Ai Overview: Il professore Pasquale Triulcio, docente di archeologia cristiana presso l’Istituto Teologico Calabro, propone una disamina sul ruolo attuale della ricerca storico-archeologica, prendendo spunto da una recente lettera di Papa Leone XIV. L’intervento analizza l’importanza dei ritrovamenti del 2026, anno denso di scoperte di rilievo in Italia e nel bacino del Mediterraneo, e ripercorre le tappe fondamentali del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana in occasione del suo centenario. Il testo, infine, si sofferma sul valore educativo della disciplina, definita dal Pontefice “scuola di incarnazione”, e sottolinea la necessità di una corretta divulgazione scientifica per la riscoperta dell’identità comunitaria.
Il ruolo della ricerca storico-archeologica oggi
Papa Leone lo scorso 11 dicembre in una lettera dedicata all’archeologia cristiana scriveva: «Oggi siamo chiamati a chiederci: quanto ancora può essere proficuo, nell’epoca dell’intelligenza artificiale e delle investigazioni nelle infinite galassie dell’universo, il ruolo dell’archeologia cristiana nella società e per la Chiesa?» La domanda è quanto mai attuale. Il 2026 si rivela un anno particolarmente importante per l’archeologia. Tra i più recenti e importanti ritrovamenti archeologici figurano una sontuosa villa romana imperiale a Castel di Guido e le indagini sul mammisi tolemaico a Coptos in Egitto. A Roma (Pietralata e Necropoli Ostiense) è emerso un piccolo sacello del II secolo a.C. con vasche e tombe, mentre a marzo è stato svelato un settore inedito della Necropoli Ostiense. A Napoli sono stati segnalati splendidi mosaici sommersi al largo del golfo, che arricchiscono la mappa delle ville di villeggiatura marittima di epoca romana. Interessanti i ritrovamenti di resti di navi di epoca romana lungo le rotte interne elvetiche. Così in Croazia: sono stati individuati a Cibalae mosaici cristiani risalenti a 1.600 anni fa con particolari iscrizioni antiche. E si potrebbe proseguire.
Il centenario del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana
Perché una lettera sull’importanza dell’archeologia cristiana? L’occasione è il centenario del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana (PIAC). ll PIAC è stato fondato per volontà di Pio XI Achille Ratti (1922-1939) con motu proprio “I primitivi cemeteri” dell’11 dicembre 1925. L’idea della creazione di un “Pontificio Istituto delle Antichità Cristiane” risale all’anno 1900, per poi definirsi negli anni della Prima Guerra Mondiale sotto il pontificato di Benedetto XV (1914-1922). L’intenzione originaria era inaugurare nel primo centenario della nascita di Giovanni Battista de Rossi (1822-1894), Nel 1927 Pio XI assegnava all’Istituto il palazzo attuale, ristrutturato pochi anni fa dalla Santa Sede. L’Istituto iniziò le sue attività con grande slancio e grandi nomi di fama internazionale – Johann Peter Kirsch, Joseph Wilpert, Henri Quentin, Angelo Silvagni e ben presto Enrico Josi. Il secondo rettore, il belga Lucien De Bruyne (1946-1961), riuscì a consolidare l’Istituto, che negli anni ’60 assumeva un carattere decisamente archeologico. Questo sviluppo va senz’altro collegato a Félix Darsy, Domenicano francese, purtroppo rettore soltanto per pochi anni (1961-1967), e al segretario Pasquale Testini (1951-1961), che pubblicò un noto manuale e nel 1960 concepì i “Corsi di iniziazione allo studio delle antichità cristiane”, tuttora attivi (cfr. https://www.piac.it/).
La disciplina come scuola di incarnazione
Per papa Leone XIV l’archeologia può essere «scuola di incarnazione». Si tratta di una splendida intuizione che attribuisce all’archeologia una funzione educativa finalizzata ad una «teologia dei sensi»: una teologia che «sa vedere, toccare, odorare, ascoltare. L’archeologia cristiana educa a questa sensibilità. Scavando tra le pietre, tra le rovine, tra gli oggetti, essa ci insegna che nulla di ciò che è stato toccato dalla fede è insignificante. Anche un frammento di mosaico, un’iscrizione dimenticata, un graffito su una parete catacombale possono raccontare la biografia della fede. In tal senso, l’archeologia è anche scuola di umiltà: insegna a non disprezzare ciò che è piccolo, ciò che è apparentemente secondario. Insegna a leggere i segni, a interpretare il silenzio e l’enigma delle cose, a intuire ciò che non è più scritto. È una scienza della soglia, che sta tra la storia e la fede, tra la materia e lo Spirito, tra l’antico e l’eterno». Ed infine conclude: «Chi conosce la propria storia, sa chi è. Sa dove andare. Sa di chi è figlio e a quale speranza è chiamato. I cristiani non sono orfani: hanno una genealogia di fede, una tradizione viva, una comunione di testimoni. L’archeologia cristiana rende visibile questa genealogia, ne custodisce i segni, li interpreta, li racconta, li trasmette. In questo senso, essa è anche ministero di speranza. Perché mostra che la fede ha già attraversato epoche difficili. Ha resistito alle persecuzioni, alle crisi, ai cambiamenti. Ha saputo rinnovarsi, reinventarsi, radicarsi in nuovi popoli, fiorire in nuove forme. Chi studia le origini cristiane, vede che il Vangelo ha sempre avuto una forza generativa, che la Chiesa è sempre rinata, che la speranza non è mai venuta meno».
Il dovere della divulgazione
A noi il compito di rinnovare l’interesse e lo stupore verso la bellezza degli studi archeologici che aiutano a vedere come il passato torni a parlarci. Lo studioso, storico o archeologo, ha «il dovere sociale della divulgazione», come ricorda Henri-Irénée Marrou ne La conoscenza storica, ovvero offrire alla comunità una «lezione di umanità», permettendole di andare alla scoperta della propria identità e stimolando quella curiosità che va oltre lo sguardo concentrato su un reperto archeologico, per giungere a ricostruire quella civiltà dell’amore di cui l’umanità ha tremendamente bisogno.
L’articolo L’analisi di Padre Triulcio sulla lettera di Papa Leone XIV dedicata all’archeologia cristiana proviene da Avvenire di Calabria.















