Mercoledì scorso la comunità parrocchiale di Gallico San Biagio ha vissuto con grande intensità e partecipazione l’ordinazione diaconale del seminarista Santo Federico. La celebrazione, presieduta dall’arcivescovo Fortunato Morrone, ha visto protagonista tutta la comunità: in tanti hanno lavorato per prepararla al meglio. Con spirito di servizio e di unità, i fedeli gallicesi hanno custodito e accompagnato la vocazione di don Santo, così come l’anno scorso hanno visto nascere il cammino sacerdotale di don Angelo Pensabene. La Parrocchia di San Biagio si conferma fucina di vocazioni, ne abbiamo parlato con don Nino Russo, che da tre anni guida la comunità parrocchiale.
Che significato ha avuto per la parrocchia la celebrazione di mercoledì?
È stato un momento molto bello, in cui si sono armonizzate la festa, la preghiera e il rendimento di grazie, ma anche il lavoro che ha impegnato tutti — gruppi, volontari, persone — per vivere da comunità l’ordinazione di Santo e, insieme alla sua famiglia, offrirgli una vera festa. Vederlo felice e realizzato, percepire il suo bisogno della nostra presenza, della preghiera, dell’accompagnamento e dell’affetto è stato per noi uno stimolo grande.
Al termine delle celebrazioni e della festa, si avvertiva quanto la gente fosse contenta e quanto avesse lavorato. Durante la liturgia si è respirato molto silenzio e un’intensa atmosfera di preghiera: nonostante l’alto numero di partecipanti, per una chiesa così piccola non c’è stata confusione. C’erano un affetto sincero e una fede profonda, per Santo e per ciò che lo Spirito compie nella Chiesa. Santo non è un’eccezione: è il frutto di ciò che lo Spirito suscita nelle comunità e nei fedeli. La sua ordinazione diaconale è il risultato di un cammino compiuto nella sua comunità e in altre esperienze ecclesiali.
Fatico quasi a tracciare il confine tra il suo percorso personale e quello della comunità: è stato un tutt’uno, con grande unità, complicità, preghiera, gioia e gratitudine — in lui, nella sua famiglia, vicina e presente, e in tutti coloro che hanno condiviso con lui il cammino nell’Azione Cattolica e nell’oratorio. Appena poteva, veniva a trovarci; abbiamo vissuto il Giubileo dei giovani con la parrocchia; d’estate è tornato più volte. Pur seguendo la formazione in Seminario, le esperienze che lo hanno aperto alla Chiesa universale non hanno reciso le radici: tornare alla comunità, all’amicizia, alle relazioni gli è sempre venuto naturale.
Sono qui da tre anni e l’ho trovato già in Seminario, insieme ad Angelo, nell’ultima fase della formazione. Li ho affiancati in questo tratto finale e con entrambi si è creato un bel rapporto di fiducia, dialogo e confronto.
In che modo le parrocchie sono chiamate ad accompagnare le vocazioni, secondo te?
Credo che la parrocchia sia, normalmente, il grembo in cui nascono le vocazioni, pur sapendo che oggi lo Spirito le suscita anche in altri contesti: volontariato, santuari, movimenti. Questo ci dice che Dio non si dimentica di nessuno, neppure di chi frequenta poco la comunità: cerca sempre di farsi conoscere. Don Bosco diceva che il Signore chiama il 10% dei giovani; forse non ascoltiamo abbastanza la sua voce, non ci fidiamo a sufficienza.
Mi ha colpito, dopo il Giubileo del Cammino Neocatecumenale a Roma, vedere alla chiamata di Kiko Argüello rispondere circa 10.000 ragazzi e 10.000 ragazze su 120.000 presenti: un’onda di entusiasmo che ha messo in difficoltà l’organizzazione. Certo, serviranno discernimento e verifica, ma quei giovani hanno sentito la voce del Signore e hanno voluto rispondere con gioia.
Come comunità, anche se oggi frequentano meno giovani, siamo chiamati ad affinare la nostra testimonianza: essere accoglienti e coerenti con il Vangelo. A volte le abitudini e l’età media avanzata ci incrostano; dobbiamo chiederci quanto spazio e tempo riserviamo ai ragazzi. Serve pazienza, amore gratuito, sapendo che molti partiranno per studio o lavoro: ciò che seminiamo resta nella Chiesa universale. Non dobbiamo perdere speranza e sensibilità verso i giovani. Il recente Giubileo dei giovani a Roma mi ha mostrato la loro potenzialità e la forza di cui la Chiesa ha bisogno: dinamismo, creatività, entusiasmo, resilienza. Con una testimonianza vera, fondata sulla Parola e su un’umanità redenta e sensibile, si possono generare relazioni di reciproco aiuto e collaborazione.
In che modo la parrocchia ha accompagnato Santo in questi anni e, soprattutto, nel giorno dell’ordinazione?
Dal primo giorno qui, tre anni fa, mi ha colpito quanto la comunità avesse a cuore il cammino vocazionale di Santo e di Angelo, i nostri due seminaristi. Per loro c’erano preghiera, aiuto, sostegno, telefonate, una vicinanza quasi quotidiana: sono cresciuti in parrocchia e hanno legami profondi di affetto e di fede. Catechisti e animatori sono stati per loro un riferimento e uno stimolo a porsi domande su vita, fede e vocazione.
Quando hanno deciso di entrare in Seminario, il legame non si è allentato; anzi, in questi giorni — dalla veglia all’ordinazione — è emerso con forza: la comunità era emozionata, grata e orante quanto Santo. Lo si percepiva nei silenzi, negli occhi lucidi di gioia e nella festa preparata con generosità, come in una famiglia quando ci si vuole bene.
Che consigli dai ai parroci? In che modo possono servire al meglio le vocazioni maturate nelle loro parrocchie?
Mi sento piccolo davanti alle vocazioni che il Signore suscita: la nostra opera può contare, ma la chiamata è sua. Papa Francesco ci ricorda che un sacerdote deve essere gioioso: un prete contento della sua vocazione la testimonia. C’è un legame profondo tra il sacerdote inviato a servire e i nuovi chiamati: una condivisione della chiamata nello Spirito. Per questo ritengo decisivo uno stile paterno: chi ha più esperienza nella Parola aiuti i giovani a muovere passi fiduciosi verso Dio, che non chiede cose assurde né contro la loro libertà, ma li chiama alla pienezza di vita. Scegliere Dio non limita, ma potenzia i doni e i carismi che ha posto in loro: la grazia fa fiorire ciò che già hanno, aiutandoli a superare ostacoli, difficoltà e dubbi.
Che consigli dai ai ragazzi che si stanno interrogando sulla possibilità di una vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata?
Anzitutto: non abbiate paura di Dio. Non è un “mostro” che toglie libertà, gioia e vita; è un Padre che vi vuole felici. Se ci ha creati, ha dato a ciascuno un compito e gli strumenti per realizzarlo, e ci aiuta a portarlo a compimento. Tanti dubbi e perplessità nascono quando non incontriamo testimoni credibili. I giovani cercano coerenza e autenticità: persone che siano segni che indicano il cielo, l’infinito, l’eternità.
Per questo, come sacerdoti e comunità, dobbiamo permettere ai ragazzi di conoscere la Chiesa nelle sue espressioni più belle, nei carismi più luminosi: così potranno fidarsi non solo della Chiesa e dei sacerdoti, ma di Dio che crea, ama, redime, salva e accompagna ogni vita.
È un cammino, con tanti percorsi nella Chiesa, non solo parrocchiali. Il mio consiglio è: fate esperienza. Liberate lo spirito; non attaccatevi solo alle cose materiali — importanti, sì, ma non decisive per la felicità — e date spazio alla vita spirituale, al confronto con culture e religioni, alla conoscenza di voi stessi. In un Paese dalla profonda cultura cristiana, vale la pena approfondire dimensione spirituale, fede, storia, santi. Dobbiamo suscitare il desiderio di approfondire la vita interiore: accendere luci su ciò che spesso resta invisibile, perché dietro la realtà esterna c’è una profondità spirituale che riflette la nostra sensibilità.
L’articolo Ordinazione diaconale di Santo Federico, parla don Nino Russo: «La parrocchia è il grembo delle vocazioni» proviene da Avvenire di Calabria.














