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Viaggio nella storia dell’Arcidiocesi di Reggio Calabria: la comunità di Santo Stefano tra antichi mestieri, visite pastorali e il sisma del 1894

Attraverso la consultazione e lo studio dei documenti storici conservati negli archivi parrocchiali e diocesani, è possibile restituire una fotografia nitida della vita quotidiana, sociale e religiosa dei centri aspromontani alla fine dell’Ottocento. La narrazione che segue si concentra sulla comunità di Santo Stefano, analizzando dapprima la stratificazione lavorativa della popolazione, con un puntuale censimento delle attività artigianali e commerciali, per poi approfondire le dinamiche ecclesiali attraverso le visite pastorali. Dal quadro delle professioni, che vede una significativa presenza femminile in alcuni settori, si passa alla descrizione del patrimonio artistico delle chiese e alla gestione dei beni ecclesiastici, fino a giungere alla cronaca degli eventi calamitosi che hanno segnato la storia locale.

Il tessuto sociale e i mestieri del borgo

Per completare il quadro delle attività e dei mestieri degli abitanti di S. Stefano, dedotto dalle indicazioni trascritte dal parroco Mangeruca nel 1878, ci restano da indicare quelli legati per lo più al centro abitato a servizio della comunità. Dei ventuno occupati nell’attività di «bettoliere» (3 dei Priolo, 2 degli Zoccali, 2 dei Rizzuto ed 1 per i Fava, Zimbalatti, Zappalà, Calarco, Musolino, Filastò, Penna, Crea, Foti, Romeo e Suraci) i due terzi erano donne e si può desumere che le osterie o rivendite di vino fossero circa sedici. Le persone che esercitavano l’attività di calzolaio erano 19 (5 dei Lucisano, 3 dei Bagnato, 2 dei Rizzuto e 1 dei Musolino, Zimbalatti, Quattrone, Fava, Priolo, Zappalà e Leonello), quella di barbiere 3 della famiglia Zappalà, quella di macellaio 3 ( 1 dei Suraci, Filastò e Tedesco); quella di dolciere 2 (1 dei Bartolomeo e dei Priolo); quella di sarto 6 (2 dei Morabito, 1 dei Lucisano, Romano, Freno e Germanò); quella di bottegaio una donna dei Petrolino; quella di ortolano 2 (1 dei Colosi, Pezzano); quella di farmacista 2 (1 dei Colosi, Leuzzi) e quella di «ceraiolo» 1 dei Tassone. L’attività di «civile» (attività lavorativa manuale o intellettuale nel settore pubblico e privato) era esercitata da 18 persone e impegnavano i componenti delle famiglie benestanti dei Morabito, Sartiano, Romeo, Da Empoli, Coppola, Oliva e Cimino. Di quest’ultimi due esercitavano l’attività di scrivano insieme a 1 dei Fava, mentre quella di «tamburino», ovvero banditore, da Stefano De Luca e dal figlio Giacomo. Gli insegnanti erano Gabriele e Giuseppe Romeo, oltre a uno dei Coppola; le maestre erano Rosa Colosi e Angela Fava e 11 ragazzi erano indicati come «studenti» (2 dei Sorace, 2 dei Sartiano, 2 dei Musicò, 2 degli Zoccali e 1 dei Romeo, Priolo e Fava). Stefano Romeo e Cesare Perrone erano i medici, ingegnere era Pietro Aristeo Romeo mentre quella di agrimensore la svolgeva Giuseppe Priolo. Nella casermetta dei Carabinieri, lungo la Strada Garibaldi, al cui comando era il brigadiere Carlo Breda da Milano, c’erano quattro militari, due lombardi, un piemontese e un toscano. I sacerdoti erano soltanto due, D. Michele Papalia e il parroco Stefano Mangeruca.

La visita pastorale e lo stato delle chiese

Nel 1877, l’arcivescovo Francesco Converti, nel corso della visita pastorale, dopo i riti iniziali e le cresime ispezionò attentamente la chiesa soffermandosi sul tabernacolo, sull’altare maggiore, sugli altri altari, sulla fonte dell’acqua lustrale, sui vasi dell’acqua benedetta, sui confessionali all’ingresso, sulle immagini sacre, sul campanile, sulla sacrestia, sugli arredi e sulle condizioni strutturali dell’intera chiesa. Si esprimeva poi sull’impianto della stessa affermando che «avendo la forma di una croce greca nella sua interezza, era per noi motivo di grande ammirazione, essendo quasi l’unica di questo tipo architettonico in tutta la nostra arcidiocesi. La trovammo inoltre ricca sia di preziosi vasi in argento puro e fusi con arte meravigliosa, sia di rari arredi ricoperti d’oro, d’argento o di seta». A questo giudizio positivo fece seguire tuttavia una serie di osservazioni sullo stato degli oggetti sacri e dei paramenti richiedendo la sistemazione delle pietre sacre negli altari della Beata Vergine Maria dai Sette Dolori, di S. Nicola e di S. Antonio; la riparazione delle pissidi rotte; l’acquisto di una nuova urna per la conservazione del SS. Sacramento il Giovedì Santo; la sostituzione di alcuni paramenti; la pulizia accurata del fonte battesimale e la sistemazione di un confessionale. Per la chiesa filiale delle Anime del Purgatorio, «anch’essa sufficientemente attrezzata e ampiamente fornita negli altari e nel santuario con vasi d’argento e arredi sacri», richiese la sostituzione dell’immagine del Cristo Risorto che appariva deforme, la sostituzione delle tavolette con le orazioni nell’altare maggiore, la posa delle vetrate mancanti nelle finestre della chiesa.

Le rendite parrocchiali e la gestione dei beni

Il 4 febbraio 1894, in aderenza a quanto richiesto della Curia Arcivescovile, il parroco provvedeva ad aggiornare lo stato delle rendite della parrocchia per il rinnovo «del ruolo esecutorio dei Censì, Canoni, prestazioni ed altre annualità dovute alla Parrocchia». Essi derivavano da censi su immobili edilizi (casa Annunziata, casa Le Croci, 2 case alla Chiesa Nuova, casaleno S. Maria, «casa vicino la Strada», case Manganelli, case di M. Porcaro detto «Ciuffo», G. Suraci, N. Musicò, A. Nocara, F. Priolo detto «Creapopolo», M. Morabito, F. Suraci, F. Zoccali detto «Sgarabio», S. de Felice, A. Musolino, C. Scarfone, F. Suraci, G. Scarfone, R. Calafiori detto «Bellifiori», G. Crea detto «Palmerio», C. e E. Suraci, A., V. Tedesco, G. Freno, F. Nicolosi, P. Zimbalatti detto «calamaro», V. Lucisano, D. Suraci detto «Palladorzo»); da censi  su uliveti (contrade Porcini, Pecora), su castagneti (contrade Salauci, Gurnelli, Rejtano, Astrillazzo, Pullufaia, Baturi, Scrisone), vigneti (contrade Fejerna, Castello, la Scorringa, Marmacio, Fontana, Caminelli), gelseti (Scifadi, Castello e altri; da «estagli» ovvero cottimi su giardini (contrade Billò, Birnì, Caperringa, Gazzerna, Schivio, Mannoli, Contissella, Vallati, Lisciandro).

Tra calamità naturali e fede

Nell’agosto dello stesso anno il parroco nel redigere le risposte al questionario inviato per la visita dell’arcivescovo Gennaro Portanova indicava che la popolazione si era accresciuta di 146 unità rispetto agli anni precedenti aggiungendo che le rendite della chiesa avevano subito un calo, perché più della metà dei terreni agricoli non esistevano più per le continue alluvioni. La descrizione della chiesa filiale evidenziava che non aveva più bisogno di riparazioni e che gli altari laterali erano dedicati uno a S. Antonio di Padova e l’altro ai santi Cosma e Damiano. Essa era stata dotata di un organo, di un pulpito e di un confessionale sito e vi erano argenterie ed arredi sacri. Il 16 novembre di quell’anno le scosse di terremoto che ebbe il suo epicentro sull’Aspromonte settentrionale danneggiò il centro di S. Stefano. Il periodico «Fede e Civiltà» della settimana successiva così riportava: «da questa grossa borgata delle nostre montagne abbiamo ricevuto notizie ancor dolorose: le chiese debbono restar chiuse perché minacciano rovina: si funziona all’aperto in una baracca improvvisata e si chiedono soccorsi». Nel centro crollarono venti case e le altre ebbero a subire lesioni parziali. Nei giorni successivi, come documentato negli atti della Prefettura custoditi nell’Archivio di Stato di Reggio venne redatta una «Relazione tecnica sommaria dei danni» e venne inviato un distaccamento militare per i soccorsi. (continua)

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