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Assemblea diocesana della Chiesa reggina, Eugenia Santoro: «La fede non si trasmette con le attività»

Pubblichiamo di seguito l’intervento integrale tenuto da Eugenia Santoro, componente dell’ufficio catechistico diocesano e delegata regionale per il Cammino sinodale, durante l’assemblea diocesana della Chiesa di Reggio Calabria – Bova svolta in Cattedrale il 6 ottobre scorso.

Introduzione

La lettera pastorale al capitolo 3 ci offre “l’orizzonte entro e verso cui muoverci e il criterio di discernimento pastorale del nostro agire come singoli credenti e come comunità sulle rive dell’umano vivere” e ci conduce all’interno dell’ambito della trasmissione della fede “quale volto della missione evangelizzatrice della Chiesa” e “priorità fondamentale emersa nel cammino sinodale”.

Il cuore del tema, prioritario anche per la nostra pastorale diocesana, è sintetizzato in una frase, frutto delle riflessioni condotte durante la verifica pastorale vissuta a giugno:

«La trasmissione della fede non può più essere pensata come un insieme di attività, ma come un’esperienza di vita che nasce dall’incontro con Gesù Cristo e si comunica attraverso relazioni vere».

La parola decisiva è esperienza.

Il Documento di sintesi del Cammino sinodale ci invita infatti a non considerare la trasmissione della fede come una semplice organizzazione di attività, ma come una testimonianza concreta di vita cristiana.

1. La fede non si trasmette prima di tutto con le attività

Per molti anni abbiamo identificato la pastorale con una serie di attività: catechismo, sacramenti, incontri, gruppi, feste, pellegrinaggi, iniziative di carità e momenti formativi.

Tutto questo è importante. Tuttavia, il Documento di sintesi del Cammino sinodale ci ricorda che non possiamo più dare per scontata la trasmissione della fede.

Attività numerose e ben organizzate non garantiscono automaticamente l’incontro con il Vangelo. Possiamo avere calendari pieni e comunità vuote; moltiplicare le iniziative senza generare una vera esperienza cristiana; preparare bene un sacramento senza far percepire che dietro quel sacramento c’è una Persona che ama, chiama e cambia la vita.

La trasmissione della fede non è anzitutto una questione di quantità, ma di qualità dell’esperienza cristiana.

Questo riguarda il sacerdote, il diacono, il catechista, il genitore, l’educatore, il volontario, chi anima la liturgia, chi si occupa della carità e chi partecipa al Consiglio pastorale.

La fede che trasmettiamo è inevitabilmente anche la fede che viviamo.

2. Da dove nasce la fede che vogliamo trasmettere?

Il punto di partenza è una persona: Gesù Cristo.

Possiamo parlare della Chiesa, della parrocchia, della pastorale, dei giovani, delle famiglie, dei problemi sociali, delle strutture, dei Consigli pastorali e dei sacramenti, ma tutto deve continuamente ricondurci al centro: il Gesù del Vangelo.

Non un’idea astratta di Gesù, né il Gesù delle nostre abitudini, ma colui che incontriamo nella Parola, nell’Eucaristia, nei poveri e nelle relazioni concrete.

Una Chiesa che vuole trasmettere la fede deve essere anzitutto una Chiesa che rimane con Cristo.

Nelle linee di orientamento del documento di sintesi del cammino sinodale Radicati e costruiti in Cristo viene usata un’immagine molto bella: come una pianta può crescere soltanto se ha radici profonde, così la vita cristiana può essere feconda soltanto se è radicata in Cristo.

Non possiamo trasmettere ciò che non viviamo.

Possiamo comunicare informazioni su Gesù, ma per trasmettere la fede occorre che, attraverso di noi, l’altro possa intuire che Gesù è una presenza viva, capace di trasformare l’esistenza.

3. La fede diventa credibile quando diventa umanità

Nella lettera pastorale veniamo esortati al fatto che: “La questione di fondo rimane dunque la fede, ma è cristiana se fa crescere in umanità”.

Introduce un criterio fondamentale: la fede cristiana è autentica quando fa crescere l’uomo.

La fede rende più capaci di ascoltare, più pazienti, misericordiosi, disponibili al perdono, attenti alla fragilità dell’altro, liberi dal bisogno di avere sempre ragione, capaci di collaborare e di servire senza cercare riconoscimento.

Se non produce questo frutto, occorre verificare la qualità della nostra esperienza cristiana.

Il Vangelo non ci rende semplicemente persone che sanno più cose su Dio. Ci rende persone che imparano a vivere come Gesù.

La trasmissione della fede passa quindi necessariamente attraverso le relazioni. Una comunità può avere una liturgia curata, ma se al suo interno prevalgono divisioni, rivalità, gelosie, personalismi e conflitti irrisolti, la sua testimonianza risulta contraddittoria.

Possiamo parlare di comunione e vivere contrapposizioni; parlare di servizio e cercare visibilità; parlare di corresponsabilità senza fidarci gli uni degli altri; parlare di accoglienza e far sentire qualcuno estraneo.

Le persone ascoltano le nostre parole, ma soprattutto leggono la nostra vita.

Per questo la trasmissione della fede richiede di verificare quale immagine di Dio comunichiamo attraverso il modo in cui viviamo insieme.

4. La comunità è il primo luogo della trasmissione

Le linee di orientamento del documento di sintesi del cammino sinodale Radicati e costruiti in Cristo afferma:  «Credere, per i cristiani, è sempre un con-credere».

La fede è personale, ma non individualista. L’incontro con Cristo avviene nella vita concreta della comunità.

La parrocchia non può essere soltanto il luogo in cui si svolgono attività religiose. Deve diventare una casa nella quale le persone possano sperimentare il Vangelo.

Una comunità cristiana autentica accoglie le domande senza giudicare, ascolta chi vive una crisi, accompagna le famiglie in difficoltà e riconosce nei poveri non soltanto destinatari di aiuto, ma persone dalle quali ricevere una testimonianza.

In essa il sacerdote non è lasciato solo a portare il peso della comunità e i laici non sono coinvolti soltanto per svolgere compiti.

Ogni battezzato deve potersi riconoscere responsabile della vita della Chiesa.

5. Corresponsabilità: non aiutanti, ma discepoli

Il Cammino sinodale chiede di superare una logica nella quale tutto dipende dal parroco e gli altri si limitano a collaborare.

La corresponsabilità non consiste soltanto nel distribuire meglio i compiti. Significa riconoscere che il Battesimo rende tutti responsabili della missione della Chiesa.

Il sacerdote ha una responsabilità propria, legata al sacramento dell’Ordine; i laici hanno responsabilità e carismi propri; i diaconi esercitano il loro ministero; esistono inoltre ministeri, servizi e carismi diversi.

Questa pluralità non deve diventare competizione, ma ricchezza per la missione.

Il Consiglio pastorale può quindi essere molto più di un organismo formale: può diventare il luogo nel quale la comunità discerne insieme, non ratifica decisioni già prese né rappresenta interessi contrapposti.

La sinodalità consiste nel cercare insieme la strada indicata dal Signore.

6. Giovani e adulti: non destinatari, ma interlocutori

La trasmissione della fede alle nuove generazioni è una delle questioni centrali indicate dal documento sul Cammino sinodale.

Molti giovani si allontanano dalle nostre comunità. La risposta non può limitarsi a moltiplicare le attività o a cercare di riportarli semplicemente in chiesa.

Occorre offrire loro una comunità nella quale possano incontrare Cristo e scoprire che il Vangelo ha qualcosa da dire alla loro vita.

Un giovane ha bisogno di adulti credenti capaci di testimoniare: «Io ho incontrato Cristo. Questa fede non mi ha tolto la vita: me l’ha resa più vera».

La testimonianza degli adulti è quindi una forma essenziale di trasmissione della fede.

Questo vale anche per gli adulti stessi. L’iniziazione cristiana non riguarda soltanto i bambini: servono percorsi nei quali gli adulti possano ricominciare, riscoprire il Vangelo e rileggere la propria storia alla luce della fede.

Oggi dobbiamo accompagnare non soltanto il diventare cristiani dei bambini, ma anche il ricominciare a credere degli adulti.

7. La carità: la fede che diventa carne

Un ulteriore aspetto fondamentale è la carità.

La fede che non diventa carità rischia di rimanere astratta; la carità priva del suo radicamento in Cristo rischia invece di ridursi ad assistenza.

Il documento invita a ricomporre annuncio, liturgia e carità: sono dimensioni inseparabili della vita cristiana.

Annunciamo Cristo, celebriamo Cristo e viviamo secondo Cristo.

Il povero non è soltanto qualcuno al quale dare qualcosa, ma una persona nella quale possiamo incontrare Cristo. Una comunità che accoglie chi è fragile, si prende cura di chi è solo e difende la dignità di chi non ha voce sta già trasmettendo la fede.

Anche senza una catechesi esplicita, comunica che ogni persona ha un valore infinito perché è amata da Dio.

Questa è evangelizzazione.

8. Da dove cominciare?

Il primo passo non è necessariamente inventare nuovi progetti, ma convertire ciò che già esiste.

Occorre verificare se le nostre liturgie aiutano davvero a incontrare il Signore, se il catechismo conduce all’incontro con Cristo o si limita a trasmettere contenuti, se le attività per i giovani ascoltano le loro domande, se le comunità sono luoghi di relazioni vere e se i Consigli pastorali sono realmente spazi di discernimento.

È necessario inoltre verificare se la carità nasce dalla fede e conduce alla fede, e se i gruppi favoriscono la comunione invece di diventare mondi chiusi.

Una persona che entrasse oggi nella nostra comunità senza conoscere la Chiesa dovrebbe poter riconoscere, attraverso la nostra vita, una comunità che ha incontrato Gesù e non soltanto un’organizzazione che svolge attività.

Vorrei concludere tornando alla frase da cui siamo partiti:

«La trasmissione della fede non può più essere pensata come un insieme di attività, ma come un’esperienza di vita che nasce dall’incontro con Gesù Cristo e si comunica attraverso relazioni vere».

Questa frase ci consegna un compito semplice ed esigente:

Non dobbiamo semplicemente trovare il modo di trasmettere la fede.

Dobbiamo diventare comunità capaci di mostrare che la fede è vita.

Una fede celebrata nell’Eucaristia, ascoltata nella Parola, riconosciuta nei poveri, sperimentata nella fraternità e tradotta in servizio.

Una fede capace di ascoltare, di non avere paura delle domande e di abitare il mondo senza chiudersi nelle proprie sicurezze.

Una fede che rende più umani.

La missione della Chiesa non consiste soltanto nel convincere qualcuno a partecipare alle sue attività, ma nell’offrire la possibilità di incontrare Cristo attraverso una comunità che lo ha incontrato, lo celebra, lo segue e cerca ogni giorno di vivere secondo il suo Vangelo.

Perché la fede si trasmette davvero quando diventa vita.

Il nostro compito, allora, non è soltanto parlare di Gesù.

È lasciare che Gesù si possa incontrare attraverso di noi.

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