I doni del Risorto ai suoi figli: amore, ascolto e pace

Il Vangelo della Domenica a cura di monsignor Giacomo D’Anna.

Continua in questa sesta domenica di Pasqua la lettura del discorso di addio di Gesù. Cristo si mostra ai suoi discepoli come un papà che prima di lasciare questo mondo vuole trasmettere ai figli tutto il meglio di sè, quanto di più prezioso ha nel cuore per custodirli nell’unità, nella serenità e nella pace.

Ancora si rivela grande maestro di vita, che trasmette le lezioni più belle sull’amore, conferendo a queste ultime un modo tutto nuovo di essere comprese e vissute, che permetterà ai suoi seguaci di divenire testimoni veri e credibili. Che differenza tra l’amore umano e l’amore cristiano! Il primo ricade sempre sotto il vecchio principio del “do ut des”, ti amo se tu mi ami. L’amore così inteso è ricerca della propria gratificazione, mentre l’amore insegnato da Gesù è impegno per la felicità e realizzazione dell’altro. Cristo aggiunge una lettura tutta personale e innovativa: “se uno mi ama osserverà la mia parola”. Il verbo “amare” per Gesù si coniuga sono con un altro verbo, “ascoltare”; l’obbedienza cristiana non è sottomissione o schiavizzazione dell’altro, ma è segno di amore vero e fedele, perché non è realizzazione ed esaltazione di se stessi, delle proprie volontà e decisioni, ma di quelle dell’amato, che vengono ascoltate e assunte. Gesù ancora una volta è vero maestro perché vero testimone, nel senso che quanto da Lui insegnato è stato prima vissuto nella sua relazione d’amore con il Padre, del quale ha osservato le parole, eseguendo il suo progetto di salvezza per l’umanità.
Gesù sa che deve tornare al Padre e conforta i suoi apostoli con una promessa rassicurante: il dono dello Spirito Santo, il “para-cletos”, colui cioè che è chiamato vicino, l’ad-vocatus, pronto a difenderci e a suggerirci le cose belle e positive della nostra esistenza umana. Il suo primario compito allora sarà quello di consolare, sostenere e incoraggiare, ma anche di ricordare le cose di Dio. Anche qui non ci sfugga l’importanza di questo verbo, “ricordare”, che non tocca tanto la memoria, quanto il cuore, è soprattutto un “riportare al cuore”, ossia al centro della nostra vita, fonte dell’amore vero, luogo degli affetti e dei sentimenti più cari.
Infine ancora un dono di inestimabile valore: la pace. “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”. Questa espressione, che sentiamo tutte le volte che partecipiamo a messa, deve rappresentare per tutti una delle parole più belle dell’intero messaggio evangelico. Il motivo lo specifica Gesù stesso, in quanto la pace che Lui ci dona non è la pace di questo mondo, quella cioè dei potenti della terra, che ieri come oggi ragionano secondo il vecchio principio strategico: “si vis pacem para bellum”, se vuoi la pace prepara la guerra. Lo stiamo vedendo oggi in questo ultimo grande conflitto bellico tra Russia e Ucraina, dove i leader politici parlano di pace, cercano politiche di pace, ma non sono disposti a indietreggiare di un centimetro dall’affermazione del loro potere e della loro ricchezza economica. Gesù dà la pace donando la vita, rinunciando a tutto se stesso, perdendo ogni autorità e dominio, e non togliendo e sopprimendo gli altri con l’egoismo, l’odio e la violenza.
“Non sia turbato il vostro cuore e non abbiate timore”. Quale parola può essere più rassicurante di questa? Essa tocca il cuore, lo libera dalle paure, guarisce le ferite e sana gli animi affranti. Questa parola genera e rende capaci di amare come ha amato Lui. A noi spetta solo rimanere aperti, disponibili, accoglienti; uscire da noi stessi, dal nostro io invadente, e troppe volte persino prepotente, e lasciare agire lo Spirito Santo dentro di noi, senza opporre resistenze all’amore vero, affinché la nostra vita possa essere nel mondo riflesso di quell’amore divino che abita e dimora in noi, annunciatori instancabili e cristiani credibili in quanto vivono ciò che proclamano e insegnano, e testimoniano nelle opere il mistero di amore che celebrano nella fede.

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