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Il ritorno del dipinto di San Prospero a Reggio Calabria nel racconto del vescovo Giacomo Morandi

Un legame forte che lega la Pianura Padana alle sponde dello Stretto: è un legame fatto di carità che risale alle macerie del 1908, quando Reggio Emilia soccorse una Reggio Calabria ferita dal sisma. Oggi, quel legame torna a farsi visibile e concreto attraverso l’arte. Il ritorno del dipinto di San Prospero in terra calabra è il rinnovo di un “ponte” spirituale che sfida il tempo. Abbiamo rivolto alcune domande a monsignor Giacomo Morandi, vescovo di Reggio Emilia – Guastalla, per riflettere sul significato di questo gesto e sulla missione dei laici e della Chiesa in un mondo che ha sempre più bisogno di cura e comunione.

Eccellenza, il ritorno del dipinto di San Prospero a Reggio Calabria è il sigillo su una storia di carità nata in uno dei momenti più bui, il terremoto del 1908. In un mondo e in un’Italia spesso attraversati da spinte alla frammentazione, cosa ci insegna oggi questo antico “ponte di solidarietà” tra le due Reggio?

Credo che il ritorno del dipinto ci insegni un aspetto fondamentale della vita cristiana: prendersi cura gli uni degli altri; ci ricorda che siamo un unico corpo, dove prima o poi abbiamo bisogno del prossimo. È chiara ed evidente la consapevolezza che da soli non ce la possiamo fare. Questa storia è una bella storia di comunità sorelle che si aiutano vicendevolmente, condividendo doni e risorse per il bene di tutti.

Emilio Cottafavi ha incarnato la figura del laico cattolico capace di tradurre il Vangelo in opere concrete di ricostruzione e speranza. Qual è l’insegnamento più attuale del suo impegno per i laici delle nostre diocesi, chiamati a essere ‘lievito’ nella società odierna?

Credo che il Cammino sinodale che abbiamo celebrato ci abbia ricordato che tutti i battezzati sono chiamati a vivere come parte attiva la loro appartenenza alla Chiesa. L’immagine del lievito è significativa: basta poco lievito per far fermentare tutta la pasta. Credo che oggi tutti i battezzati, laici in modo particolare, siano chiamati ad essere lievito che fa fermentare buone relazioni all’interno della Chiesa e anche nei confronti del mondo.

Restaurare un’opera significa curarne le ferite e riportarne alla luce la bellezza originaria. Metaforicamente parlando, quali sono oggi le ‘crepe’ del nostro tessuto sociale che, come Chiesa, siamo chiamati a ‘restaurare’ con l’annuncio e la luce del Vangelo?

La crepa più evidente è l’individualismo, che si concretizza con la ricerca solo e unicamente del proprio interesse o del profitto come principale obiettivo del nostro lavoro e dei nostri sforzi. È il grande male del nostro secolo e colpisce a volte anche la comunità cristiana. Sono pertanto convinto che la crepa più evidente che dobbiamo sanare è proprio quella dell’individualismo e questa crepa si cura sviluppando una cultura della comunione e della solidarietà.

Il 17 aprile l’effigie del vostro Santo Patrono sarà nuovamente accolta in riva allo Stretto. Quale messaggio desidera affidare all’Arcivescovo Morrone e a tutti i fedeli dell’Arcidiocesi di Reggio Calabria – Bova in questa occasione?

Questo quadro è il segno di una comunità tra Chiese sorelle che deve continuare. Nella nostra città di Reggio Emilia c’è una numerosa comunità calabrese che è ben inserita nel tessuto sociale e soprattutto nelle comunità cristiane. Credo che il loro apporto sia uno dei segni più belli che questa storia tra le due comunità ci ha consegnato. Mi auguro davvero che questa comunione e questo rapporto possano intensificarsi e possano essere arricchenti per entrambe le comunità di Reggio Emilia e di Reggio Calabria.

Immaginiamo che Lei voglia affidare un’intenzione di preghiera silenziosa a questo dipinto di San Prospero, prima che intraprenda il suo viaggio di ritorno verso lo Stretto. Quale grazia o speranza personale chiederebbe per la terra di Calabria che lo sta aspettando?

Chiedo per la terra di Calabria e specialmente per la sua Chiesa che sappia essere per tante persone segno di consolazione e di speranza, specialmente per tutte quelle che stanno attraversando situazioni di prova e anche di solitudine. La bellezza dei luoghi calabresi, che ben conosciamo, possa essere anche affiancata dalla bellezza della vita cristiana di comunità che sono capaci di donare alle persone che sono in ricerca il dono più prezioso che la Chiesa ha e che anche la Chiesa calabrese può dare e cioè la bellezza del volto di Cristo.

L’articolo Il ritorno del dipinto di San Prospero a Reggio Calabria nel racconto del vescovo Giacomo Morandi proviene da Avvenire di Calabria.