Stamattina si è svolta la Messa del Crisma nella Basilica Cattedrale di Reggio Calabria presieduta dall’arcivescovo metropolita, monsignor Fortunato Morrone. Durante la celebrazione eucaristica si è svolta la benedizione e la consegna degli Olei santi. Tra i concelebranti anche gli arcivescovi emeriti Vittorio Luigi Mondello e Giuseppe Fiorini Morosini.
Pubblichiamo di seguito l’omelia integrale dell’arcivescovo Morrone.
Il saluto iniziale e lo sguardo alle sofferenze globali
Carissimi fratelli e sorelle in Cristo, saluto tutti voi, popolo santo di Dio, religiose e religiosi, i nostri vescovi emeriti, mons. Mondello e mons. Morosini che ringrazio per la loro significativa e fraterna presenza, i diaconi e in modo speciale voi presbiteri della nostra Arcidiocesi.
L’attuale quadro geopolitico, umanamente parlando è drammatico. Le sofferenze di tantissimi non possiamo non porle davanti al Signore implorando per tutti riconciliazione e giustizia. Ma questa santa Eucaristia, memoriale della Pasqua del Signore Gesù, ci spinge a non demordere dal nostro personale e comunitario impegno per essere artigiani di concordia e di pace nel piccolo del nostro vissuto quotidiano per offrire a tutti un po’ di speranza.
Stupore, consapevolezza e i pericoli della vanità ministeriale
Poco prima della nostra ordinazione diaconale e presbiterale una domanda, posta dal vescovo al rettore del seminario o ai formatori dei religiosi, è risuonata nella cattedrale: “sei certo che ne sia degno”? Ricordate? Immagino che a nessuno di noi sia sfiorata l’idea di sentirsi all’altezza del compito e della missione che il Signore mediante la Chiesa ha consegnato alle nostre umane esistenze per portare e offrire Cristo ai fratelli e alle sorelle a noi affidate. Al contrario, stupore e gratitudine credo siano stati i moti dell’animo che ci hanno attraversato.
Con tali sentimenti oggi siamo chiamati a vivere questa santa celebrazione insieme alle necessarie prove, sofferenze, cadute, gioie e fatiche apostoliche, compromessi al ribasso e generosi slanci appassionati nell’annuncio del Vangelo nonostante la chiara e consapevole percezione della nostra pochezza e inadeguatezza, accompagnate da paure, ansie di prestazioni e frenesie spiritualiste. Ma ringraziamo il Signore per le volte che riceviamo sinceri attestati di stima e di riconoscenza da parte di non poche persone che abbiamo curato, accompagnato, educato a seguire con decisione il Signore Gesù nel quotidiano della loro esistenza.
Siamo certi, anzi crediamo fermamente che il Signore continua a fidarsi di noi, scommette sempre su di noi. È questa fede in lui che ci rende giusti, degni, meglio graziati, amati comunque, perché appaia in noi, nella fragilità della nostra condizione creaturale la forza del suo Spirito (cfr. 2 Cor 4,7). Insomma, non abbiamo meriti per essere stati unti presbiteri o vescovi. Se ci manca questa grata consapevolezza è facile essere tentati di cercare fuori dal nostro ministero medaglie al merito, riconoscimenti e titoli vari che certamente nuocciono alla causa del Vangelo e alla missione della Chiesa a cui abbiamo votato la nostra breve vita.
Sono sicuro che questo nostro presbiterio, corroborato dal desiderio di vicendevole aiuto fraterno e dalla continua ricerca di vera amicizia, è perciò mosso dall’incessante ricerca di tutte le vie pastorali perché il Vangelo si radichi sempre più nelle coscienze dei nostri credenti e, con loro, sia sparso in abbondanza, come seme fecondo, in tutti i luoghi frequentati dalla gente che abita i nostri territori.
Pertanto, sono sinceramente grato al Signore per ciascuno di voi, per il continuo lavoro pastorale svolto con assiduità e passione, con competenza e dedizione. Gli incontri di verifica che stiamo svolgendo nelle zone pastorali mi confermano in questa convinzione. Non mancano certo nel nostro agire pastorale e nel nostro stile di vita alcune criticità personali e comunitarie su cui dobbiamo sempre vigilare con prudenza per emendare quella parte di noi che mette in ombra l’identità evangelica della carità pastorale del nostro ministero. Su quest’aspetto siamo tutti chiamati a correggerci vicendevolmente secondo il dettato di Gesù in nome dell’amicizia fraterna che, nell’Eucaristia da noi celebrata e presieduta, trova la fonte della comunione ecclesiale.
Il coinvolgimento dei laici e la via della corresponsabilità
Insieme a voi desidero ringraziare il Signore per i nostri credenti laici, donne e uomini, che supportano e affiancano con grande generosità l’azione ministeriale nelle nostre comunità parrocchiali e diocesane: dovremmo essere più attenti a riconoscere e valorizzare sempre più i loro propri doni e carismi, nella dinamica ecclesiale della corresponsabilità che stiamo tutti reimparando a praticare nel cammino sinodale avviato da un po’ di anni. Educare e educarci alla corresponsabilità è una via concreta e praticabile per essere presbiteri felici e orgogliosi di constatare, dopo tanta fatica pastorale, che non pochi dei nostri laici vivono in questo nostro mondo con una testimonianza di fede salda e gioiosa, credibile e feconda.
La centralità della Parola e l’esigenza di una formazione permanente
Pertanto, carissimi, l’odierna celebrazione del crisma ci offre ancora una volta l’opportunità di rileggere e calibrare il nostro ministero nello specchio della Parola di Dio per riguadagnare il senso autentico della carità pastorale, principio unificante che, come ci ha ricordato papa Leone XIV, ci aiuta a «saper discernere ciò che giova e ciò che è il proprium del ministero, secondo le indicazioni della Chiesa» (Lettera apostolica, Una fedeltà che genera futuro, 24).
Isaia anzitutto annuncia l’unzione messianica del profeta futuro, «mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore» (Is 61,1-2a). Quest’ultima affermazione viene rimarcata e specificata dal vangelo di Luca: l’anno di grazia del Signore è inaugurato da Gesù a Nazaret, il cui ministero messianico, siglato dall’unzione dello Spirito, rivela il volto misericordioso di Dio (Lc 4,16-21) narrato da Gesù con la sua incessante predicazione e resa visibile nella sua stessa persona votata alla salvezza di tutti. I tratti programmatici del ministero di Gesù descritti dall’evangelista Luca ispirato da Isaia, così come successivamente saranno dal Maestro declinati nelle scelte che lo porteranno fino a Gerusalemme, interessano e interpellano il nostro ministero pastorale a servizio del popolo sacerdotale di Dio.
Ben sappiamo che il nostro sacramento, non è anzitutto per noi stessi, ma per l’edificazione e la cura del popolo di Dio di cui noi siamo parte integrante. Le promesse-impegni che tra poco rinnoveremo ci chiedono di decentraci da noi stessi e di metterci totalmente al disinteressato servizio della crescita credente delle nostre comunità. E il primo compito affidatoci è l’annuncio della Parola, vero cibo che nutre l’esistenza umana dei credenti e che prende forma sostanziosa nella testimonianza della carità e nella celebrazione dei sacramenti, segni salvifici che accompagnano e curano la vita dei cristiani a cominciare dalla nascita. Il primato della Parola, Scrittura e Tradizione insieme, infatti precede e fonda ogni azione liturgica e caritativa, mentre trova il suo culmen et fons vitae nell’Eucaristia, in cui la Chiesa si specchia e si dispiega nella comunione dei suoi membri quale sacramento di unità per tutto il genere umano (cfr. LG 9).
In tal senso, accogliendo quello che è emerso dal cammino sinodale delle Chiese in Italia a partire dalla nostra, la cura del popolo di Dio si declina nella sistematica formazione dei nostri cristiani che necessariamente implica la nostra formazione permanente personale e comunitaria. Noi tutti per i nostri credenti desideriamo una fede adulta e missionaria per non chiudere la bellezza del Vangelo nei circuiti un po’ angusti delle nostre comunità parrocchiali. Desideriamo una fede matura in particolare per coloro che con noi portano avanti l’azione pastorale sia nelle nostre comunità sia in tutti gli ambiti della vita umana. In questa stagione epocale sempre più complessa e conflittuale, per alcuni versi distruttiva della bellezza e della dignità di ogni persona come stiamo drammaticamente constatando, l’esistenza cristiana necessita di un supplemento d’anima eccezionale, di uno slancio evangelico coraggioso che intercetti i desideri più profondi del cuore umano insieme alle sue fragilità, e li porti verso il gusto e la gioia della vita buona del Vangelo. Pertanto, una fede adulta è tale se è anche una fede pensata, formata in permanenza. Ebbene questo vale anzitutto per noi.
Chiediamoci: quanto tempo dedichiamo e quanto investiamo anche economicamente per crescere nella misura della maturità di Cristo (Ef 3,18-19; 4,13-15)?
L’iniziazione cristiana è parte di questo lavoro pastorale che ci vede coinvolti come presbiterio insieme ai nostri christifidelis laici. La nostra diocesi, grazie a Dio, in questo campo gode già di una bella tradizione e una buona prassi pastorale. Tuttavia questi nostri tempi in continuo cambiamento e con provocazioni culturali ed etiche ci sollecitano, in nome del Vangelo e per amore di questo nostro popolo, ad osare un po’ di più per immettere nella terra della nostra chiesa nuovi semi per nuovi germogli affinché nuovi frutti evangelici possiamo ancora gustare, come già è accaduto nel passato recente ad opera di pastori, di donne e di uomini che guardiamo con riconoscenza per il loro impegno profetico, caritativo e sociale, culturale e politico.
L’impegno per una fede matura oltre il devozionalismo
Carissimi, il nostro ministero nella Chiesa è chiamato a quel di più evangelico indispensabile per la maturità del popolo di Dio: non possiamo permettere che i nostri fedeli rimangano in una sorta di minorità spirituale nutrita di sole devozioni.
Possiamo accontentarci di lasciare i nostri credenti in una religiosità atavica che non incide nel vissuto sociale, culturale e politico della nostra terra mentre rischia di fare da supporto identitario a un certo tradizionalismo ideologico che poco sa della bellezza liberante del Vangelo e della gioiosa appartenenza alla Chiesa?
Abbiamo una grande responsabilità nei loro confronti e di fronte a Dio. Per questo l’apostolo Paolo ci raccomanda di ravvivare il dono di Dio che è in noi» (2 Tm 1,6) in modo da ravvivarlo in tutti i membri della nostra Chiesa con la Parola e i sacramenti, con l’ascolto, l’accoglienza e l’accompagnamento di chi smarrito cerca senso di vita, di chi nella sofferenza chiede una parola di consolazione o una luce di discernimento per le nostre giovani e i nostri giovani, per aiutarli a tradurre in scelte di vita credente la propria unzione battesimale. La nostra unzione ministeriale, infatti, non ci ha abilitati ad una professione ma ha dato forma evangelica alla nostra libertà, libertà che in quanto è il proprium dell’essere in Cristo imago Dei, è fondamento della intangibile dignità umana che siamo chiamati a custodire in noi e nei credenti perché in loro come in noi “sia formato Cristo” (Gal 4,19).
Lo sappiamo bene che per vivere questo compito ecclesiale così impegnativo, è vitale per ciascuno di noi il continuo rapporto con il Signore poiché, come ci ha ricordato qualche anno fa papa Francesco: «se l’incontro con Lui perde la sua freschezza, finiamo per toccare con mano soltanto la sterilità delle nostre parole e delle nostre iniziative. … Teniamo fisso lo sguardo su di Lui…: è Lui il principio e il fondamento che avvolge di misericordia le nostre debolezze e tutto trasfigura e rinnova; è Lui ciò che di più prezioso siamo chiamati a offrire alla nostra gente» (Discorso alla 66 Assemblea Cei, 19.05.2024).
L’appello alla fraternità presbiterale come antidoto alla solitudine
Nondimeno è necessario riguadagnare in noi anche una più alta coscienza del sensus ecclesiae e del sensus fidei della communio di cui siamo pur ministri anche mediante l’esercizio della fraternità tra di noi, concreta, faticosa e gioiosa insieme, visibile testimonianza della comunione ecclesiale che ci regala respiro umano sostanziato dal comune e condiviso sentire secondo l’unzione dello Spirito di Gesù. «La fraternità presbiterale – ci ha ricordato papa Leone – prima ancora di essere un compito da realizzare, è un dono insito nella grazia dell’Ordinazione. Va riconosciuto che questo dono ci precede: non si costruisce soltanto con la buona volontà e in virtù di uno sforzo collettivo, ma è dono della Grazia, che ci rende partecipi del ministero del Vescovo e si attua nella comunione con lui e con i confratelli» (papa Leone, Una fedeltà che genera futuro 14).
Le relazioni fraterne tra di voi aiutano inoltre a calibrare le relazioni di paternità con le persone che siete chiamati a custodire nella carità pastorale, quella medesima che condividete con il vescovo il quale, al di là del fondamento sacramentale, viene da voi custodito nella sua stessa paternità fraterna nei vostri confronti. Tra di noi queste relazioni interconnesse, oltre e dentro la nostra stessa struttura umana sociale, assumono effettivamente la concretizzazione della qualità ecclesiale essenziale del nostro ministero ordinato. Pertanto, carissimi, «non disertiamo le nostre riunioni, come alcuni hanno l’abitudine di fare, ma esortiamoci a vicenda» (Eb 10,25). Avvaliamoci dei vari incontri diocesani e zonali come chiamata e dono di Dio a dedicare più tempo e spazio per coltivare la vita fraterna, perché emerga il volto eucaristico del noi ecclesiale che custodisce la nostra umanità e invera la nostra personale azione ministeriale, mentre aiuta a superare le possibili solitudini frutto anche di una mancanza di comunicazione tra di noi.
Ecco carissimi questa santa liturgia del crisma ci ha permesso di soffermarci brevemente su alcuni aspetti della nostra vita credente come presbiteri che tutti ben conosciamo, ma sui quali dobbiamo sempre ritornare mettendoci ogni giorno ai piedi del nostro Maestro e Signore per un ascolto fruttuoso della sua Parola mentre all’intercessione della Vergine Maria, nostra Madre, affidiamo il nostro ministero sacerdotale. Amen.
L’articolo Messa del Crisma, l’omelia dell’arcivescovo Morrone: «Una fede adulta è formata in modo permanente» proviene da Avvenire di Calabria.















