Il Signore non ci lascia, dimora qui in mezzo a noi

Il Vangelo della Domenica a cura di Giacomo D’Anna.

Con la solennità di Pentecoste concludiamo oggi il tempo pasquale, che ci ha visti liturgicamente e spiritualmente coinvolti ed impegnati per ben sette settimane. L’indicazione numerica non è casuale. Sappiamo già che il numero sette indica la pienezza; elevato alla sua potenza (sette per sette) è un modo particolare per dire che siamo al compimento del tempo di grazia alla realizzazione delle promesse divine.


La Pentecoste prima di essere una festa cristiana è una delle principali feste ebraiche. Infatti in questo giorno il popolo d’Israele festeggiava soprattutto l'inizio del raccolto, ossia il tempo della mietitura. Inoltre in questa occasione ringraziava il Signore per il dono della Legge (la Torah) che Dio aveva dato a Mosè sul monte Sinai. Pentecoste è inoltre l’antico nome greco della festività ebraica di Shavuot, in cui si ringraziava per tutti i benefici compiuti da Jahwè. Le comunità cristiane custodiscono questo significato ringraziando il Signore per il dono dei sacramenti che in genere in questo periodo sono maggiormente celebrati. È spiritualmente anche per noi il tempo della mietitura dei frutti spirituali, il tempo del buon raccolto a conclusione di un anno pastorale vissuto nella catechesi, nella liturgia e nella testimonianza della carità. È anche per noi dunque il tempo del ringraziamento per tutti i doni e i benefici che a piene mani ogni anno il Signore concede.
Il Vangelo di oggi è ancora tratto dal discorso di addio di Gesù che ci sta accompagnando in queste ultime domeniche. Esso lega il dono dello Spirto Santo al comandamento dell’amore: “Se vi amate osserverete i miei comandamenti e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito!”. Anche questo elemento non può non essere da noi considerato con spirto di fede, in quanto ci sta dicendo che solo dove è carità e amore può scendere lo Spirito Santo, solo dove è carità e amore ci può essere lo Spirito Santo, poiché Egli stesso non è altro che l’amore del Padre e del Figlio donato a noi in pienezza. Ecco perché per noi il comandamento dell’amore non può essere considerato un optional, una scelta facoltativa della nostra buona volontà, ma una condizione essenziale per vivere nello Spirito e per trasmettere a nostra volta l’amore ai fratelli.
Infine nella stessa pagina del vangelo di Giovanni Gesù descrive le funzioni tipiche dello Spirto Santo: “Ma il Paraclito, lo Spirito Santo vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello ciò che io vi ho detto”. Tre elementi mi piace ricordare per comprendere meglio l’utilità del dono dello Spirito di Dio. Il primo ci viene direttamente dal nome Paracletos, che in latino suona Ad-vocatus, colui che è chiamato a starci vicino per difenderci, custodirci, proteggerci. Secondo, il compito di fare da Maestro che ci insegna ogni cosa, che ci guida alla verità, allontanandoci dalle vie della menzogna e dell’errore. Infine una sorta di pro-memoria, colui che ci ricorda le cose dette e fatte da Gesù. Brutta cosa è l’essere smemorati, ma ancor peggiore è l’ingratitudine. È triste non doverci ricordare tutto il bene ricevuto, tutti i doni elargiti, tutto il positivo vissuto, ma ancor più triste essere ingrati e irriconoscenti verso Colui che ne è la fonte, verso chi per amore ce li ha concessi.
Non possiamo allora oggi in particolare non invocare lo Spirito Santo affinché come in una rinnovata Pentecoste possa scendere su tutti e su ciascuno di noi, per continuare a insegnarci le cose di Dio, a guidarci col suo amore e con la sua grazia e ricordarci l’amore misericordioso del Padre. E che cosa possiamo chiedere nella preghiera che sia veramente utile per la nostra vita spirituale? Essere anche noi dei buoni “paracleti” per i nostri fratelli, ossia saper stare loro accanto, rimanere vicini, per poterli assistere, difendere e custodire con tutto noi stessi. È un modo concreto per dire e dimostrare che il Regno di Dio, che è Regno di amore, di giustizia e di pace, è giunto ed è qui in mezzo a noi.

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