✍️ La storia del Venerabile Giovanni Ferro si arricchisce di un capitolo fondamentale che ne delinea la statura morale ben prima del suo arrivo sulla cattedra di san Stefano. Durante i tragici anni dell’occupazione nazista, tra il 1943 e il 1945, il futuro arcivescovo di Reggio Calabria, allora rettore del Collegio Gallio di Como, agì con coraggio e lucida fermezza per sottrarre alla deportazione il giovane Roberto Furcht. Accogliendolo sotto falsa identità e garantendogli protezione tra le mura dell’istituto somasco, Ferro mise a rischio la propria vita in un contesto di costante pericolo e delazioni. Questo impegno silenzioso, rimasto a lungo riservato per l’umiltà del protagonista, trova oggi un solenne riconoscimento pubblico: l’11 marzo monsignor Ferro sarà onorato come Giusto per la Società Civile dalla Fondazione Gariwo, unendosi a figure come Martin Luther King e Pietro Calamandrei, a testimonianza di un ecumenismo vissuto nei fatti e di un amore incondizionato per la libertà e la dignità di ogni essere umano.
Il rettore del Collegio Gallio e la salvezza di Roberto Furcht
Il 15 ottobre 1583, Papa Gregorio XIII promulgava la bolla Immensa «Dei providentia» per la fondazione del Collegio Gallio di Como: «È immensa la provvidenza di Dio dalla quale procede l’agire di tutte le persone buone». Un incipit rivelatosi “profetico” alla luce di quanto si verificherà nel corso del secondo conflitto mondiale in quel collegio per mezzo dell’azione provvidenziale del suo “venerabile” rettore, l’allora padre somasco Giovanni Ferro.
Ordinato presbitero nella cattedrale di Chiavari dal Vescovo Amedeo Casabona (1867-1948) l’11 aprile del 1925, il primo ambito di apostolato affidatogli fu l’insegnamento che svolse in vari istituti dei Padri Somaschi, fino alla riapertura del Collegio “Trevisio” di Casale Monferrato a cui Ferro, appena trentenne, venne preposto come rettore. Ricoprì quest’incarico per sette anni, fin quando venne nominato rettore e preside del “Collegio Gallio” di Como in cui lavorò alacremente sino alla conclusione della catastrofica seconda guerra mondiale. Fu qui che accolse, sotto il falso nome, il quattordicenne ebreo Roberto Furcht, per tutto il tempo della persecuzione nazista in quelle zone (dal 1943 al 1945), salvandogli la vita, come lo stesso testimone, ormai ottantenne dichiarerà: «Mi chiamo Roberto Furcht, ho ottant’anni e sono qui per rendere omaggio alla memoria del Padre somasco e Vescovo Giovanni Ferro, che mi accolse al collegio Gallio, qui a Como, durante l’occupazione nazista e al quale debbo la salvezza della vita».
La testimonianza del sopravvissuto e la causa di beatificazione
A distanza di quasi 65 anni, nel 2009, attraverso Laura d’Incalci Giornalista free lance, collaboratrice del quotidiano comasco “La Provincia”, per la prima volta, Roberto Furcht decise di ritornare su una pagina complessa di quel periodo storico che, a livello personale, fu attraversato da una testimonianza luminosa mai dimenticata: «Per me tornare al collegio Gallio, ricordare dopo tanti decenni quegli anni così particolari della mia giovinezza, è come tornare a casa. Considero questo evento una cosa singolare, un fatto miracoloso» ammette Furcht che alla fine della guerra prese le redini dell’azienda di famiglia, di importazione e commercio di pianoforti. «Per me ebreo, quel sacerdote cattolico che mi offrì un rifugio, è stato come un padre. Ma non mi riferisco soltanto al senso di sicurezza e protezione di fronte alla minaccia e al pericolo che si potrebbero immaginare oggi. Allora non avevamo la reale percezione di quel che sarebbe potuto accadere, la realtà vera si è saputa dopo» riferisce l’ex-allievo del collegio Gallio, ricordando la grandezza d’animo di un maestro di vita che gli ha insegnato a vincere ogni sentimento di odio e di intolleranza: «Non faceva differenze, salvaguardava sempre l’essere umano e ne rispettava profondamente la libertà: il suo era vero ecumenismo. Mi ha trasmesso un senso di grande speranza…» ribadisce Roberto Furcht più di ogni altro erede di una sapienza che cambiò il corso dell’intera sua esistenza. «Il passato ci insegna tanto, ma non occorre mettersi in prima fila per trasmetterne i principi… Ma da quando, nel 2008, è stata aperta la causa di beatificazione di padre Giovanni Ferro, voglio essere suo testimone, desidero raccontare la storia di un santo».
La discrezione del “Giusto” nelle memorie di Luigi Accattoli
A questo punto, verrebbe da chiedersi: Perché il Venerabile, di tutto ciò, non volle mai parlarne? Una prima risposta plausibile la si trova all’interno del periodico “Il Regno”, dove l’autore Luigi Accattoli, saggista, giornalista, vaticanista e “amico” del collegio “Gallio”, traccia anche un profilo personale su Ferro conosciuto a Roma: «Avevo conosciuto l’arcivescovo Ferro in occasione di un convegno romano di reggini emigrati nella capitale – ai quali mi trovo affiliato per ragioni familiari – e ben ricordo la discrezione e quasi la timidezza dell’uomo, così che non faccio difficoltà a intendere come non abbia mai narrato quel gesto di protezione per il quale potrebbe essere avviata l’istruttoria da parte della fondazione Yad Vashem in vista del riconoscimento del titolo di “giusto delle nazioni”». (Cfr. “Giovanni Ferro: come un giusto inerme salva un ebreo e tre Mussolini”, in: Il Regno, n. 14, Bologna 2009, p. 511). Il contributo di Accattoli emerge con maggiore profondità e completezza all’interno del suo rinomato blog “cerco fatti di vangelo” alla pagina intitolata: “Giovanni Ferro: come un “giusto” inerme salva un ebreo e tre Mussolini”.
Il riconoscimento di Gariwo e il legame con Reggio Calabria
Alla luce di tale frammento di storia, giova ricordare che monsignor Giovanni Ferro, dichiarato Venerabile da papa Francesco il 5 luglio 2019, sarà ricordato il prossimo 11 marzo con il titolo di Giusto per la Società Civile, onorificenza attribuita dalla Fondazione Gariwo, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e Comune di Milano. In quello stesso contesto verranno menzionate personalità del calibro di: Martin Luther King e Pietro Calamandrei. Importante, oltre che significativo, in tutto ciò il ruolo del professore Andrea Furcht, figlio del “salvato” Roberto, affinchè la candidatura del presule reggino venisse accolta.
La protezione silenziosa sotto l’occupazione nazista
Gli storici della eminente Fondazione così scrivono: «Quando Roberto Furcht, un giovane ragazzo ebreo, divenne un ricercato della Gestapo, Padre Ferro decise di offrirgli rifugio all’interno del Collegio Gallio. Roberto aveva perso la possibilità di vivere apertamente la propria identità ebraica a causa delle persecuzioni e si trovava in fuga, insieme a migliaia di altre persone, in cerca di un luogo sicuro dove nascondersi. Padre Ferro lo accolse sotto falso nome, lo registrò come studente, gli procurò documenti e abiti per non destare sospetti. Per mesi il ragazzo visse tra i corridoi e le aule del collegio, protetto da una rete silenziosa di discrezione e solidarietà. Nessuno, tra gli altri studenti, era a conoscenza della sua vera identità. Padre Ferro sapeva che un solo errore avrebbe potuto significare l’arresto immediato e la deportazione non solo per Roberto, ma potenzialmente anche per lui stesso e per chiunque avesse tentato di aiutarlo. La presenza costante delle pattuglie tedesche e delle milizie fasciste, i controlli improvvisi e le delazioni rendevano ogni gesto di aiuto estremamente rischioso.
La scelta di Padre Ferro non fu episodica né improvvisata. Come rettore, si trovava in una posizione delicata: era responsabile di un istituto noto e frequentato, posto sotto osservazione dalle autorità. Nonostante ciò, decise di agire in silenzio, senza informare nessuno se non pochissimi collaboratori fidati. Il collegio divenne per Roberto Furcht una sorta di rifugio invisibile nel cuore di una città occupata. Padre Ferro curò ogni dettaglio: la copertura burocratica, le abitudini quotidiane, i movimenti interni per evitare attenzioni indesiderate. Sapeva che per proteggere quel ragazzo era necessario non solo il coraggio, ma anche grande lucidità e capacità di pianificazione. Non si trattava semplicemente di aprire una porta, ma di garantire a un essere umano la possibilità di sopravvivere in un contesto in cui la persecuzione era sistematica e implacabile. Dopo la Liberazione, Padre Ferro non parlò pubblicamente della vicenda. Considerava quella scelta un dovere morale, non un atto da rivendicare».
Nel 1945 Ferrò sarà chiamato a Genova come Parroco alla Chiesa della Maddalena, divenendo tre anni dopo Provinciale del suo Ordine. Nel frattempo il Cardinale del capoluogo ligure Giuseppe Siri (1906-1989) lo aveva chiamato a svolgere – oltre a delicati compiti in ambito caritativo – l’attività di professore di Teologia Pastorale presso il Seminario Maggiore della sua Diocesi. Tutto ciò sino al 14 settembre 1950 quando diverrà Arcivescovo di Reggio Calabria e Vescovo di Bova.
*docente di discipline storiche – direttore dell’archivio storico diocesano
L’articolo Giovanni Ferro Giusto per la Società Civile: la storia del salvataggio di Roberto Furcht proviene da Avvenire di Calabria.















