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V Domenica di Quaresima (Gv 11,1–45): davanti alla tomba, la fede che attraversa le lacrime

Il racconto evangelico della quinta domenica di Quaresima ci conduce a Betania, in una casa segnata dal lutto e dal silenzio della morte. Attraverso l’incontro tra Lazzaro e Gesù, la liturgia non propone una semplice rievocazione storica, ma interroga la profondità della fede umana davanti alla perdita e al ritardo apparente dell’intervento divino. Il pianto di Cristo e il comando di scoperchiare il sepolcro diventano i cardini di una narrazione che trasforma il dolore in un’occasione di rivelazione, preparando il credente ai riti della Settimana Santa.

Lazzaro e Gesù: il senso dell’attesa

Dopo la sete e dopo la luce, la liturgia ci conduce al punto più esposto: la morte. La quinta domenica non addolcisce il cammino quaresimale; lo porta al limite. A Betania – a pochi passi da Gerusalemme – la vita di una casa amata da Gesù si spezza: Lazzaro muore, e le sue sorelle, Marta e Maria di Betania, restano con un dolore che non si discute. Qui la Scrittura non ci chiede di essere “forti”: ci chiede di essere veri. Perché il Vangelo non è una tecnica per non soffrire; è una presenza che entra nella sofferenza.

Il dialogo con Marta e Maria

Gesù, sorprendentemente, non corre subito. Rimane dov’è “due giorni”. È una delle frasi più difficili: quando ami, perché non arrivi in tempo? Eppure il testo insiste: “Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro”. L’attesa non è indifferenza. È il modo – misterioso e doloroso – con cui Dio apre una profondità più grande del nostro schema: non solo guarire una malattia, ma rivelare la sua signoria sulla morte. Quaresima significa anche imparare che l’amore di Dio non coincide sempre con la nostra idea di tempestività. Quando Gesù arriva, la scena è potente e concreta. Marta gli va incontro: è una donna che ragiona, che cerca un appiglio. “Se tu fossi stato qui…”: la frase che abbiamo pronunciato tutti, almeno una volta, davanti a un’assenza, a un ritardo, a una perdita. Gesù non rimprovera; ascolta. E poi sposta la questione: “Tuo fratello risorgerà”. Marta risponde con la fede “giusta”, quella delle formule: “So che risorgerà nell’ultimo giorno”. Ma Gesù non le offre una dottrina: le offre sé stesso. “Io sono la risurrezione e la vita”. Non dice: “ti spiego la risurrezione”; dice: “ti sto davanti come risurrezione”.

La commozione del Figlio di Dio

La domanda che segue è il cuore: “Credi questo?”. Non è un quiz. È un appello. Marta pronuncia una confessione luminosa: “Io credo che tu sei il Cristo”. Qui la fede smette di essere una cornice e diventa una relazione: non un’idea su Dio, ma un affidarsi a Lui. Poi entra in scena Maria: non fa discorsi, cade ai piedi di Gesù e ripete la stessa frase: “Se tu fossi stato qui…”. E qui il Vangelo ci consegna una rivelazione che spesso dimentichiamo: Gesù si commuove, si turba, e piange. Non è un pianto “di scena”: è la compassione reale di Dio. Prima di gridare la vita, Gesù prende su di sé il peso della morte. Se la quarta domenica ci educava a vedere, la quinta ci educa a credere senza negare le lacrime.

Il richiamo alla vita e la liberazione

Arrivano alla tomba. E c’è un ordine sconcertante: “Togliete la pietra”. La potenza di Dio non elimina la nostra responsabilità; la chiama. Anche nella vita spirituale ci sono pietre che qualcuno deve spostare: difese, chiusure, rancori, abitudini di morte. Marta obietta con realismo: “puzza già”. È la voce della paura: non riaprire ciò che fa male, non toccare ciò che è ormai perduto. Ma Gesù risponde: “Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?”. Qui fede e visione si rovesciano: non vedi e poi credi; credi e cominci a vedere. E poi la parola decisiva: “Lazzaro, vieni fuori!”. È una voce che attraversa la pietra e la decomposizione, e chiama per nome. Lazzaro esce, ma è ancora legato. E Gesù conclude con un altro comando: “Scioglietelo e lasciatelo andare”. Anche la liberazione è un cammino: Dio ridona la vita, ma la comunità deve sciogliere i legami, permettere alla persona di respirare davvero.

Un cammino verso la Pasqua

Per questa settimana: un luogo, una domanda, un gesto. Il luogo: la tua “tomba” – quel punto della tua storia dove dici: “qui non c’è più niente”. La domanda: dove sto chiedendo a Dio solo di “arrivare in tempo”, invece di consegnargli ciò che non so più portare? Il gesto: scegliere una pietra da togliere, piccola ma reale – un atto di perdono, una confessione, una telefonata rimandata, un tempo di preghiera che non salti – e ripetere, con calma: “Tu sei la risurrezione e la vita”. Domenica prossima entreremo a Gerusalemme: Palme e Passione. Perché la voce che chiama “vieni fuori” conduce inevitabilmente alla Croce: il Signore che dona la vita a Lazzaro sta per consegnare la propria vita. E la Quaresima ci farà sostare lì, dove l’amore non si ritrae più, per aprire davvero la porta del mattino di Pasqua.

L’articolo V Domenica di Quaresima (Gv 11,1–45): davanti alla tomba, la fede che attraversa le lacrime proviene da Avvenire di Calabria.