltre le tempeste.

La cornice del nostro quadro pastorale è senz’altro la trasmissione della fede, ad intra (comunione-relazione) come ad extra (missione-testimonianza) (p. 26).

In Comunione (con Cristo e tra di noi) per la Missione

Intanto non esiste una fede “privata” ma personale perciò strutturalmente relazionale e comunitaria: Dio non ci ha salvati individualmente ma si è costituito un popolo che lo conoscesse nella verità e lo servisse nella santità (LG 9).

Abbiamo già fatto la scelta pastorale di fondo timidamente avviata, di lavorare a livello vicariale-zonale (“Al passo di Gesù, p. 71) con lo stile sinodale che strada facendo e con pazienza stiamo imparando a fare nostro. Il lavoro pastorale vicariale-zonale non è una sovrastruttura per appesantire ulteriormente il cammino delle singole parrocchie, ma è una dinamica di coordinamento per valorizzare e ottimizzare le risorse e le attività pastorali parrocchiali. Occorre allora investire di più sulla collaborazione tra parrocchie della stessa zona. Da una visione di singole comunità non poche volte isolate dovremmo passare a immaginarle come un arcipelago di realtà con identità proprie ma tra loro collegate in forza della comunione eucaristica per condividere nella fede persone, idee, progettualità e risorse per una comune pastorale missionaria (p. 27).

La Zona deve essere avvertita come opportunità e ricchezza, non solo in teoria, ma con convinzione, non semplice intuizione condivisa ma prassi stabile, con iniziative non sporadiche e non dettate dalla necessità (pochi fidanzati o pochi cresimandi o pochi giovani o pochi educatori e allora ci uniamo!) (tavoli di lavoro del 2 e 3 luglio).

È necessario allora dare stabilità alla Commissione di zona guidata dal Vicario zonale e composta da rappresentanti dei consigli pastorali parrocchiali. Nei mesi di febbraio-marzo 2027, secondo il calendario che vi proporrò, verrò ad incontrare le Commissioni per una verifica del cammino sui temi presenti in questa lettera, ma sostanzialmente indicati già nella lettera programmatica del settembre 2023 “Al passo di Gesù” (p. 28).

Maggiori energie nella formazione permanente (pp. 28 ss; pp. 59 e 73 Al passo di Gesù)

Tuttavia, senza la formazione continua dei credenti, soprattutto degli adulti, la trasmissione della fede rischia continuamente di sfilacciarsi, anzi si interrompe. Loro sono i primi destinatari del messaggio evangelico (RdC 124).

Lievito di pace e di speranza al n. 59: Un punto centrale per il rinnovamento della formazione ecclesiale in senso sinodale e missionario passa attraverso la formazione degli operatori pastorali (ministri ordinati, laiche e laici, consacrate e consacrati) chiamati ad essere formatori, educatori, guide nella comunità cristiana. Tale formazione deve configurarsi sempre di più come «integrale, continua e condivisa. Il suo scopo non è solo l’acquisizione di conoscenze teoriche, ma la promozione di capacità di apertura e incontro, di condivisione e collaborazione, di riflessione e discernimento comune, di lettura teologica delle esperienze concrete. Deve perciò interpellare tutte le dimensioni della persona (intellettuale, affettiva, relazionale e spirituale)», le fasi di transizione e gli ambiti di vita. Senza trascurare l’importanza dei contenuti della fede e la centralità della Parola di Dio, la formazione dei formatori deve armonizzare le diverse dimensioni della persona, improntandosi sulla narrazione di sé, sulla riflessività a partire dall’esperienza personale e pastorale e sull’utilizzo delle diverse arti espressive, non tralasciando l’importanza dell’aggiornamento teologico, ministeriale, culturale, socialee politico. I tavoli di lavoro del 2 e 3 luglio auspicavano una preparazione psico-pedagogica e socio-affettiva per saper accompagnare le persone, fare insieme discernimento e gestire i conflitti (saper stare con … “Incontriamo Gesù” n. 82).

Segnalo: Istituto Superiore di Scienze Religiose, Istituto di formazione politico-sociale, Scuola Biblica Paolina, Scuola per Operatori pastorali, Scuola per Catechisti, avviata lo scorso anno. Aggiungo anche la Biblioteca Diocesana, l’Archivio diocesano e il Museo diocesano. C’è l’imbarazzo della scelta per chi desidera crescere nella conoscenza e nella bellezza di Cristo. Adulti nella fede si diventa se si ritorna “bambini”, se cioè non cisi sente degli arrivati ma sempre bisognosi di imparare la grammatica della fede per trasmetterla nel lessico vivo dell’umano. Valorizziamo queste opportunità, non scontate, investendo di più, e mi rivolgo in particolare ai parroci, sulla formazione dei nostri laici: non si tratta di una concessione generosa da parte nostra, ma di una necessità evangelicamente fraterna per imparare tutti a riconnettere fede e vita, spiritualità e carità, carismi e servizi in vista di una reale corresponsabilità differenziata (p. 28).

Iniziazione alla vita cristiana (pp. 29-31)

Lievito di pace e di speranza ai nn. 54-55: Nel contesto italiano il processo dell’Iniziazione cristiana ha finora riguardato in maniera preponderante i bambini e i ragazzi, anche se oggi interessa sempre più frequentemente i giovani e gli adulti. L’esigenza emersa più volte di riformare in modo efficace i cammini di Iniziazione cristiana non può essere ridotta ad aggiustamenti tecnici, ma va «inserita nel più ampio processo di riforma sinodale e missionaria a cui la comunità ecclesiale è chiamata in questo tempo», considerando che proprio l’Iniziazione cristiana offre «l’occasione di vivere concretamente la sinodalità». L’intera comunità, infatti, è soggetto protagonista e responsabile dei processi iniziatici e madre feconda che «genera i suoi figli e rigenera se stessa». I percorsi, che non devono appunto essere dei corsi, devono valorizzare tutte le dimensioni della vita cristiana (celebrativa, caritativa, orante, il coinvolgimento della famiglia, la molteplicità dei linguaggi ed esperienze, le potenzialità racchiuse nei diversi periodi dell’anno liturgico, accompagnando bambini e ragazzi, giovani e adulti nella progressiva maturazione dell’atto di fede secondo l’ispirazione catecumenale con un’attenzione particolare alla dimensione mistagogica ed esperienziale, facendo conoscere e vivere pratiche virtuose di vita cristiana (luoghi di spiritualità, arte, testimoni e santi), favorendo l’incontro con l’altro, la cura delle relazioni, l’educazione alla prossimità, l’ascolto e l’accoglienza dei più vulnerabili, dando centralità alla Domenica e permettendo di approfondire in modo esperienziale gli aspetti fondamentali dell’esistenza umana e cristiana che si intrecciano con l’anno liturgico (speranza, nascita, corpo e affetti, dolore e morte, vita eterna, spiritualità, comunità). In tal senso si muoveva il progetto catechistico della nostra Diocesi.

Conclusioni

Non sono le nostre strategie pastorali, anche coraggiose (“Permettimi di venire da te sul mare”), a tenere in piedi la Chiesa, ma è la Sua Presenza a vivificarla giorno dopo giorno. Il Suo esserci (“Io sono” … con voi) è però riconoscibile da chi ha uno sguardo fiducioso sulla vita con occhi di una fede semplice e matura, riconoscente e responsabile, da chi confessando finalmente l’inadeguatezza delle proprie risorse umane e risposte pastorali, a volte sottilmente presuntuose, autoreferenziali e moralistiche, si lascia afferrare, come Pietro, dalla mano salvifica e misericordiosa del Vivente, che tuttavia continua a fidarsi del primo tra gli apostoli e, in lui, di ciascuno di noi, gente di poca fede. A noi ancora affida la Sua opera dentro e oltre tutte le tempeste che è necessario attraversare, per approdare alla riva altra della vita, la Sua, lì dove nessuno è straniero né avversario, ma tutti ci riconosciamo già oggi familiari di Dio (Ef 2,19) partecipi dell’unica Mensa eucaristica (pp. 31-32).

Non si tratta di rinnegare il passato o inventare nuove strutture, ma lasciarsi interrogare dalla realtà della vita, dalla voce dello Spirito, generare dinamismi, formare coscienze, per coniugare la trasmissione della fede e l’annuncio del Vangelo con le attese degli uomini e delle donne di oggi (Radicati e costruiti in Cristo, conclusione), per intercettare l’umano e dire qualcosa alle domande reali della gente (tavoli di lavoro 2 e 3 luglio).

La forma sinodale della Chiesa, in un mondo segnato dall’individualismo, dalla violenza, dallo smarrimento, deve diventare segno evangelico, profezia di fraternità, lievito di riconciliazione, scuola di umanità, aprendosi all’ascolto, all’accompagnamento, alla prossimità e alla cura (Radicati e costruiti in Cristo, conclusione).

E allora, cari fratelli e sorelle sostenuti dalla Sua mano amica procediamo nel nostro cammino ecclesiale, con fiducia e stima reciproca, affidandoci al sostegno materno e solidale di Maria, madre della consolazione, donna di vera e ineguagliabile fede.

[1] Leone XVI, Introduzione al Concistoro straordinario, 26 giugno 2026.

[2] «Vorrei essere missionaria, non soltanto per qualche anno, vorrei esserlo stata fin dalla creazione del mondo ed esserlo fino alla consumazione dei secoli». S. Teresa di Gesù Bambino, Gli Scritti. Manoscritto B, 251, Postulazione generale Carmelitani Scalzi, Verona 1970, p. 236.

[3] Lettera enciclica Redemptoris missio, 2.

[4] Cfr Deus Caritas est 1.

L’articolo Assemblea diocesana della Chiesa reggina, don Bacciarelli: «» proviene da Avvenire di Calabria.