Quest’anno la Pasqua a Gerusalemme porterà anche il segno di una dolorosa assenza: per ragioni di sicurezza, la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni pasquali al Santo Sepolcro sarà impedita o fortemente limitata. In una Città Vecchia segnata da chiusure, allarmi e accessi ristretti, anche il luogo della tomba vuota sembra consegnato, almeno per ora, al linguaggio austero del Venerdì Santo.
Le limitazioni agli accessi nella Città Vecchia
A Gerusalemme, quest’anno, il Venerdì Santo ha il suono delle sirene. Ha il passo svelto di chi cerca un rifugio. Ha il silenzio teso di chi sa che, da un momento all’altro, tutto può fermarsi. Scrivere della croce da qui, alle soglie della Pasqua, mentre la guerra sembra occupare perfino i luoghi dell’attesa, è particolarmente difficile. In questi giorni tutto appare sospeso. Le celebrazioni risentono di questo tempo ferito. Le porte si chiudono, gli accessi si restringono, i passi si arrestano. E viene da pensare, con dolore, che anche il Santo Sepolcro sia stato quasi escluso dalla Pasqua. Proprio il luogo che custodisce la memoria della morte e della risurrezione di Gesù sembra consegnato a una forma di assenza, di sottrazione, di digiuno.
Il silenzio come esperienza concreta
Ma il Venerdì Santo è precisamente questo: il giorno in cui tutto sembra perduto, in cui il bene non appare vincente, in cui Dio tace. Qui il silenzio non è soltanto una scelta spirituale: è un’esperienza concreta. C’è il silenzio che segue l’allarme. C’è il silenzio dei rifugi. C’è il silenzio di una città che porta nelle sue pietre il peso della preghiera e insieme quello del conflitto. Gerusalemme sembra trattenere tutto: la fede, il dolore, la memoria, la paura. E torna allora alla mente il sepolcro. Anche i rifugi, in questi giorni, assomigliano a quel luogo chiuso: uno spazio in cui si entra per resistere, per attendere, per attraversare il buio. Anche Gesù è passato di lì, è ancora lì: nel luogo dove tutto sembra finire, dove la pietra pare dire che la morte ha vinto. Il Venerdì Santo non chiede di affrettare la Pasqua. Chiede di saper restare. Restare quando il cielo non si apre. Restare quando le porte sono chiuse. Restare quando la speranza stessa sembra senza voce. Restare, anche quando non si può entrare nel dolore e nella solitudine dell’altro.
L’attesa di una speranza ostinata
Noi vorremmo subito la luce, ma la liturgia non consente scorciatoie. Prima dell’alleluia, la Chiesa custodisce il silenzio. Prima del sepolcro vuoto, custodisce il corpo deposto. Forse è questo che Gerusalemme ancora oggi insegna: che non ogni porta chiusa è l’ultima parola. Che non ogni sospensione è abbandono. Che esiste una speranza povera, ferita, ma ostinata, capace di resistere anche quando sembra che la guerra abbia vinto. Per ora, però, è Venerdì Santo. È il tempo del silenzio, della morte, dell’attesa. Non resta che vegliare e sperare, oltre ogni evidenza, in una pace là dove pace non c’è. È il tempo sobrio della fedeltà, della preghiera spoglia, della speranza che non si impone e resiste. E proprio per questo, forse, prepara già il passaggio del Risorto, anche attraverso le porte chiuse.
L’articolo Venerdì Santo a Gerusalemme, dietro porte chiuse proviene da Avvenire di Calabria.















