Cerca
Chiudi questo box di ricerca.

La riflessione dell’arcivescovo Morrone: il Natale rovescia le logiche del potere e chiede di prendere posizione

Nel cuore di una storia universale che spesso appare dominata dalle logiche ferree del potere e del calcolo, il messaggio del Natale irrompe come una provocazione capace di interrogare la coscienza e orientare lo sguardo sul senso profondo dell’agire di Dio nella storia.

Il cuore di Dio al centro della storia

Nel cuore di una storia universale che spesso appare dominata dalle logiche ferree del potere e del calcolo, il messaggio del Natale irrompe con una forza sovversiva che capovolge le gerarchie umane.

L’arcivescovo Fortunato Morrone, nelle omelie scritte per la Messa della notte e per la Messa del giorno, offre una lettura del mistero dell’Incarnazione che scava nelle contraddizioni del nostro tempo: il racconto della nascita di Gesù, situato dall’evangelista Luca sullo sfondo dei grandi imperi, ci ricorda anzitutto che «il cuore di Dio è più grande delle nostre attese». Mentre il mondo sembra essere in balia di poteri umani divinizzati, figure che vanno dal Cesare di turno ai moderni tecnocrati, la vera guida della storia rimane Dio, che agisce secondo modalità che spesso sfuggono alla comprensione immediata.

Il censimento e la libertà umana malata

La riflessione dell’arcivescovo parte proprio da quel censimento voluto da Augusto, un atto amministrativo che, letto in profondità, diviene l’emblema di una «libertà umana malata e corrotta». Il censimento non è solo contabilità demografica, ma espressione di un dominio che vuole disporre delle persone a proprio piacimento.

Morrone evidenzia come in questa visione della società, in cui il sovrano conteggia i sudditi per servirsi di loro, si inserisca invece la mano di Dio.

Luca ci fa intendere che «per Dio al centro della storia umana non ci sono i potenti di questo mondo, ma i poveri, gli anawîm». La venuta di Cristo smaschera l’arroganza di chi, ieri come oggi, pianifica «una puntuale tassazione per finanziare guerre, in vista dell’espansione o del controllo territoriale, economico e sociale del mondo»: il censimento che umilia e assoggetta si scontra con la logica di Dio che, invece, «non conta gli uomini considerandoli suoi sudditi da asservire, ma conta piuttosto su ogni singola persona».

Le ferite del presente e la falsa pace

Lo sguardo si allarga inevitabilmente alle ferite aperte del presente. Non è possibile celebrare il Natale rimanendo indifferenti dinanzi a quella «guerra mondiale a pezzi» che insanguina il pianeta, da Gaza al Congo passando per l’Ucraina. L’arcivescovo mette in guardia da una “nuova logica imperiale” che non esita a «massacrare popolazioni inermi, a deportare o spingere ad occupare con la violenza territori nazionali altrui per la ricchezza di minerali rari necessari per l’attuale tecnologia».

In questo scenario, il rischio per i cristiani è quello di rifugiarsi in un clima natalizio americanizzato, fatto di un consumismo che «ammorba le coscienze pacificandole con l’invito subdolo a compiere, almeno a Natale, una buona azione nei confronti dei poveri».
Ma il Vangelo non è un anestetico. Al contrario, la venuta di Gesù è descritta come un fuoco che «ci toglie la pace, se pensiamo la pace come una calma inerte».

Sperare è prendere posizione

Il richiamo è alla responsabilità attiva del credente. La vera pace, quella portata dal Cristo, non permette di voltarsi dall’altra parte sperando che nessuno ci disturbi. Essa chiede molto di più: «Ci chiede, soprattutto, di prendere posizione». Il presule, rifacendosi al pensiero di Papa Leone, afferma che davanti alle ingiustizie e alle diseguaglianze, «sperare è prendere posizione. Sperare è capire nel cuore e mostrare nei fatti che le cose non devono continuare come prima». È un invito a non lasciarsi vincere dalla rassegnazione o dalla tristezza, ma a riconoscere in quel Bambino avvolto in fasce la «Luce vera che illumina ogni uomo».

Sebbene gli uomini talvolta preferiscano le tenebre, la nascita di Gesù decreta che l’esistenza di ogni creatura è «intangibile e inviolabile».

La fragilità che salva

La riflessione dell’arcivescovo Morrone si conclude focalizzandosi sulla scandalosa normalità di Dio fatto uomo. In Gesù non troviamo «nessun atteggiamento altero», nulla che richieda l’ammirazione narcisistica tipica dei leader o dei “divi” moderni. La sua è un’umanità fragile, bisognosa di tutto, che «infastidisce la nostra anormale ricerca di eccezionalità».

Eppure, proprio in questa fragilità risiede la nostra salvezza e la nostra dignità.

Facendo proprie le parole di Paolo VI, l’arcivescovo ribadisce che Cristo ci è necessario: necessario per ritrovare le ragioni della fraternità, per non smarrirci nelle tenebre e per «imparare l’amore vero e camminare nella gioia». Solo accogliendo questa “santa provocazione” e diventando artigiani di pace, i cristiani potranno testimoniare che la luce splende nelle tenebre e che le tenebre non l’hanno vinta.

L’articolo La riflessione dell’arcivescovo Morrone: il Natale rovescia le logiche del potere e chiede di prendere posizione proviene da Avvenire di Calabria.