Il 16 marzo si è svolto presso il salone del Santuario di San Paolo alla Rotonda un nuovo incontro della Scuola Biblica Paolina, un appuntamento che si inserisce nel percorso di approfondimento avviato lo scorso novembre. L’iniziativa, nata dalla sinergia tra la Scuola, il Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale e l’Ufficio per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso, ha messo al centro della riflessione il complesso rapporto tra l’apostolo Paolo e le sue radici giudaiche. Attraverso l’analisi della professoressa Elena Lea Bartolini De Angeli, docente di Ebraismo ed Ermeneutica Ebraica, i partecipanti hanno potuto esaminare le moderne chiavi di lettura dell’epistolario paolino, finalizzate a superare i pregiudizi antigiudaici e la teoria del sostituzionismo. Il resoconto dell’incontro evidenzia la necessità di ricollocare la figura di Paolo all’interno del “giudaismo medio”, interpretando la sua esperienza non come una conversione nel senso di un abbandono della propria identità, ma come una specifica chiamata missionaria rivolta ai gentili, in piena continuità con la fedeltà di Dio verso il popolo d’Israele.
L’incontro al Santuario della Rotonda e il tema dell’antigiudaismo
Il 16 marzo si è tenuto, in continuità con il percorso avviato nel novembre scorso, un nuovo appuntamento della Scuola Biblica Paolina, promosso in collaborazione con il Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale e con l’Ufficio per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso. L’incontro, ospitato nel salone del Santuario di San Paolo alla Rotonda, ha offerto l’occasione per riflettere su un tema di rilievo nel dibattito contemporaneo: le nuove prospettive di interpretazione dell’epistolario paolino che decostruiscono lo stereotipo antigiudaico e sostituzionista. Quest’ultimo ha alimentato l’idea che Paolo abbia presentato la Chiesa come subentrata a Israele nel progetto di Dio, configurandosi come “nuovo Israele, nuovo popolo di Dio”, una visione frutto di letture decontestualizzate delle sue lettere e dell’ebraismo del suo tempo. Relatrice è stata la prof.ssa Elena Lea Bartolini De Angeli, ebrea per parte materna e di fede ebraica, di padre cattolico. Docente, tra l’altro, di Ebraismo ed Ermeneutica Ebraica all’ISSR di Milano, ha condiviso uno sguardo competente e interno alla tradizione ebraica, maturato anche grazie al proprio contesto familiare interreligioso.
L’identità ebraica dell’Apostolo e le sue origini
In apertura, la Bartolini De Angeli ha proposto due affermazioni chiave che orientano la lettura dell’Apostolo. La prima si confà alle stesse parole che i Sussidi per una corretta presentazione degli ebrei e del giudaismo (1985) hanno attribuito a Gesù: Paolo «è ebreo e lo è per sempre». La seconda: «Paolo non è né il fondatore del cristianesimo né il distruttore del giudaismo»; rimane un figlio di Israele, come si legge nel saggio di Gabriele Boccaccini, Paolo secondo la Paul-Within-Judaism Perspective, nel volume Paolo di Tarso nel pensiero ebraico (Pazzini, 2025, p. 144). Il grembo dell’identità di Paolo è il giudaismo medio (IV sec. a.C. – II sec. d.C.): un mosaico composto da sadducei e farisei, esseni e terapeuti, samaritani, zeloti e sicari, comunità della diaspora ellenistica e il gruppo messianico ebraico dei seguaci di Gesù. La formazione farisaica di Paolo nasce dal dialogo tra due tradizioni: quella palestinese, che considera la Torah una rivelazione eterna comprensiva anche della tradizione orale, e quella ellenistica, che la interpreta come rivelazione indiretta e quindi suscettibile di revisione. Paolo abita entrambi questi mondi.
La missione verso i gentili e la rilettura della Legge
Quando nel I secolo il movimento di Gesù non è ancora una religione separata, ma interno all’ebraismo messianico, Paolo riceve, sulla via per Damasco, la “chiamata”, erroneamente interpretata come “conversione” nel senso che abbandona l’ebraismo. Paolo, invece, non ricorre mai al linguaggio della metanoia per descrivere il proprio cambiamento. Egli stesso scrive: “Dio… mi chiamò con la sua grazia e si compiacque di rivelare in me suo Figlio, perché lo annunziassi in mezzo ai gentili” (Gal 1,15‑16). È dunque una chiamata in missione verso i gentili dentro il giudaismo, non contro di esso. Ciò lo induce a rileggere, non a rifiutare, il ruolo della Torah: la interpreta nella convinzione che la fine dei tempi sia prossima, come emerge anche dalla Prima ai Tessalonicesi (4,1‑5,22). In questa prospettiva va compresa la sua insistenza sulla “giustificazione”, ossia il perdono che Dio offre mediante la fede, senza distinzione tra ebrei e gentili (Gal 2,15-16).
La Lettera ai Romani e l’immagine dell’unico ulivo
La riflessione di Paolo sulla Torah, in relazione a Israele e alle genti, trova la sua espressione più matura nella Lettera ai Romani, uno dei suoi scritti più organici. In particolare, i capitoli da 9 a 11 – richiamati anche nel paragrafo 4 di Nostra Aetate – offrono una sintesi definitiva del suo pensiero. Qui Paolo non afferma mai il rifiuto del popolo di Israele da parte di Dio (Rm 11,2), né della sua figliolanza adottiva e della Torah (Rm 9,4); al contrario, vede nella fedeltà di Dio al suo popolo il fondamento stesso dell’annuncio alle genti (Rm 11,11‑12). Non immagina neppure una sostituzione di Israele: pertinente è l’icona dell’unico ulivo radicato nelle promesse ai patriarchi, da cui rami naturali e innestati, ossia ebrei e cristiani, condividono la stessa linfa vitale, partecipando – senza perdere la propria identità – all’unico albero della famiglia di Dio (Rm 11,16‑24). Proprio questa visione unitaria permette a Paolo di affermare che, nel disegno di misericordia di Dio, l’abbraccio raggiunge sia il popolo dell’Alleanza sia le nazioni (Rm 11,32).
Nostra Aetate e il cammino condiviso tra Chiesa e Sinagoga
Nelle conclusioni della relazione, la prof.ssa Bartolini De Angeli ha collocato la figura di Paolo dentro l’orizzonte – aperto da Nostra Aetate 4 – del dialogo ebraico-cristiano che invita a riconoscere l’unità dei due Testamenti e la continuità dell’unica Alleanza: il Sinai e la Pasqua non si escludono, ma si illuminano reciprocamente. In questo quadro, ripensare Paolo non significa correggerlo, ma restituirlo al suo contesto, superare ogni forma di sostituzionismo. Per esprimere visivamente questo passaggio, la prof.ssa ha richiamato l’immagine della Sinagoga bendata della Cattedrale di Strasburgo, simbolo di un passato in cui l’ebraismo veniva rappresentato come accecato e sconfitto. A questa ha accostato la scultura contemporanea Synagoga and Ecclesia in Our Time di Joshua Koffman (2015), dove Sinagoga ed Ecclesia siedono fianco a fianco, entrambe rivolte alla Scrittura. Non più rivali, ma partner per la redenzione del mondo.
L’articolo Quale ermeneutica per gli scritti di Paolo di Tarso? proviene da Avvenire di Calabria.















