L’8 marzo è molto di più di una mimosa. Ne è convinta Francesca Chirico, presidente diocesana dell’Azione Cattolica di Reggio Calabria – Bova: dal suo osservatorio di donna, professionista, educatrice e guida associativa, la presidente traccia per Avvenire di Calabria un quadro sulla situazione femminile: le problematiche per le donne nel Sud (soprattutto nell’ambito del lavoro e del welfare), la necessità di spazi decisionali stabili nella Chiesa e l’urgenza di educare le nuove generazioni alla libertà e al servizio. Secondo la Chirico bisogna avere il coraggio di “intromettersi e compromettersi” nella storia, prendendo per mano la Chiesa proprio come si fa con una madre che porta i segni del tempo.
L’8 marzo rischia spesso di diventare una ricorrenza puramente commerciale o rivendicativa. Dal suo osservatorio di donna impegnata nel laicato cattolico, qual è il significato più autentico che dovremmo recuperare oggi per questa giornata?
L’8 marzo va recuperato come giornata del riconoscimento della dignità delle donne: battesimale nella Chiesa e di cittadine nella società civile. Un giorno tra i tanti in cui esercitare memoria e responsabilità.
La memoria serve per non archiviare come definitivamente acquisite le conquiste e le lotte che ci hanno portato fin qui e la responsabilità, per tradurre quei diritti riconosciuti in scelte concrete.
Sono stata responsabile diocesana dell’ACR quando presidente nazionale era Paola Bignardi. In quella stagione, in cui sotto la sua guida l’Azione Cattolica rinnovava lo Statuto, il suo esempio di libertà di pensiero e profezia ha segnato profondamente il mio servizio in associazione, insegnandomi che celebrare una data, un avvenimento, un momento, non significa fermarsi alla memoria, ma avere il coraggio di riformare proponendo regole che permettano davvero a tutti di partecipare (e incidere) alla vita associativa, ecclesiale e civile.
In questa prospettiva, l’8 marzo potrebbe diventare il giorno in cui ogni comunità e ogni associazione parrocchiale si impegnano a programmare un progetto misurabile e si interrogano con onestà su ciò che hanno fatto e su ciò che intendono fare per trasformare quei diritti in scelte reali.
Un impegno condiviso da uomini e donne, perché la dignità più che una questione di genere è una questione di umanità.
L’Azione Cattolica è una palestra di laicità e responsabilità. Come vede il cammino delle donne nei ruoli decisionali e pastorali all’interno della Chiesa? C’è ancora strada da fare per una piena corresponsabilità?
La mia esperienza mi porta a dire che la Chiesa ha già dentro di sé le risorse per una corresponsabilità piena, ma che occorrono ancora un po’ di pazienza e alcune scelte coraggiose per consolidare degli spazi decisionali stabili per le laiche e anche per le religiose.
Non mi sono mai sentita subordinata alle figure maschili: sono cresciuta alla scuola di sacerdoti che mi hanno insegnato, come in una palestra, ad allenarmi sin da ragazzina alla partecipazione.
Penso a don Lauro che mi ha fatto scoprire il rinnovato ruolo dei laici con il Concilio Vaticano II, a tutti gli assistenti che mi hanno accompagnata nel lungo servizio diocesano in AC, al mio attuale collegio assistenti e, soprattutto a don Sasà, il nostro assistente unitario, con il quale condivido la fatica bella delle scelte, del discernimento e della sintesi.
Ovviamente in tutte le istituzioni, quindi anche nella Chiesa, a volte si fatica a creare quegli spazi stabili di cui parlavo prima. Ma anche nel lavoro funziona così. Nonostante nel mio campo non smetta mai di approfondire le mie competenze, qualcuno quando entra nel mio organismo di mediazione, mi chiama signorina e mi chiede di parlare con il responsabile. Cosa che nella Chiesa in realtà non mi è mai successa.
L’Azione Cattolica ha una lunga storia di donne capaci di visione e di coraggio, che, come Armida Barelli o come Franca Sesti (per pensare ad esempi più vicini alla nostra realtà diocesana) hanno saputo stare dentro la Chiesa con una presenza qualificata e incisiva senza rinunciare alla propria libertà. L’associazione educa a questa partecipazione plurale in cui le specificità di ciascuno sono valorizzate. Più in generale, credo che la partecipazione delle donne vada costruita attraverso la formazione teologica e anche con percorsi di leadership e di confronto intergenerazionale e, soprattutto, attraverso la presenza nei luoghi consultivi e decisionali come pratica ordinaria di sinodalità.
Come educatrice e presidente, quale messaggio si sente di dare alle giovani generazioni dell’AC? Come si educa oggi una ragazza alla libertà e al servizio, in un mondo che spesso propone modelli di donna mercificati o iper-competitivi?
Libertà e servizio non si escludono, anzi, credo siano due facce della vocazione. La libertà matura se è esercitata per il bene di qualcun altro e il servizio è autentico se nasce da una scelta libera.
La mia esperienza di educatrice di diverse generazioni di giovani e di ragazzi mi ha insegnato a fare, decidere, rispondere e anche a sbagliare…ma sempre sentendo la responsabilità di offrire strumenti critici, non modelli preconfezionati e di accendere quella curiosità che porta a scelte libere e consapevoli. Educare alla libertà oggi, significa accompagnare una giovane donna a leggere la realtà, a confrontarsi con il lavoro, con le relazioni, con le proprie scelte vocazionali, ad avere uno sguardo critico anche sui media e sul modello di donna che propongono. In un sistema che mercifica la persona o esalta la competizione l’AC, se prende sul serio il suo compito educativo, può offrire un’alternativa che valorizza la persona nella sua interezza.
Essere donna in Calabria comporta sfide specifiche, dal tema del lavoro alla conciliazione con la famiglia, fino alla lotta contro una mentalità a volte ancora patriarcale o segnata dalla ‘ndrangheta. Qual è il contributo che le donne cattoliche stanno dando per il riscatto sociale della nostra terra?
Il contributo più importante è culturale. Tante donne con la loro capacità di costruire alternative concrete alla rassegnazione sono testimoni del fatto che un’altra Calabria è possibile.
Nei nostri territori la Chiesa resta ancora un punto di riferimento credibile, nonostante le sue umane contraddizioni, e credo sia per questo che le donne cattoliche sono in grado di contribuire al riscatto sociale attraverso iniziative concrete come la creazione di cooperative sociali, percorsi di formazione per giovani, reti di solidarietà, progetti di reinserimento per vittime di violenza. Non è banalmente una attitudine alla cura, né assistenzialismo o sporadica filantropia è piuttosto una sorta di progettualità sociale. E mentre lo dico ho in mente i volti di tante donne che hanno trasformato il dolore e le ferite in progetti e hanno coniugato competenze e passione per creare lavoro dignitoso e opportunità dove sembrava non esserci nulla.
Il compito della politica, ma anche quello delle realtà ecclesiali è quello di sostenere queste esperienze concedendogli visibilità, spazio e riconoscimento.
Spesso il peso della cura (anziani, figli, disabili) grava quasi interamente sulle spalle delle donne. Come Chiesa e come associazione, quali risposte o supporti state mettendo in campo per non lasciare le famiglie sole?
Posso dire anche con una certa convinzione che la cura non sia un “compito femminile”. È una responsabilità di ogni persona e, per chi crede, di ogni credente.
Il primo bisogno di ciascuno è quello di essere riconosciuto, poi di essere “curato”. Cioè, di avere accanto qualcuno che sappia ascoltare anche oltre le parole i tuoi bisogni più intimi e non solo quelli pratici.
Durante il Covid l’AC, ma un po’ tutti i movimenti e le associazioni, sono diventati laboratori di prossimità, sperimentando modi nuovi di stare accanto agli anziani, alle persone malate o con disabilità con piccoli servizi quotidiani, ma anche attraverso la creazione di reti di riconoscimento e accompagnamento. E in realtà le cose che già si fanno sono tante, dagli sportelli di ascolto ai turni di volontariato fino ai percorsi di formazione per chi si prende cura; ma la questione della cura è centrale e non può essere lasciata alla sola responsabilità delle famiglie. La Chiesa e, quindi anche l’Azione Cattolica, devono essere luoghi che alleviano il peso e che promuovono soluzioni che restituiscono dignità a chi cura e a chi è curato.
Che augurio si sente di fare a tutte le donne della nostra Diocesi, credenti e non, che leggeranno questa intervista?
Auguro a tutte noi un po’ la sintesi di quello che ho detto fin ora: di essere riconosciute nella nostra dignità, libere di scegliere e coraggiose nel servire, senza dover dimostrare continuamente di meritare spazio.
A noi che siamo tante cose, madri, lavoratrici, studentesse, volontarie, consacrate, credenti o non credenti, auguro di essere come Maria, che don Tonino Bello definiva “donna di parte”, di “intrometterci” e di “comprometterci” nelle questioni degli uomini…soprattutto dei più fragili e degli esclusi.
Mi permetto un’ultima considerazione…sperando di non risultare eretica.
Mi incoraggia che in fondo, anche la Chiesa è donna. Nella sua accezione più comune diciamo che la Chiesa è madre e, come tutte le madri, porta i segni del tempo… ha qualche ruga, qualche stanchezza, qualche fragilità e a volte fatica a stare al passo con le domande della storia.
Ma proprio come accade con le madri, quando invecchiano le si prende per mano.
Forse uno dei compiti più autentici delle donne nella Chiesa è proprio quello di non stare ai margini e di non limitarsi a custodire quello che c’è, ma di accompagnarla, sostenerla e quando serve aiutarla a rinnovarsi e a non perdere il contatto con la vita reale delle persone…in due parole a intromettersi e compromettersi, come Maria a Cana.
E visto che ho citato Maria mi concederete un pensiero ed un augurio a tutte le donne di Palestina. Che possano prima o poi festeggiare con una dignità nuova la libertà della loro terra.
L’articolo Il ruolo delle donne nella Chiesa di Reggio Calabria: la riflessione di Francesca Chirico per l’8 marzo proviene da Avvenire di Calabria.















