L’esempio del Maestro. Servire gli altri per la salvezza

Il commento al Vangelo della Domenica a cura di monsignor Giacomo D'Anna.

Il Vangelo di questa domenica ci racconta l’episodio di Cesarea di Filippo, luogo pagano noto nei racconti evangelici per la cosiddetta “confessione di Pietro”, in cui l’apostolo emette la prima professione di fede sulla
divinità di Cristo. Mi ha sempre colpito il fatto che Gesù, pur essendo il Figlio di Dio, si interessa dell’opinione pubblica: «La gente chi dice che io sia? Cosa dicono di me?».

Mi vengono in mente le parole di tanta gente che, con presunzione e superbia, afferma invece: «Non devo dare conto a nessuno! Che m’importa di quello che dicono le persone di me!». Gesù, l’unico e solo giusto e innocente, non ha paura del giudizio della gente, a differenza di noi che, pur essendo tutti peccatori, ci sentiamo migliori degli altri e davanti alle critiche, anche le più costruttive, ci turiamo le orecchie infastiditi. La risposta degli apostoli circa l’opinione pubblica non è univoca. Indubbiamente Gesù era molto conosciuto e stimato, se addirittura viene confuso con Giovanni Battista, Elia o qualcuno dei profeti, ma in mezzo al popolo regna grande confusione e incertezza. Alla domanda diretta: «E voi chi dite che io sia?», a prendere la parola in modo diretto è Pietro, che appare una sorta di portavoce ufficiale del gruppo dei Dodici, rispondendo senza esitazione: «Tu sei il Cristo».

A questo punto non è possibile continuare la lettura del testo senza sentire rivolta a ciascuno di noi la stessa domanda. D’altronde questa è la finalità principale del vangelo di Marco, portare il lettore a interrogarsi sulla vera identità del Signore e cercare di dare una risposta di fede personale. È Gesù stesso poi a chiarire e precisare in che cosa consiste il suo «essere Cristo», l’unto del Signore, il Messia e Salvatore, lasciando sconvolti i suoi discepoli in ascolto, che certamente in quei titoli identificavano, come tutti gli ebrei, un essere potente che avrebbe sconvolto le sorti di Israele, un Salvatore liberatore da ogni forma di negatività e di male. Gesù invece spiega che il suo messianismo è tutt’altra cosa, addirittura il contrario di ciò che tutti pensano, poiché «il Figlio dell’uomo deve molto soffrire, essere rifiutato dagli anziani, dai capi del popolo, degli scribi, venire ucciso, e dopo tre giorni, risorgere».

A questo punto l’evangelista ci presenta tutta l’umanità di Pietro, che come ognuno di noi, davanti ai progetti di Dio, che non poche volte non coincidono con i nostri, facciamo un passo indietro e cerchiamo in tutti i modi di convincere Gesù che sta sbagliando. Infatti, come Pietro, anche noi vorremmo un futuro felice e glorioso, a differenza di Gesù che sceglie la via della sofferenza e del dolore per giungere alla salvezza di tutti. Difatti quando Gesù preannunzia apertamente e davanti a tutti la sua ormai imminente tragica e dolorosa fine, Pietro sente come un senso di smarrimento e di vergogna, e vorrebbe dire a Gesù: «Ma che combini! Non ti accorgi che se parli così perdiamo tutto quello che abbiamo fatto, la gente gira le spalle e se ne va e sfumerà questa bella popolarità che abbiamo conseguito!».

Ma Gesù lo ammonisce severamente ricordandogli, come fa oggi con noi, che non è possibile dirsi cristiani e ignorare, cancellare, escludere dal proprio vocabolario la parola «croce». L’invito che Cristo rivolge a Pietro, «Vieni dietro di me! Seguimi! Cammina sulla mia stessa strada! Impara a fare come faccio io!», ricorda il senso della vera sequela, a differenza della versione latina, «Vade retro», intesa come un severo allontanamento dell’apostolo che aveva traviato l’autentico significato del discepolato. Il brano odierno si conclude con la proclamazione del terribile programma di vita cristiana: «Chi mi vuol seguire prenda la sua croce e mi segua», insegnando che si può vedere salva la propria vita non vincendo, trionfando e regnando sugli altri, ma servendo, donando e morendo per la salvezza del prossimo. Chiediamo a Gesù di fare nostro il suo stile di vita, indubbiamente difficile e duro umanamente ma indispensabile per la nostra vera gioia su questa terra e per la felicità eterna nel cielo.

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