Chiamati nella sua vigna, per amore non per merito

Il commento al Vangelo della Domenica a cura di monsignor Giacomo D'Anna.

Anche il vangelo di questa domenica ci offre uno spaccato delle giornate di Gesù. Marco ci racconta del suo ritorno in patria, nella sua Nazareth, accompagnato dai suoi discepoli. È un sabato quel giorno e per gli ebrei è giorno di sinagoga. Anche Gesù ci va. Colpisce la spontaneità e naturalezza con le quali si mette ad insegnare.

Un annuncio il suo che prova immediatamente ammirazione e stupore negli ascoltatori. Il suo modo di parlare, per stile e contenuto, è davvero eccezionale per di più che esso sarà accompagnato da segni e miracoli mai visti prima. Non parliamo poi delle sue origini, molto modeste e discutibili, racchiuse in una definizione davvero riduttiva, “il falegname”, con tutto quello che il titolo esprimeva in rilevanza sociale e sicurezza economica. Stiamo parlando, come diremmo oggi, non di un laureato, un professionista, un manager, o se volgiamo nel gergo ecclesiastico, di un vescovo, un cardinale, un monsignore, e neanche di un biblista, uno studioso, un teologo, ma semplicemente di un lavoratore, un artigiano, che a male appena sa inchiodare due tavole e piallare qualche asse, e che, se tutto va bene, riesce, con il suo precario stipendio, ad arrivare a fine mese. Eppure è davvero un prodigio di sapienza e di scienza! Per chi ha studiato un po’ di ecclesiologia, non può non collegare questo atteggiamento verso Gesù, di scandalo, rifiuto e disprezzo, fino alla persecuzione, anche nei confronti della Chiesa. Come mai? La riposta è semplice. Come in Gesù non è stata mai riconosciuta ed accettata, in particolare dagli ebrei, la sua natura divina, nonostante i segni e i prodigi compiuti, poiché conosciuto troppo bene sotto l’aspetto umano, che li portava domandarsi: “non è il figlio di Maria? I suoi fratelli e le sue sorelle non stanno qui da noi?”, allo stesso modo non si accetta come nella Chiesa, possono coesistere due elementi totalmente diversi e quasi opposti, il suo carattere spirituale, invisibile, che la porta ad essere indubbiamente la realtà più grande e efficiente in moltissimi campi, non ultimo quello della cultura, dell’educazione e specialmente quello della solidarietà, ma nello stesso tempo riconosciuta e etichettata come troppo debole, fragile, a volte scandalosa, in quanto anche lei, nei suoi membri, non esente da peccati e cadute . Quanta gente anche oggi esprime per la Chiesa stupore, compiacimento e ammirazione, ma poi rimane fuori, non partecipa e non vi entra a far parte, preferendo essere “cristiani a metà”. E quanti per portare un semplice esempio esprimono il loro stupore e ammirazione con frasi del tipo: quanto è bravo questo papa, Francesco, quanto ci piace questo nuovo vescovo, e a chi dei preti, anche quelli più modesti, non è stato detto: grazie padre, che bella omelia, che belle parole, mi hanno toccato davvero il cuore? E poi? Usciti di chiesa, si ritorna come prima, incapaci di fare la cosa più semplice, anche essenziale per la nostra vita spirituale, il salto della fede. Non si riesce proprio a passare dal superficiole stupore e dalla sterile ammirazione a una fede vera, concreta e vissuta.
Il vangelo di oggi si conclude con una frase ormai proverbiale, anche nella sua formula latina: “Nemo profeta in patria!”. È l’amara costatazione di Gesù che paralizza quasi completamente il suo potere taumaturgico e il suo slancio profetico. Delusione e amarezza che comunque non scoraggiano la sua missione, tant’è che se ne andrà nei villaggi d’intorno a predicare. Lo stesso scoraggiamento e delusione può colpire anche quanti oggi scelgono di seguire Gesù e di collaborare con Lui nell’edificazione del suo Regno. Non dimentichiamo comunque che Gesù ci aveva avvisato, che insieme al centuplo quaggiù e all’eternità nell’altra vita, ci sarebbero arrivate prima o poi le persecuzioni, espresse da mille e mille incomprensioni, fallimenti, rifiuti e sofferenze. La conclusione allora è chiara per tutti, non dobbiamo mai scoraggiarci, né desistere dagli impegni presi davanti a Dio, che “per amore e non per merito” (F. Morrone) ci ha chiamati a lavorare nella sua vigna. Chiediamo a Lui la forza, l’entusiasmo e l’audacia necessaria per un annuncio credibile e per questo fecondo. Facciamolo magari ripartendo come Gesù dai villaggi d’intorno, ossia dalla nostre periferie, dove tanta fame e sete di Dio sono indubbiamente presenti, e facciamolo volentieri, con tutto il cuore, certi che il Signore non ci abbandonerà mai, anzi ci darà tutto il necessario per estendere il suo regno di amore, di giustizia e di pace.

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