Un anno di Morrone, uno stile episcopale “forgiato” dal Sinodo

«Il suo sguardo sulla nostra Chiesa diocesana è sempre uno sguardo comunionale - scrive don Pietro Sergi - che cerca le migliori soluzioni, come accade per i genitori nella vita di ogni buona famiglia»

Il Vicario per la Cultura dell'arcidiocesi di Reggio Calabria - Bova, don Pietro Sergi, propone una riflessione sul primo anno di episcopato di monsignor Morrone in diocesi.

“Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così [sul ciglio della piscina di Betzatà, paralitico bloccato da trentotto anni], gli disse: «Vuoi guarire?»” (Gv 5,6). Con questo brano di Giovanni, con una domanda sospesa, don Fortunato, il nostro nuovo vescovo, rivolse un anno fa per la prima volta le sue parole al nostro presbiterio.

Ricordo l’impressione che fece in me, perché in un attimo anch’io sono stato trascinato dal nuovo vescovo, ancora solo vescovo eletto, davanti al mio bisogno umano e davanti all’Unico che lo riempiva di senso e di speranza. Si era in un momento in cui la pandemia da COVID 19 aveva bloccato la vita delle nostre comunità, le nostre chiese erano ancora vuote e si cominciava timidamente a riaprirle con tutti gli accorgimenti e le norme che miravano a evitare la diffusione del contagio e che pure mettevano in luce il grande bisogno di concepirsi insieme, di sentirsi abbracciati e di guarire.

Don Fortunato si rivolgeva a noi e, attraverso di noi, a tutti, e non partiva da un programma che aveva da applicare come nostro nuovo vescovo, ma dal guardare la sua ferita con Gesù e dall’ascolto di una Voce che lo rimetteva davanti alla sua responsabilità di uomo: «Vuoi guarire?». «Sì, Signore, lo voglio!».

«Anch’io!» sentii istintivamente sorgere la mia più vera voce in me e mi sentii in quel momento “insieme” a chi sedeva accanto a me, insieme a quanti erano a casa, ancora ignari di quanto stava accadendo tra le mura della cattedrale chiusa al pubblico, le cui campane in quel mezzogiorno strano avevano cominciato a suonare a festa.

Don Fortunato Morrone da quel giorno ha cominciato il suo cammino nel cuore della nostra gente. Il suo sorriso accogliente e il tono della sua voce, che sussurra una proposta di apertura, ha cominciato a farsi strada come parte familiare della vita nostra e della nostra città. «Aiutatemi ad essere collaboratore della vostra gioia!» ci ha detto nella sua prima omelia in cattedrale. E quale gioia è più grande di quella che nasce dall’essere e sentirsi figli? E figli di Uno solo: «Uno solo è il Padre vostro, quello del cielo… E voi siete tutti fratelli».

La gioia diventa possibile quando ci si sente accolti nella nostra umanità più profonda, compresi e perdonati, rilanciati nell’amore verso l’orizzonte grande di Dio. La gioia rinasce quando non ci si impadronisce degli altri e così tutto diventa “amico”. «Vi ho chiamato amici… Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per gli amici!». Il nostro vescovo ha deciso di guidare la nostra diocesi così, condividendo la sua responsabilità con un gruppo di amici, i suoi “vicari”. Da subito ha posto al centro della Comunità ecclesiale alcune donne, indicando a tutti il valore di ogni donna per la Chiesa intera.

Ha interloquito subito con i carcerati, con i malati, con gli ultimi e ha voluto rivolgersi ai giovani come ad interlocutori e compagni privilegiati. Gli insegnanti, in particolare gli insegnanti di religione, si sono sentiti compresi, cercati e accompagnati. Anche se il cammino è ancora iniziale, il suo sguardo sulla nostra Chiesa diocesana è sempre uno sguardo comunionale che cerca le migliori soluzioni, come accade per i genitori nella vita di ogni buona famiglia.

Il cammino sinodale ha amplificato questo suo desiderio: in un anno ha dato occasione di esercizio di ascolto della Parola di Dio, insieme a tutta la chiesa locale e di dialogo tra le nostre comunità, ha iniziato processi di dialogo tentativamente stabile col mondo degli amministratori e della politica, è diventato un cammino fattivo attraverso la visita a quasi tutte le parrocchie per la celebrazione del Sacramento della Cresima, è diventato momento stabile di ascolto nei ritiri del Clero e negli organismi di partecipazione, è diventato mano tesa verso il mondo dei giovani e dei ragazzi.

Dallo scorso settembre il nostro vescovo è stato chiamato imprevedibilmente a presiedere la Conferenza Episcopale Calabra, organismo di dialogo, scuola di comunione per tutta la Chiesa Calabrese.

“Viandante, non c’è il cammino, il cammino si fa camminando. Andando si fa il cammino!”: questi versi di Antonio Machado consegnatici da papa Francesco in occasione dell’inizio del cammino sinodale possono essere l’espressione dei nostri sentimenti nella ricorrenza del primo anniversario di ordinazione episcopale di monsignor Morrone e del suo ingresso nella nostra diocesi: caro don Fortunato, lasciamo la logica del “si è sempre fatto così!”, affrontiamo la strada insieme, la strada della salute nostra e dei nostri fratelli uomini, nello sguardo di Cristo che si è avvicinato alle nostre rigidità attraverso il tuo sguardo buono, andiamo insieme verso di Lui che è venuto perché avessimo in noi la gioia e perché la nostra gioia fosse ogni giorno di più “piena”. Grazie di tutto e … ad multos annos!

Copyright © Arcidiocesi di Reggio Calabria - Bova 2022


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