Inizia il Sinodo, Morrone: «Insieme poniamoci all’ascolto dell’altro»

La celebrazione in Cattedrale ha dato il via al cammino diocesano improntato sulla sinodalità
Domenica 17 ottobre alle 17.30, nella Basilica Cattedrale di Reggio Calabria, si è svolta la celebrazione eucaristica in occasione dell'apertura diocesana del Sinodo. La Messa è stata presieduta dall'arcivescovo Morrone, hanno concelebrato gli arcivescovi emeriti di Reggio Calabria - Bova, monsignor Vittorio Luigi Mondello e monsignor Giuseppe Fiorini Morosini.

 

Pubblichiamo di seguito l'omelia integrale pronunciata dall'arcivescovo metropolita di Reggio Calabria - Bova e presidente della Conferenza episcopale calabra, monsignor Fortunato Morrone. 

Cari fratelli e sorelle saluto tutti e ciascuno in Cristo Gesù.
Con questa santa liturgia e in comunione con tutte le chiese in Italia, abbiamo dato inizio al cammino sinodale della nostra Arcidiocesi in vista del Sinodo dei vescovi che culminerà nel 2025. La nostra Chiesa ha già vissuto un Sinodo guidato da mons. Mondello. Ora lo Spirito del Signore, mediante l’appello di papa Francesco, ci chiede di rimetterci in cammino tutti insieme per non ristagnare in abitudini e in prassi pastorali che rischiano di mortificare la vivente Tradizione della Chiesa trasformandola in un museo delle glorie passate che impedisce l’attualizzazione del Vangelo eterno e sempre nuovo del Signore Gesù in questo nostro tempo, tra la nostra gente, negli spazi e nei luoghi dell’umano vivere. Noi credenti, popolo di Dio, in questo breve pellegrinaggio terreno, siamo chiamati anzitutto e soprattutto a trasmettere, tradurre, riconsegnare, comunicare quello che per grazia abbiamo ricevuto: il Vangelo del Regno reso visibile nella vicenda umana di Gesù, nostro Signore. È necessario pertanto porgere docilmente l’orecchio del cuore e della mente a quello che lo Spirito oggi dice alla nostra Chiesa reggina – bovese mediante la parola del Signore proclamata e ascoltata poc’anzi.

Ci soffermiamo sul Vangelo di Marco.
I due Discepoli, lungo la strada che conduce Gesù a Gerusalemme, chiedono al Maestro una cosa buona: sedere accanto a Lui nella sua gloria. Ma quale gloria desiderano gli intimi di Gesù, se subito dopo il terzo annuncio della sua passione, ignorando completamente la tensione emotiva del Maestro, discutono su chi fra loro è il più grande?

Gesù parla della gloria crocifissa, di dono, loro sognano e aspirano alla gloria mondana del potere di cui nessuno di noi è esente. Il desiderio di Gesù trasmesso ai suoi discepoli lungo la via non trova spazio nella loro mentalità religiosa: l’ascolto del Maestro è ancora a livello del semplice sentire, manca ancora il consentire, l’aderire, far proprio il pensiero di Gesù, fare spazio alla Sua persona, frutto dell’ascolto accogliente e ospitale, obbediente.

Insomma tra Gesù e i suoi si instaura un dialogo tra sordi. Eppure proprio i due fratelli discepoli insieme a Pietro sono stati testimoni della Sua trasfigurazione: cosa avranno capito, cosa abbiamo capito di Gesù se finora anche noi, non poche volte, sommessamente ci ritroviamo nella richiesta dei discepoli: l’ambizione dei primi posti, quelli che contano, magari seduti nella cosiddetta stanza dei bottoni? Come a loro anche a noi piace seguire un Messia a nostra immagine e somiglianza. È una sequela religiosa adulterata da uno scambio, molto simile alle dinamiche riscontrabili nella vita affettiva, sociale, politica, ecclesiale.

Condividere l’onnipotenza divina è il nostro religioso sogno di gloria nutrito dal contare di più su gli altri. Ma non sopportiamo chi ci domina, e abbassiamo la testa di fronte al potente, nell’inconfessata speranza di prendere prima o poi il suo posto. L’istinto di dominare in tutti gli ambiti dell’umano vivere: dalla famiglia allo sport, dal lavoro al volontariato, dalle associazioni ecclesiali alle parrocchie, alle comunità religiose, tra noi preti, è una tentazione continuamente presente. Desideriamo sopravanzare, primeggiare, fare carriera, avere titoli e pennacchi vari.

Desideriamo la gloria palesemente esibita o truccata dietro la maschera della timidezza abbellita da falsa umiltà, ma reclamata appena l’altro mi anticipa e mi precede sfacciatamente nella richiesta della poltrona, lasciandomi nel livore rabbioso della gelosia.

Il potere fa gola a tutti, nessuno escluso, anche a noi uomini di chiesa o a chi si proclama credente cattolico e mariano. Il cosiddetto potere temporale della Chiesa del passato può continuare anche oggi nel più sottile potere spirituale che nel confessionale o nelle relazioni noi preti possiamo esercitare sulle coscienze delle persone che ci avvicinano per chiederci orientamento, aiuto, sostegno.

Non abbiamo pudore a chiedere che i nostri sogni di gloria siano benedetti dall’Altissimo, anzi lo pretendiamo: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Sia fatta la nostra volontà.

Ma è sorprendente che il Signore accolga la mia e la tua richiesta purificandola dalla vanità, dall’infantile presunzione di pretendere e prendere il suo posto! «Che cosa volete che io faccia per voi?» In questa domanda che Gesù rivolge oggi a noi nell’avviare il nostro cammino sinodale si cela la sua attesa speranzosa di una nostra risposta all’altezza del suo sogno per noi: servitori creativi di vita umana: «chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore come il Figlio dell’uomo». Ecco la gloria apparsa sub contraria specie nel crocifisso, Parola definita del Dio della vita, che mette in discussione la nostra sfacciata richiesta di potere, la vanagloria mondana, veleno mortifero di ogni possibile convivenza umana. Porci sopra gli altri, cari fratelli e sorelle, è l’arroganza satanica e mondana di costituirci al di sopra di Dio, questo è l’origine del peccato presente nel mondo, la menzogna originaria che sempre si affaccia nelle nostre relazioni, sfigurandole.

La grandezza che Gesù ci propone è la chiamata a vivere l’esistenza all’altezza-misura stessa di Dio: siate misericordiosi come il Padre vostro celeste. Il Dio che Gesù ci ha narrato con la sua vita è il Padre che non sovrasta nessuno perché il suo unico e solo potere illimitato è il donarsi senza misura, amore generativo riversato nel nostro cuore, a perdere.

È questo che chiediamo come discepoli e discepole di Gesù per la nostra Chiesa reggina-bovese?
Sì, Signore Gesù, questo desideriamo, e pertanto imploriamo lo Spirito del Padre tuo affinché ci dia la forza e la luce per crescere nella semplice grandezza della tua stessa umanità, nostra unica verità.

Pertanto: «Tra voi però non è così»: ecco la differenza cristiana, ecco la chiesa, la comunità dell’umanità nuova, l’assemblea dei peccatori perdonati sgorgata dal cuore trafitto del Crocifisso, il popolo santo di Dio, dove la grandezza è misurata unicamente dal servizio dell’amore, dal comandamento nuovo del Signore.

Questo tuo desiderio intendiamo farlo nostro Signore, perché il nostro sincero annuncio di Te sia un po' più credibile e le persone che incrociamo nella nostra esistenza credano che in Te, avvertano l’intenso profumo della tua santa umanità, respiro e gioia dell’anima.

Cari fratelli e sorelle, in questo nostro mondo in continuo cambiamento che pone interrogativi etici, politici, economici e culturali nuovi all’intelligenza della nostra fede, siamo sollecitati, specialmente in questo tempo critico di pandemia, ad un cambio di passo, a un cambio di mentalità, ad un rinnovamento strutturale del nostro vivere nella chiesa e nel quotidiano per rendere ragione della nostra speranza.

Non saranno i nostri proclami, le nostre omelie, la nostra organizzazione caritativa, le nostre strutture ricreative, le nostre processioni o le interminabili novene, i nostri raduni a convincere “quelli di fuori” circa la bellezza e l’insuperabilità della proposta evangelica. Anche chi non è “dei nostri” opera guarigioni, fa del bene.

“Tra voi però non è così” significa mostrare che nelle nostre comunità non si vive secondo la mentalità mondana del dominio, del profitto, della violenza, dell’arrivismo, della menzogna, o del semplice bene donato e ricevuto, ma nello stile della comunione fraterna, postura squisitamente umana fondata e formata dalla misura alta della chiamata del Signore: Amatevi come io vi ho amato. Da qui, da questa sfida che ha come suo orizzonte di ampio respiro e di alto profilo umano le Beatitudini, è necessario ripartire per evitare che il nostro cammino sinodale si risolva in una “convention spirituale”, così come papa Francesco domenica scorsa ci ha segnalato.

Ritornando perciò al Vangelo di oggi, possiamo affermare che solo lo spirito del servizio fraterno è a fondamento di ogni azione ecclesiale ad intra e ad extra. Il nostro camminare insieme ha senso evangelico e strada facendo, troverà una sua chiara traiettoria, se ritorna e riparte sempre dall’accorato appello eucaristico di Gesù: fate questo in memoria di me. «la Chiesa – ci aveva ammonito papa Francesco 6anni fa come oggi a Firenze- non è altro che il “camminare insieme” del Gregge di Dio sui sentieri della storia incontro a Cristo Signore – capiamo pure che al suo interno nessuno può essere “elevato” al di sopra degli altri. Al contrario, nella Chiesa è necessario che qualcuno “si abbassi” per mettersi al servizio dei fratelli lungo il cammino, pertanto – continua il papa- l’unica autorità è l’autorità del servizio, l’unico potere è il potere della croce».

Ecco, il cammino sinodale a cui siamo chiamati è anzitutto un continuo esercitare tra di noi l’autorità vissuta da Gesù, dal basso in alto, che il mondo mondano, presente anche nel nostro cuore, non conosce o rifiuta decisamente.

Solo quest’autorità che fonda la sua autorevolezza nell’amore gratuito è generativa, dilata gli spazi, fa posto a tutti, riconosce, accoglie e promuove l’alterità dell’altro, fa crescere (augere) creativamente nella libertà dei figli e delle figlie di Dio. È l’autorità profetica e ministeriale chiamata e ordinata a custodire e alimentare la comunione tra tutti i membri del Corpo di Cristo, la grande famiglia di Dio.

Il cammino sinodale pertanto esplicita e rende visibilmente concreto l’essere communio della Chiesa «specifico modus vivendi et operandi del Popolo di Dio [… ] nel radunarsi in assemblea e nel partecipare attivamente di tutti i suoi membri alla sua missione evangelizzatrice» (CTI, La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa, 6).

D’altra parte la sinassi eucaristica in cui si dispiega il volto comunionale della Chiesa trova il suo concreto e naturale volto nella natura sinodale della comunità dei credenti. Il camminare insieme il cui stile è sostanzialmente eucaristico, esclude ogni autoreferenzialità individualistica, carismatica, ministeriale e parrocchiale che provoca inevitabile e dannosa conflittualità, quella medesima registrata nella compagnia dei 12 apostoli «Una chiesa sinodale – ci ricorda papa Francesco- è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare è più che sentire», cosi in EG 171. Ecco perché fin dall’inizio del cammino siamo invitati ad entrare nel «dinamismo di ascolto reciproco condotto a tutti i livelli della chiesa coinvolgendo tutto il popolo di Dio … per parlarsi e ascoltarsi tutti» (papa Francesco alla diocesi di Roma 18.9.2021). D'altronde, “i calabresi – i reggini vogliono essere parlati” (C. Alvaro), con una parola accogliente, attenta alla propria vita, una parola di fiducia e carica di speranza.

È vero! Ma sappiamo ascoltare? In qualche modo sì, poiché la condizione dell’ascolto è l’ospitalità di cui noi gente del sud siamo istintivamente dotati ma forse per il tempo necessario di una prima e sommaria accoglienza. L’ospitalità richiede il farsi carico dell’altro. E qui le cose diventano faticosissime per tutti.

Dobbiamo allora chiederci con umiltà se sappiamo esercitare l’ospitale ascolto reciproco tra di noi per conoscerci e stimarci, accoglierci con le nostre storie cariche di ferite e di generosità. Un ascoltarci pazientemente, dandoci tempo, per condividere responsabilmente le tante belle energie per un rilancio gioioso del cammino dietro Gesù.

Se sappiamo porgere l’orecchio del cuore a coloro con i quali condividiamo la nostra fede nel Signore, sapremo anche volgere l’attenzione verso gli ambienti di vita del nostro territorio, lì dove si consumano i sogni e le attese delle nostre giovani generazioni, la gioia e il dolore di tante famiglie, le fatiche e le speranze di chi si trova senza lavoro, senza patria, senza casa, senza affetti. Sapremo metterci in ascolto attento delle donne e degli uomini delle istituzioni civili e militari che, con non poca fatica, quotidianamente si prendono cura del buon andamento della civitas, della cosa pubblica, collaborando con loro senza riserve ma in modo dialogicamente critico perché il bene comune sia veramente a disposizione dei singoli cittadini, a cominciare dagli ultimi.

Una chiesa sinodale in uscita, per portare il vangelo della comunione fraterna nel quotidiano della nostra gente, è disposta ad intercettare le domande recondite e inespresse riposte nei cuori della moltitudine offrendo, più che risposte preconfezionate, attenzione e concreta prossimità evangelica, mentre ne suscita altre per aprire il loro cuore alla benedizione del Padre di Gesù che si prende cura di tutti i suoi figli.

L’ascolto fraterno e sincero ad intra come ad extra, ci disporrà a riconoscere e accogliere con docilità la voce del Signore, Parola di vita che a sua volta ci rimanda ad un ascolto più autentico per saper discernere in questo nostro tempo i segni del Suo passaggio.

Carissimi, l’ascolto e il discernimento sono strettamente intrecciati e sono patrimonio prezioso della Tradizione ecclesiale, un metodo che scandisce il ritmo del cammino di fede e qualifica l’ecclesialità della comunione fraterna. Un metodo di intelligenza spirituale che siamo chiamati ad esercitare in forza del nostro battesimo per vivere e valorizzare i carismi e la corresponsabilità di tutti i membri del popolo di Dio. Come battezzati e credenti siamo chiamati ad un discernimento comunitario per comprendere alla luce della Parola le cose vecchie da abbandonare per investire nel nuovo che sta germinando sia in campo pastorale sia nelle relazioni fraterne.

Il tema cruciale dell’ascolto nello Spirito ci accompagnerà in questo primo itinerario sinodale nei modi e nei tempi che, in modo puntuale, vi saranno comunicati in quest’ultima parte del presente mese di ottobre. Quello che è importante cari fratelli e sorelle non è la prestazione del compito fatto bene, e magari svolto tra pochi intimi, ma imparare a vivere uno stile propriamente ecclesiale, far nostro il metodo sinodale per assumere un habitus di corresponsabilità propriamente ecclesiale la cui natura è la comunione. Si tratta di avviare “processi partecipativi” il cui fine non è «principalmente l’organizzazione ecclesiale, bensì il sogno missionario di arrivare a tutti» (EG 31) - privilegiando azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci» (EG 223). Si tratta di una grande sfida e opportunità per rilanciare «Il costume dell’ascolto reciproco dei fratelli e delle sorelle che condividono e patiscono la medesima fede: la maggior parte dei quali non osa neppure più pensare di poter essere ascoltata. Molte donne e molti uomini fanno parte di una comunità dove la vita nella fede della grandissima parte dei credenti è perfettamente sconosciuta» (P. Sequeri in Avvenire 16.10.21).

Ed è evidente che senza l’epiclesi, senza l’invocazione continua della feconda e ristoratrice rugiada dello Spirito del Signore, invano ci affatichiamo, tardi andiamo a riposare. Pertanto, per una conversione di mentalità, per assumere un permanente stile sinodale che produca una vera conversione pastorale, ripartiamo dai piedi del Maestro, nel comune ascolto della Sua parola.

Scandiremo il nostro processo sinodale, previsto in 5 tappe, secondo un ritmo mensile, certi che se il Signore cammina con noi: “camminando s’apre cammino” (A. Paoli), di luce in luce.

Sommariamente:
- nella prima settimana (mercoledì) ci sarà un momento di Lectio divina in Cattedrale su Atti degli Apostoli (diretto da padre Sergio Sala sj), a cui è invitato tutto il Popolo di Dio, che parteciperà in presenza o tramite collegamento;
- settimana successiva riflessione condivisa per un "esercizio di ascolto" reciproco (metodo dell’ascolto attivo) fatta in forma assembleare in ogni parrocchia sugli spunti derivati dalla Lectio. Sospensione per questa occasione della Messa vespertina in tutte le parrocchie nel giorno scelto (ove possibile il Mercoledì), sottolineando la forte valenza dell’ascolto comunitario della Parola e della celebrazione Eucaristica domenicale;
-nella terza settimana lo stesso esercizio si farà nei gruppi per “settori”;
- la quarta settimana ha come obiettivo l'ascolto ad extra e la verifica del metodo.

Allo sguardo materno della Vergine Maria, donna dell’ascolto e del servizio, madre della consolazione, affidiamo il nostro cammino affinché il Padre della misericordia conceda alla Sua e nostra Chiesa di servire l’umanità del nostro territorio a immagine di Cristo, Servo e Signore.

Amen. 

Copyright © Arcidiocesi di Reggio Calabria - Bova 2021


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