Gesù, lo strano Re superiore agli altri sovrani

Il commento al Vangelo della Domenica a cura di monsignor Giacomo D'Anna
Con la Solennità di Cristo re dell’Universo si conclude l’anno liturgico. È il momento opportuno per fare una verifica su come abbiamo vissuto questo tempo. La domanda di fondo è sempre la stessa, è quella che Marco sembra costantemente rivolgerci: Chi dice la gente che io sia? ... e tu? La risposta non dovrebbe ammettere equivoci o tentennamenti: per ognuno di noi Cristo è l’unico Dio e in quanto tale l’unico re e Signore. Con questi titoli si vuole proclamare la signoria di Dio sulla nostra vita. Ma possiamo davvero dire che questa professione di fede corrisponde ad assoluta verità? C’è profonda sintonia tra la fede professata con le labbra e la vita quotidiana? Possiamo dire che sia Lui a dirigere la nostra esistenza e di essere totalmente sottomessi alla sua volontà? Penso che con un serio esame di coscienza nessuno di noi possa dare una piena affermativa risposta. Ciò non significa che dobbiamo scoraggiarci e desistere, ma impegnarci di più perché davvero si estenda la signoria e la regalità del Signore nella nostra vita e in quella del mondo intero.

Il vangelo di oggi per parlare della regalità di Cristo riporta l’intenso dialogo tra Gesù e Ponzio Pilato, il famoso procuratore romano passato alla storia per il fantomatico processo contro il Nazareno. Proverbiale è rimasto il suo gesto di lavarsi le mani, indicativo del fatto che nonostante ritenesse Gesù innocente e pur cercando varie vie per salvarlo dalla morte, finì col cedere di fronte alle pretese dei Giudei, temendo la perdita del suo autorevole governo.

Nel brano odierno di Giovanni, alla domanda diretta del procuratore romano se Lui fosse davvero il re dei Giudei, Cristo non esita a proclamarsi re, ma specifica che “il mio regno non è di chiesto mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei”. E ribadisce con forza: “proprio per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo, per essere re e dare testimonianza alla verità”. Alla luce di questa espressione non possiamo avere dubbi sulla vera identità e soprattutto sulla vera regalità di Cristo: il suo regno non è come quelli di questo mondo, che sono quasi sempre impostati sul domino sugli altri e dunque su sottomissioni, soprusi e ingiustizie varie, ma è basato sulla verità, sulla giustizia e sull’amore.

È proprio sulla parola “verità” che Gesù stesso fonda tutto il su regno e la sua signoria. Che significa questa parola? Nello stesso dialogo lo stesso Pilato domanda a Gesù: “quid est Veritas?” (Gv 18,38). Gesù non risponde all’interrogativo del procuratore (Pilato “uscì di nuovo” prima di dargli la possibilità di farlo), non certo perché Egli, che si era già definito “Io sono la verità”, non sa dare una riposta. La domanda rimane aperta affinché ognuno di noi possa rispondere con chiarezza e determinazione.

La Solennità di Cristo re è occasione da cogliere per ri-orientarsi, guardando il Crocifisso, non solo come un simbolo storico e culturale, ma soprattutto contemplando il re disarmato; un re obbediente alla volontà misteriosa del Padre, che accetta la morte del Figlio, riconosciuto non dai sapienti, ma da un ladrone pagano, un ennesimo “scarto della società”, come non esisterebbe a definirlo papa Francesco.

Davanti all’uomo dei dolori, rivestito di un ridicolo manto regale, coronato di una corona di spine, con una canna come scettro regale, ma soprattutto inchiodato per amore sulla croce, facciamo nostra una delle preghiere più belle trasmessaci dai Vangeli: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”, e concludiamo le nostre riflessioni e commenti dei Vangeli di quest’anno liturgico, con una bella professione di fede sulla regalità di Cristo capo, trasmessaci dall’Apostolo Giovanni nel Libro dell'Apocalisse: “Gesù Cristo è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra. A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen”.

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