In questa omelia pronunciata nel Duomo di Reggio Calabria, l’arcivescovo Fortunato Morrone offre una meditazione sulla regalità di Cristo, sul potere evangelico e sul cammino della Chiesa, richiamando i fedeli alla verità della Parola e all’esempio del Crocifisso.
Un monito sulla Parola e sulla misura evangelica
Una riflessione sulla vera essenza del potere evangelico ha caratterizzato l’omelia dell’Arcivescovo Fortunato Morrone, pronunciata stamani nel Duomo di Reggio Calabria in occasione della solennità di Cristo Re. Con questa celebrazione, la Chiesa reggina e universale porta a compimento il ciclo liturgico, un triennio di grazia in cui, come ha sottolineato il presule, i fedeli hanno avuto la possibilità di ascoltare «tutta la Scrittura», o quasi l’ottanta per cento di essa. La diocesi, inoltre, si prepara ad accompagnare la Madonna della Consolazione verso l’Eremo dei padri cappuccini: questo pomeriggio, infatti, tempo permettendo, avrà luogo la processione. L’Arcivescovo ha introdotto la sua meditazione con una domanda schietta, un esame di coscienza collettivo e individuale: «Quanta parola ho ascoltato? Ho ascoltato Parola o soltanto un suono?» La Parola di Dio, infatti, quando non resta un mero suono, «produce frutti», ma spesso, ha ammonito, il rischio è quello di sostituirla con «le mie parole, i miei programmi, altre parole che non sono nella misura della Parola che è Gesù».
Il cammino della Chiesa e la regalità di Cristo
La Chiesa è in cammino, come dimostrano i quattro anni di percorso sinodale, e impara costantemente da Gesù, perché pur essendo santa, è anche «peccatrice nei suoi membri» e necessita di «riposizionare il suo sguardo su Gesù, convertendosi continuamente». È in questo contesto che si inserisce la festa liturgica di Cristo Re, un titolo che, nato negli anni Venti del secolo scorso, ha spesso rischiato di essere interpretato secondo una logica mondana. Il termine Re, ha spiegato Morrone, indica potere, e il popolare canto Christus vincit, Christus regnat rischia di risuonare nella coscienza del credente secondo una logica umana e non divina. La nostra vita, ha ricordato, ha senso e direzione solo se va «verso Gesù», perché tutto quello che il Padre ha pensato per noi ha il suo «fine, il suo compimento in Gesù». La «verità della nostra umanità», il nostro «DNA profondo», si trova «in Gesù, non in me, non in te, in Gesù». È Lui il «metro di misura» della nostra esistenza.
Il Crocifisso e la tentazione del potere umano
Il presule ha invitato i presenti a contemplare il Crocifisso, non come un semplice «spettacolo», ma come la massima rivelazione di questa regalità, svelata proprio nel momento in cui appare come «un uomo fallito». Ed è lì, mentre Gesù sta morendo, che «ritorna» per tre volte, in modo perverso, la tentazione iniziale. Le tre tentazioni si ripropongono a Gesù crocifisso come l’insinuazione del «menzognero», che Morrone ha definito «il padre di ogni menzogna», «il narcisista per eccellenza», «l’egocentrico per eccellenza». Il maligno offre i «regni umani», che oggi potremmo identificare come i regni «della tecnologia, il regno dell’economia, il regno della capacità di distruggere gli altri». È la tentazione del narcisismo e dell’egoismo che abita il cuore umano, ma il Dio vero non è così: «Dio non è narcisista, lui è attento a noi, perché lui nell’amore è sempre fuori di sé».
La Croce che svela la verità dell’uomo
La morte di Gesù in Croce, ha sottolineato Morrone, «stana» e svela la menzogna della logica umana distruttiva: il mors tua vita mea, che porta drammaticamente a «distruzione, violenza, guerra» non solo nel macrocosmo del mondo, ma anche «dentro le nostre relazioni più significative, anche dentro le nostre comunità ecclesiali, anche nel mio cuore». Il Dio della vita è il Dio che «si svuota di sé», è «il povero», perché l’amore è nel «dono di sé, ma che arricchisce tutti». E la prova di questa logica invertita, che svela la nostra stessa verità, è l’unica parola che Gesù pronuncia mentre lo stanno crocifiggendo, una parola che richiama Dio che è vita: «Padre, perdonali».
La regalità del cristiano come servizio
Questa, ha concluso l’Arcivescovo, è la «regalità del cristiano», che impara da Gesù a dire a se stesso, nel proprio Battesimo: Mors mea, cioè «voglio morire come te, Gesù, perché voglio vivere come te». Morire all’«egocentrismo», all’«ombelico», al proprio mio, mio, mio, per tradursi nel «nostro», nel «noi» del Padre nostro, che fa famiglia umana e ci fa Chiesa. La regalità cristiana è, in definitiva, essere «profezia in questo mondo» vivendo l’esempio di Colui che ha detto: «Non sono venuto per farmi servire, per asservire, ma per dare la mia vita». È il gesto eterno di Dio che ci costituisce «umani, divinamente umani», e che si rinnova nel Pane eucaristico sull’altare, un pane che profuma del «divino che è in noi e dell’umano bello di Gesù».
L’articolo Cristo Re, la Parola che misura l’umanità: l’omelia dell’arcivescovo Morrone nel Duomo di Reggio Calabria proviene da Avvenire di Calabria.














