La questione climatica tende a scomparire dalle agende politiche e dalle prime pagine dei giornali, nonostante i territori continuino a subire in modo sempre più tangibile le conseguenze dell’emergenza ambientale. Per analizzare le cause di questo calo di attenzione e riflettere sulle responsabilità dell’informazione, i rappresentanti della Federazione Italiana Settimanali Cattolici (FISC) si sono riuniti a Trento per un convegno nazionale dedicato al clima. L’incontro, che si inserisce nella cornice del centenario del settimanale diocesano “Vita Trentina” e del sessantesimo anniversario della FISC, ha visto confrontarsi figure istituzionali, religiose e del mondo accademico scientifico. Nel corso dei lavori, l’arcivescovo Lauro Tisi ha ribadito l’urgenza di un giornalismo libero in grado di ancorarsi alla realtà, mentre monsignor Domenico Pompili ha declinato l’invito all’azione contenuto nell’enciclica Laudato Si’. Un ulteriore contributo è stato offerto da Massimo Bernardi, direttore del MUSE, che ha esposto dati statistici sull’impatto umano e ha sollecitato i cronisti a raccontare la crisi senza cedere alla semplificazione.
L’urgenza climatica e l’appello a un giornalismo aderente al reale
La FISC, Federazione Italiana Settimanali Cattolici, ha scelto di ricominciare da Trento la buona prassi dei convegni nazionali: a fare gli onori di casa Diego Andreatta, il direttore del settimanale “Vita Trentina” che festeggia il centenario dalla fondazione. Oggi pomeriggio i rappresentanti dei settimanali diocesani si sono ritrovati nel salone di rappresentanza di Palazzo Geremia per ragionare insieme sul motivo per cui l’ambiente è sparito dalle prime pagine…eppure l’urgenza climatica è sempre più evidente su tutti i territori del Belpaese e non solo. A dare il tono ai lavori, moderati dalla vicepresidente vicaria della Fisc Chiara Genisio, è stato l’arcivescovo di Trento, monsignor Lauro Tisi: la questione climatica, ha osservato, «è scomparsa totalmente» dalle agende politiche e dalla narrazione giornalistica, «è una questione che sembra derubricata». Tisi ha parlato di una «schizofrenia tra un silenzio su quanto accade e poi frane da una parte, frane dall’altra, intere comunità che sprofondano». E ha aggiunto, rivolgendosi alla platea di giornalisti: «Se c’è bisogno di un giornalismo libero è proprio oggi», perché «chi fa giornalismo con serietà può dare un contributo alla società di oggi per stare sul reale e non cedere alla narrativa che ha sempre dietro grandi interessi e grandi trame».
Il centenario di “Vita Trentina” e il tema dimenticato della sostenibilità
Lo stesso registro, ha caratterizzato il saluto del sindaco Franco Ianeselli, lettore dichiarato di “Vita Trentina”, il settimanale diocesano diretto da Diego Andreatta che compie cento anni. Ianeselli ha ricordato la fondazione del giornale nel 1926 per volontà del vescovo Endrici, in pieno fascismo, richiamando l’espressione con cui lo stesso Endrici descriveva il rapporto con il regime: una «via crucis snervante». E ha notato come il termine sostenibilità «era di moda, tanto di moda anni fa» mentre ora «sta scendendo in una maniera molto forte. E questo non credo perché abbiamo risolto i problemi del creato, è perché non li vogliamo più vedere».
I sessant’anni della Federazione e la dignità della professione giornalistica
Il presidente della FISC Mauro Ungaro ha ricordato che l’ultimo convegno Fisc risaliva all’Aquila, aprile 2015, a ridosso della pubblicazione della Laudato Si’. Seppur da allora non sono mancate assemblee e momenti di formazione, però «un convegno nazionale è tutta un’altra cosa», ha detto, prima di collegare idealmente i due appuntamenti: «allora si parlava del territorio delle catastrofi ambientali, qui si parla di come le testate possano non solo raccontare ma anche aiutare a prevenire». Ha poi dedicato un pensiero ai presidenti scomparsi — monsignor Vincenzo Rini e Duilio Corniali — e ha annunciato che il convegno apre le celebrazioni per i sessant’anni della federazione. Ungaro ha affrontato anche il tema dello sciopero dei giornalisti per il mancato rinnovo contrattuale, sottolinenando che i settimanali cattolici il loro contratto lo hanno firmato quattro anni fa: «La libertà dell’informazione deve andare di pari passo col riconoscimento della dignità giornalistica».
L’ecologia integrale e le comunità Laudato Si’
La prima relazione è toccata a monsignor Domenico Pompili, vescovo di Verona e promotore dei Comitati Laudato Si’, figura familiare a gran parte della platea. Pompili ha impostato il suo intervento su una premessa: la Laudato Si’ «non è stato genericamente un manifesto verde, ma è stata una chiamata all’azione», derubricarla a esercizio accademico significherebbe tradirne il senso. E se oggi il tema ambientale non è più in prima pagina, ha osservato, non deve sorprendere chi lo ha sempre ridotto a un compartimento stagno della realtà, perché «l’idea geniale della Laudato si’ è proprio questa persuasione che è tutto connesso». Anche le guerre, ha ragionato, si combattono in ultima analisi per terre rare e minerali: il punto di partenza resta il rapporto con la terra. Pompili ha poi indicato tre coppie concettuali attorno a cui maturare una consapevolezza nuova. La prima è il rapporto tra mondo interiore e mondo esteriore: quando salta questa correlazione, ha detto, «ci impedisce di stare con i piedi per terra», perché il mondo esterno ci plasma nel profondo e non è il semplice fondale delle nostre azioni. La seconda è la dialettica tra limite e sviluppo, contro l’illusione di un progresso lineare che il Covid ha definitivamente incrinato. La terza è il nesso tra individuale e sociale: «Le cose negative in genere sono decise da pochi e hanno effetto su tanti; quelle positive sono in genere decise da tutti e hanno effetto su tutti». La parte finale dell’intervento ha riguardato le Comunità Laudato Si’, una novantina in Italia, nate dall’impegno congiunto di Pompili e Carlin Petrini. Il vescovo ne ha raccontate tre: gli orti sociali di Gela, su un terreno abbandonato trasformato in luogo di coltivazione e incontro; la comunità milanese di Nocetum, una decina di giovani famiglie che condividono vita e lavoro in una ex casa padronale alle porte della città; la marcia silenziosa per l’ambiente organizzata ogni anno a Castel Gandolfo, passata in poche edizioni da qualche decina a oltre cinquecento partecipanti. Esperienze possibili, a portata di mano, che Pompili ha indicato ai giornalisti come storie da raccontare per superare «una certa retorica dell’ecologismo».
La divulgazione scientifica e il peso dell’impatto umano
Tutt’altro registro, ma stesso orizzonte di interesse, per l’intervento di Massimo Bernardi, direttore del MUSE di Trento, che ha preso la parola dichiarando subito i limiti del proprio ruolo: non parla «la scienza» ma egli ha offerto il proprio contributo, consapevole che il metodo scientifico funziona, ma allo stesso tempo è insufficiente. L’insufficienza, ha spiegato, è quella di settant’anni di comunicazione scientifica che non è riuscita a cambiare rotta: «Stiamo fallendo in quanto scienziati e quindi abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti ad essere più efficaci». Bernardi ha portato dati che parlano da soli, il più impressionante riguarda il 2026, l’anno in corso: è il momento in cui, secondo le stime statistiche più aggiornate, la tecnomassa — tutto ciò che l’umanità ha costruito — ha raggiunto lo stesso peso della biomassa del pianeta, l’insieme di foreste, animali e organismi viventi evoluti indipendentemente dalla presenza umana. Da ora in poi, ogni manufatto prodotto sarà un grammo in più rispetto a tutto il vivente. Bernardi ha ricordato che la causa dell’aumento delle temperature è accertata e nota da decenni, citando una lettera interna della Exxon del 1982 in cui la compagnia petrolifera riconosceva con chiarezza gli effetti della propria produzione sul clima globale: «Non serve aggiungere altro. Da questo punto di vista la scienza non serve più; in caso serve trovare le soluzioni».
Il richiamo alla complessità contro il rischio delle semplificazioni
Nella parte finale, rivolta direttamente ai giornalisti, il direttore del MUSE ha elencato una serie di avvertenze per chi racconta la crisi climatica. Mettere i numeri in proporzione, perché «un grado in più non significa niente» senza un metro di paragone. Diffidare delle correlazioni spurie che generano notizie false, evitare le generalizzazioni — «gli attivisti», «i giovani», «l’industria» — perché i gruppi contengono differenze e le differenze meritano di essere raccontate. Non dividere il mondo in due, perché non esiste il punto di vista della scienza contrapposto a quello della fede, ma gradi di sovrapposizione. E soprattutto non rinunciare alla complessità, perché la semplificazione non aiuterà a risolvere il groviglio in cui ci si trova. Per spiegare quest’ultimo concetto ha preso in prestito una pagina del “Pasticciaccio” di Carlo Emilio Gadda sulle «inopinate catastrofi» che non discendono mai da una causa sola ma da un vortice di causali convergenti: uno «gnommero», un gomitolo inestricabile. Il convegno proseguirà domani con una sessione sulla deontologia della comunicazione ambientale e le testimonianze di cronisti che hanno raccontato emergenze sul territorio, dai ghiacciai alle alluvioni. Sabato il dialogo si allargherà alle fedi.
L’articolo Settimanali Cattolici a Trento, l’emergenza climatica al centro del dibattito proviene da Avvenire di Calabria.















