«Il nostro primo eccomi», i nuovi diaconi si raccontano

Ordinati il 4 dicembre in Cattedrale, sono già a servizio della Chiesa diocesana
«Il nostro primo eccomi», i nuovi diaconi si raccontano. Lo scorso 4 dicembre è stato un momento importante non solo per la comunità del Seminario arcivescovile Pio XI, ma per l’intera chiesa reggina-bovese. Cinque seminaristi, presentati dal rettore don Antonino Pangallo, sono stati ordinati diaconi per imposizione delle mani e la preghiera consacratoria dell’arcivescovo metropolita Fortunato Morrone. A concelebrare, l’arcivescovo emerito monsignor Giuseppe Fiorini Morosini e l’arcivescovo di Morondava (Madagascar) monsignor Marie Fabier.

È una tappa, per loro, significativa del proprio cammino di fede. È quella che li prepara al ministero presbiterale, a cui avranno accesso il prossimo anno.
Tanta emozione, ma anche la volontà di donarsi a Dio, per compiere il proprio ministero a servizio della Chiesa e del prossimo. Sono solo alcuni dei sentimenti vissuti in occasione della solenne celebrazione eucaristica ospitata nella Basilica Cattedrale. Matteo De Pietro e Maurizio Demetrio, entrambi della parrocchia di Santo Stefano di Nicea in Archi, Giuseppe Stranieri della parrocchia di San Paolo Apostolo e François d’Assise Ratsimbazafy e Onjaniaina Ferdinand Razafimamonjy della diocesi di Morondava, in Madagascar hanno pronunciato il loro primo «Eccomi». Un atto di impegno pronunciato dinnanzi al vescovo e ai sacerdoti, ai diaconi e alla comunità tutta. In attesa che sia il Signore a portare a compimento, in ciascuno di essi, l’opera iniziata.

È un’emozione immensa, non solo quella vissuta in Duomo lo scorso 4 dicembre. «Essere diventato diacono mi permette di vivere ancor più da vicino il rapporto con Cristo servo», afferma il più giovane dei cinque, don Giuseppe Stranieri. Stessa emozione, «per questo grande dono ricevuto», a provare la quale è François d’Assise Ratsimbazafy, uno dei due seminaristi del Madagascar che si stanno formando al seminario reggino.

«Un dono del Signore - aggiunge - che mi spinge, allo stesso tempo, a donare me stesso, servendo la Chiesa e il popolo santo di Dio». Una gioia da condividere con gli altri, definisce il diaconato don Onjaniaina Ferdinand Razafimamonjy, l’altro seminarista proveniente dalla diocesi di Morondava. «È una tappa importante del mio cammino di vocazione. La mia felicità - ancora la sua testimonianza - sta nel condividere con il prossimo il mio ministero che cercherò di esercitare proprio mettendomi a servizio di Dio e dei nostri fratelli». «Essere annunciatori della parola del Signore è qualcosa che ti sconvolge dal di dentro», gli fa eco, ancora, don Giuseppe Stranieri, nel riproporre la frase centrale della liturgia della parola letta il giorno dell’ordinazione. Quando Luca, nel presentare Giovanni Battista, lo descrive come “Voce di uno che grida nel deserto”.

«Il nostro compito diaconale - afferma - è proprio questo: essere annunciatori della Parola che è Cristo stesso. Quel Verbo eterno del Padre che si è fatto carne. È un’emozione grande, ma allo stesso tempo una responsabilità ancora più grande, perché non mette al centro noi, ma mette al centro il Signore. Lui che consola attraverso quella parola di salvezza, lui che ti permette di far gioire gli altri e di stare accanto a loro». Porsi all’ascolto degli altri, in particolar modo dei più fragili è il sentimento con cui si approccia al servizio che spiana la strada al sacerdozio, don Matteo De Pietro.

«Ho sentito forte - dice - questo desiderio di dono totale della mia vita a Dio e ai fratelli. Cosa mi propongo? Sicuramente per la mia esperienza di vita passata sento di avere una propensione particolare verso i fratelli più fragili. Ecco - aggiunge - vorrei vivere questo ministero cercando di entrare sempre più in contatto con le fragilità e le sofferenze della gente».

Dopo la gioia vissuta al momento dell’ordinazione diaconale, l’auspicio di don Maurizio Demetrio è poter «vivere questo ministero» cercando, appunto, di «entrare sempre più in contatto con le fragilità e le sofferenze della gente». Il diacono, continua, «è come il buon samaritano. È chiamato a passare l’olio e il balsamo sulle “ferite” degli uomini e delle donne di oggi, per far sentire la vicinanza della Chiesa. Dell’amore misericordioso del padre, di cui papa Francesco ogni giorno ci parla».  

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