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Il testamento spirituale di don Pippo Curatola alla diocesi di Reggio Calabria

Il testo che segue rappresenta un documento di altissima densità spirituale e umana, redatto l’8 maggio 2010 da don Pippo Curatola. In queste righe, lo storico direttore dell’Avvenire di Calabria ripercorre le tappe fondamentali della propria esistenza, dal battesimo ricevuto in casa a San Lorenzo fino agli anni della maturità trascorsi alla guida della parrocchia di Santa Maria della Cattolica dei Greci. Si tratta di un cammino scandito dall’obbedienza ai Pastori della Chiesa reggina, dall’amore per l’insegnamento e da un legame profondo con i lettori del settimanale diocesano. Il racconto si snoda attraverso la gratitudine per la famiglia, il ricordo commosso del rettorato in Seminario e la consapevolezza della fragilità fisica, culminando in un’umile richiesta di perdono e in un affidamento totale alla misericordia divina.

La gratitudine per le radici familiari e il dono della vocazione

È trascorso un anno ormai dall’intervento chirurgico che ho subito e che ha inciso tanto nella mia vita quotidiana. Nel silenzio della mia stanza voglio scrivere poche parole che restino come una piccola memoria per chi mi ha voluto bene. Sono pieno di gratitudine verso il buon Dio che mi ha voluto concedere tanto tempo di vita sulla terra e soprattutto perché ha voluto che diventassi ‘suo figlio’ nel santo Battesimo che mi fu amministrato a casa, nella stanza da letto dei miei genitori, a pochi giorni dalla mia nascita: la mia vita era a rischio e i miei, semplici e ferventi credenti, chiesero all’arciprete di san Lorenzo, don Domenico Cassone, di battezzarmi.

L’arciprete venne e, date le circostanze, disse ai miei che mi avrebbe battezzato ed insieme fatto da padrino. La gratitudine verso Dio ha innumerevoli altri motivi per cui essere espressa. Lo ringrazio per avermi fatto nascere, assieme ai miei quattro fratelli e alle mie tre sorelle, in una famiglia cristiana, figli di una madre che per 64 anni, dal giorno del matrimonio al suo passaggio da questa vita al cielo, si è spesa totalmente per tutti noi: una donazione quotidiana che ci ha educati, sorretti, consolati lungo i giorni ora sereni ora amari della nostra vita; e figli di un padre, che è stato per tutti esempio straordinario di come, per la famiglia, si sacrifichi la vita nel lavoro. Nessuno di noi mai – né in terra né in cielo – potrà dimenticare gli oltre quarant’anni di fatica quotidiana da lui vissuta – senza fermarsi un giorno – per recarsi al municipio di san Lorenzo e mantenere la famiglia. Grazie, Dio, per il padre e la madre per mezzo di cui ci hai chiamati alla vita e che ci hai dato come maestri e compagni per lunghi anni del nostro cammino sulla terra. Grazie!

Ringrazio ancora il buon Dio perché all’età di 5 anni e 8 mesi mi diede – assieme a mia sorella Nella – nello stesso giorno, il 27 maggio del 1951, il dono della prima Comunione e della Cresima ricevuta dalle mani dell’arcivescovo Giovanni Ferro. E ringrazio il grande indimenticabile Pastore che, lungo gli anni, mi diede tutto: mi accolse nel Seminario minore e poi maggiore, mi accolse e mi benedisse nel giorno – che allora era tipico – della Tonsura; mi nominò Ostiario e Lettore, poi Esorcista e Accolito; accolse l’offerta della mia vita nel Suddiaconato, mi impose le mani sul capo ordinandomi prima Diacono e quasi un anno dopo Presbitero il 21 Settembre del 1968. Fu lui stesso ad accompagnarmi nella prima stagione, piena di entusiasmo, del mio ministero sacerdotale fino al 1977.

Gli anni del ministero a Scilla e la guida del Seminario

Ringrazio il Signore perché proprio l’anno successivo – all’inizio più o meno del suo ministero episcopale – Mons. Sorrentino, il nuovo Arcivescovo, accolse assai volentieri il desiderio che gli espressi e mi nominò arciprete di Scilla. Cinque anni di una esperienza indimenticabile. Porto con me nel cuore, qui sulla terra, e nel cielo, il ricordo di quella stagione della mia vita, i volti della mia gente, alla preghiera della quale ancora oggi affido me stesso. Una stagione, quella, che si concluse – in una immensa commozione generale – quando monsignor Sorrentino insistette – in ogni maniera possibile – perché accettasi di diventare Rettore del Seminario. Si aprì la terza stagione della mia vita – lunga 13 anni – in una esperienza singolare, sicuramente forte, che conobbe pagine assi belle, ma fu attraversata anche dalla fatica e dal dolore.

Fu lungo quegli anni che sperimentai la mia fragilità e rischiai la vita nel novembre del 1987. Non dimenticherò mai quella sera del rientro della Madonna della Consolazione all’Eremo, quando – fermato il Quadro davanti al Policlinico – don Nunnari pregò e fece pregare la gente per la mia salute, mentre dalla mia finestra, con le lacrime agli occhi, seguivo, tacevo e pregavo. Continuai la mia missione in Seminario anche dopo l’arrivo, nel 1990, del nuovo Arcivescovo Mons. Mondello, con il quale il Seminario passò da Liceale a Teologico: ne guidai il cammino nella prima fase fino al 1996, quando – nonostante il parere contrario dell’Arcivescovo, che mi scrisse una affettuosa e paterna letteras, custodita tra le mie carte – chiesi di lasciare il Seminario.

L’impegno alla Cattolica dei Greci e l’insegnamento scolastico

Ringrazio il buon Dio dell’esperienza che – per volontà del nuovo Arcivescovo – vissi allora come Segretario del Sinodo diocesano: un momento indimenticabile per me nel passaggio dalla terza all’ultima stagione della mia vita: quella che mi vede fino ad ora Protopapa di S. Maria della Cattolica dei Greci. Due fasi lungo questa stagione: piena di meravigliose esperienze e di fecondità visibile la prima; piena di immensa fatica, la seconda, fino a quando le mie stesse condizioni di salute e il desiderio che la parrocchia possa rinascere, sotto una guida più forte della mia, mi hanno indotto a chiedere al Pastore della diocesi di accogliere le mie dimissioni.

Non posso non riservare un ricordo – pieno di emozione e in qualche modo di nostalgia – ai miei innumerevoli alunni: quelli delle scuole statali ai quali ho spezzato per trent’anni il pane del sapere, nel cammino di una ricerca filosofica che ci poneva ogni giorno a contatto con i panorami più alti del pensiero umano, che sfiorava nei suoi scenari la soglia del mistero; e gli altri – quelli, prima, della Scuola sociale Onarmo e quelli, poi, dell’Istituto Superiore di Scienze religiose – con i quali si gustava l’essere la filosofia “ancilla” della teologia, in un rigoroso servizio di salvaguardia che la prima rendeva alla seconda, e ci si nutriva della bellezza unica ed incomparabile delle pagine delle Sacre Scritture.

Con gli uni e con gli altri ho condiviso – con il cammino culturale – la gioia del rispetto, dell’amicizia, della fraternità. Né posso dimenticare – in questo sguardo ai passi di una vita – il cammino compiuto alla direzione del giornale diocesano L’Avvenire di Calabria: ho sentito fin dall’inizio stabilirsi un rapporto di intesa tra me e i lettori: volti sconosciuti che mi erano presenti mentre le dita pigiavano i tasti, prima della macchina da scrivere, poi del computer. Ho scritto, in qualche modo, amandoli. Ringrazio il buon Dio perché so che tanti di essi, in qualche modo, mi leggevano amandomi.

La richiesta di perdono e l’affidamento alla Vergine

Ora é il momento più importante di questo mio saluto, di questa confidenza a voce alta, di questa pubblica confessione. È il momento in cui avverto – più forte di tutto il resto – il bisogno di chiedere perdono. Chiedo perdono a Dio, ancora una volta, dopo averlo innumerevoli volte fatto nel mistero del Sacramento, di tutti i peccati della mia vita, commessi con i pensieri, con le parole, con le opere e con le omissioni. Chiedo perdono per non essere stato all’altezza del sogno divino nella mia vita di uomo e di prete. Chiedo perdono ai miei vescovi, ai miei confratelli sacerdoti, ai miei fedeli, ai miei alunni, ai miei ragazzi… a chiunque in particolare avessi dato, in qualsiasi modo, un cattivo esempio con il mio modo di comportarmi.

Chiedo al buon Dio di permettermi adesso di vivere l’ultimo tempo della mia vita nel silenzio, nella preghiera, nella penitenza, nel nascondimento, nella supplica quotidiana a Lui con le mani levate e il corpo piagato. Ai miei amatissimi fratelli Renzo e Cesare, come anche alle mie amate sorelle Nella, Lucia e Lina, ai quali mi unisce, con il vincolo del sangue, la storia di una vita sofferta, un semplice sguardo e l’abbraccio più forte, con la speranza di poterci un giorno ritrovare, con Mamma, Papà, Mimmiceddu e Angelo – nella semplicità del cuore – nel mistero dell’abbraccio di Dio.

A tutti i miei nipoti e pronipoti, specialmente a quanti ho incontrato più spesso, il mio abbraccio più forte. A Ruggeruccio, che Dio mi ha chiesto di accogliere fin dalla nascita e che ho accompagnato con immenso amore paterno lungo la sua vita, la promessa che anche dall’aldi là, se Dio me lo concede, lo seguirò ogni attimo con la preghiera… Da povero sono vissuto e povero muoio: forse per questo nella mia vita i poveri li ho tanto amati, nel silenzio. Anche alle loro preghiere umilmente mi affido. SS.ma Vergine Maria, Madre del silenzio e dell’amore – testimone materna di ogni mio respiro – supplica per me il tuo Figlio perché il Padre della misericordia abbia pietà di me e mi accolga tra le sue braccia! Amen.

Reggio Calabria 8 Maggio 2010.

don Pippo Curatola

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