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Il tempo per prendersi cura: quattro seminaristi reggini a Roma per un percorso sulla pastorale della salute

Un’esperienza significativa per quattro seminaristi della diocesi di Reggio Calabria, che hanno preso parte alla quarta edizione del progetto “Take time to care”, promosso dall’Ufficio nazionale per la Pastorale della Salute della CEI.

Take time to care: un percorso formativo per abitare il dolore con stile evangelico

È un Ufficio, quello della Pastorale della Salute della CEI, che stimola continuamente a tenere alta l’attenzione verso una dimensione umana da abitare con lo stile camilliano: l’amore verso Dio e verso il prossimo, specialmente verso chi soffre, con l’intenzione di far diventare la Carità prerogativa indispensabile di chi si appresta a servire Dio in modo definitivo.

Ecco che nasce la proposta per i giovani in formazione alla vita presbiterale e consacrata: È il progetto Take time to care (il tempo per prendersi cura) giunto alla quarta edizione.  È un percorso di formazione sulla pastorale della salute che si coniuga negli ospedali, nelle case di riposo, negli hospice e in tutti i luoghi dove si assistono e si curano persone fragili.

Si è tenuto dal 14 al 18 luglio a Roma e vi hanno partecipato quattro dei nostri Seminaristi. Una partecipazione frutto di dialogo e spirito di collaborazione tra il Direttore dell’ufficio di Pastorale della Salute, Don Stefano Iacopino e Don Simone Gatto, Rettore del Seminario Arcivescovile di Reggio Calabria.

Le testimonianze dei seminaristi reggini: un cammino tra la sofferenza

Siamo andati ad augurare buon viaggio ai quattro partenti ed è nata una piacevole conversazione che genera speranza.  Per Domenico Marcianò questa è un’esperienza che arricchirà il proprio bagaglio personale ed è un tempo che lo aiuterà a conoscere meglio una categoria teologica verso cui dirigere attenzione e cioè quella dell’ultimo e quindi dell’ammalato. Per lui è importante guardare al malato come il povero, colui che ha bisogno di essere toccato, guarito e rialzato. Poi esprime anche la propria attenzione a chi vive accanto agli ammalati a cui va donato un atteggiamento di ascolto, di comprensione restituendo una visione spirituale della sofferenza.

Riconosce anche che il servizio agli ammalati e a chi vive con loro e per loro è una vicenda che coinvolge tutta la Chiesa perché una Chiesa che evangelizza esprime un’attenzione alla sofferenza attraverso tante figure presenti in una Comunità ecclesiale. Il sacerdote è una delle figure che lega le altre per organizzare la speranza ai piedi di un letto, luogo dove non ci sono riflettori ma che rappresenta una periferia esistenziale che Papa Francesco più volte ha invitato a frequentare.

Il valore dell’ascolto

Francesco Vadalà trova il programma del Corso particolarmente interessante e ritiene che le tematiche che si affronteranno rappresenteranno di sicuro una crescita significativa soprattutto in direzione della comprensione dell’integrazione del dolore nella persona e elle modalità di approccio relazionale con chi soffre soprattutto in quella spirituale. L’ammalato, poi, con la sua sofferenza comunica la presenza di Gesù nella propria vita e accompagnare uno di loro  rende più forte il nostro Credo perché la sofferenza rende gli ammalati esperti in umanità e fede. Per Francesco chi cura i malati ha necessità di essere compreso, ascoltato e accompagnato non solo spiritualmente.

Luoghi di cura come luoghi del Vangelo

Pietro Roscitano ritiene che questa opportunità vissuta nel tempo del Giubileo della speranza riveste valore aggiunto all’esperienza che vivrà, perché portare speranza in luoghi come gli ospedali, gli hospice e i luoghi di cura rappresenta un valore alto di carità cristiana. Poi richiama il Vangelo di oggi (giorno della partenza) che, attraverso l’esempio del buon samaritano indica il modello comportamentale di ogni sacerdote e arricchisce la propria visione indicando l’abbraccio di San Francesco con il lebbroso che immerge il curante in tutta la realtà del malato ed ecco perché chi cura ha bisogno di tutta la nostra empatia e riconoscenza.

Per Giovanni Megale questa è un’occasione preziosa per fermarsi e riflettere sulle tematiche che toccano il cuore della nostra umanità come la sofferenza, l’accompagnamento delle persone più fragili ma anche di chi sta accanto a loro. Le aspettative che nutre, rispetto all’esperienza formativa, riguardano il dialogo e l’arricchimento. Spera anche di trovare sostegno dai contenuti e dalle varie testimonianze che compongono il programma e, attraverso essi, conta di riuscire ad acquisire delle modalità di approccio alle persone che vivono nella sofferenza per portare speranza anche quando la speranza non è così appariscente.

Come il buon samaritano versa l’olio della guarigione sulle ferite dell’uomo così il sacerdote comunica misericordia che è la vera forza della salvezza e della redenzione. Come futuro sacerdote ritiene di dove esercitare il compito di alleviare le sofferenze e il dolore e di dover imparare quell’ascolto che consente di poter dialogare anche con le solitudini umane e mettere a frutto una buona pastorale e un buon accompagnamento verso i malati.

Buon servizio Giovanni, Domenico, Pietro e Francesco.

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