Ieri sera, in occasione della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, Francesco Antonio Grana, vaticanista de Il Fatto Quotidiano, è stato ospite a Reggio Calabria per un incontro con i giornalisti. Nell’intervista che segue riflette sul mestiere del vaticanista, sul rapporto tra Chiesa e informazione e sulla necessità di una comunicazione capace di custodire, anche nella cronaca, voci e volti umani.
Francesco, tu racconti il Vaticano dall’interno ormai da molti anni. Prima di parlare di cronaca e di scenari, ti chiedo una cosa personale: che cosa ti ha insegnato, umanamente e professionalmente, il mestiere del vaticanista?
Mi ha insegnato a rispettare le fonti, a rispettare le persone che si intervistano e a cercare di trasmettere fedelmente il loro pensiero senza cedere alla tentazione di un titolone che possa suscitare un grande interesse o possa essere venduto come un grande scoop internazionale. Il nostro è un mondo in cui molte volte si tralasciano i valori umani, pensando soltanto ad arrivare primi, a vincere una sorta di competizione tra colleghi. Bisogna avere molto rispetto dell’interlocutore anche perché siamo in un campo che è quello ecclesiale e quindi le persone che si fidano di te si affidano anche a te. Questo ovviamente vale in tutti i campi, ma nel campo ecclesiale c’è, a mio parere, una sensibilità in più che bisogna rispettare.
Nella copertura della Santa Sede, quanto contano le fonti e quanto conta, invece, la capacità di leggere i processi?
Contano entrambe le cose nella stessa misura, 50 e 50 direi. Sicuramente le fonti, soprattutto se autorevoli, sono fondamentali per avere un’informazione tempestiva, corretta e non prendere delle strade sbagliate. Conta anche la capacità di lettura perché molte volte le fonti non possono dire tutto quello che sanno per ovvi motivi: perché c’è il segreto pontificio, perché ci sono dei processi molto delicati in elaborazione. È importante, quindi, una capacità di lettura che permetta un’analisi corretta di quelli che sono i fenomeni che si stanno sviluppando. Poi è chiaro: tanti fenomeni che noi vediamo e raccontiamo nella cronaca quotidiana fra cent’anni, nei libri di storia, avranno una lettura corretta e completa rispetto agli eventi che si svolgono adesso. Chi legge Benny Lai, un grande capolavoro di questo vaticanista che è Il Papa non eletto, un bellissimo libro sul cardinale Giuseppe Siri, ha dei retroscena sui quattro conclavi a cui ha partecipato Siri che ovviamente i cronisti di quell’epoca non hanno potuto avere, ma sono trascorsi anche diversi decenni.
Qual è l’errore più frequente che i media compiono quando raccontano il Vaticano?
Leggere il Vaticano esclusivamente con le categorie politiche. Noi veniamo da un anno, il 2025, dove molti colleghi nelle redazioni dei giornali hanno pensato che il vaticanista fosse come il virologo nel tempo della pandemia: cioè un giornalista che aveva valore soltanto durante la Sede Vacante. Sappiamo che così non è. Lo vediamo anche nella cronaca di queste settimane con lo scontro acceso tra il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, e Leone XIV. L’errore è la riduzione del vaticanista a un analista politico di una realtà, quella vaticana, non paragonabile a qualsiasi altra istituzione laica. Questo è un errore fondamentale, frequente e molto grave. C’è pure il rischio che avvenga quello che succede quando gioca la Nazionale italiana ai Mondiali di calcio — se mai succederà di nuovo, non lo so — e cioè che tutti i 60 milioni di italiani si trasformino in ct della Nazionale. Il rischio è che 60 milioni di italiani o 8 miliardi di persone nel mondo si trasformino in vaticanisti quando c’è una Sede Vacante. Chiaramente la Sede Vacante è un’eccezione. Il cardinale Michele Giordano diceva che essa è un trauma nella Chiesa e si augurava che se ne verificassero il meno possibile. Poi c’è la normalità, c’è l’ordinarietà, c’è la ferialità, se vogliamo dirlo con un termine ecclesiale, ed è qui che la specificità del vaticanista ha un valore pieno che ormai è strutturale in tutti i giornali che vogliono essere degni di questo nome. È un concetto ancora molto difficile da affermare.
Il tema di quest’anno della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali ci chiede di custodire voci e volti umani. Che cosa significa concretamente per chi fa informazione ogni giorno?
Fare un salto di qualità che non significa essere bigotti. Il giornalismo religioso non deve essere bigotto; non significa che il blog della parrocchia è giornalismo religioso e che, invece, scrivere sul Corriere della Sera — ovviamente di questi argomenti — non lo sia. Significa fare un salto di qualità nel senso di riuscire a raccontare in maniera corretta le notizie anche quando parlano di abusi sessuali, anche quando si tratta di raccontare il dramma e la sofferenza delle vittime e le atrocità dei carnefici. Bisogna restare umani in un senso profondo. È difficile. Molte volte ci sono i soloni della professione che discettano di deontologia senza aver mai vissuto, mai affrontato veramente la professione, soprattutto la professione ad alti livelli in quotidiani laici. E questo mi fa molto arrabbiare perché è facile indicare dagli spalti come deve giocare un calciatore, ma è difficile essere quel calciatore e riuscire a fare gol. Io credo che il messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali 2026 — che è il primo di Papa Prevost — sia importante perché ci fa capire innanzitutto che la comunicazione è fondamentale nella Chiesa. E questo ce lo dice il Concilio Ecumenico Vaticano II, ma soprattutto ce lo dice Gesù Cristo. Il mistero stesso che Gesù affida ai discepoli è quello della comunicazione. “Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno”, dice alle donne Gesù risorto. Siamo nel tempo pasquale: la Chiesa non sarebbe arrivata a noi se Gesù non avesse dato il mandato di annunciare il Vangelo, che è la sua resurrezione.
Che rapporto c’è tra Chiesa e comunicazione?
La comunicazione è connessa alla natura stessa della Chiesa e questo molte volte i nostri vescovi, anche in Italia, non lo capiscono e pensano che la comunicazione sia mandare un comunicato stampa una volta ogni sei mesi dall’account ufficiale della diocesi. Purtroppo, non è così. C’è ancora molto da fare per applicare il decreto conciliare Inter mirifica. Qualche anno fa avevo proposto di inserire nel corso annuale di formazione per i vescovi di nuova nomina, accanto alla formazione canonica, a quella liturgica, a quella teologica, a quella pastorale, eccetera, una formazione per la comunicazione ecclesiale istituzionale. Perché è necessario che il Vaticano spieghi ai vescovi diocesani che la comunicazione non è qualcosa di marginale, ma è strutturale nella vita di una diocesi.
Per concludere, qual è la qualità umana più importante per chi fa il giornalista?
Indubbiamente la curiosità perché noi dobbiamo essere dei curiosi e quindi scoprire, cercare di scoprire, di capire prima noi i fenomeni che viviamo, che vediamo, e poi saperli raccontare. Senza la curiosità non si va da nessuna parte e soprattutto serve la volontà di non arrendersi mai. È facile rinunciare alla prima telefonata che non va a buon fine o al primo che ti sbatte il telefono in faccia o a quell’altro che ti dà un’informazione falsa o che ti vuole depistare. Non bisogna desistere mai, prendersi tante… tante parolacce, essere scomodi, ma poi alla fine il risultato positivo c’è sempre. Forse non siamo una categoria ben vista, soprattutto nel mondo ecclesiale, e dobbiamo farci amare un po’ di più. Ci sono alcuni vescovi che hanno l’”allergia giornalistica”: addirittura ci sono vescovi in Italia che non rilasciano interviste davanti alle telecamere, il che chiaramente costituisce un serio problema perché non bisogna fuggire dai giornalisti, ma bisogna allearsi con i giornalisti. Qualche anno fa Le Iene fecero vedere un vescovo di una grande diocesi italiana che davanti alle telecamere scappava. Non si scappa mai. Si risponde alle domande, anche a quelle scomode. Le domande devono essere scomode, altrimenti quello che si ha davanti non è un giornalista, ma è un ufficio stampa. È diverso. C’è un problema ancora da affrontare: il rapporto di alcuni vescovi con la stampa. La stampa non è l’ufficio stampa della diocesi: la stampa deve sollevare delle obiezioni critiche e su questo c’è molto da fare. Queste Giornate mondiali delle comunicazioni sociali — fra l’altro le uniche giornate mondiali volute dal Vaticano II, anche questo è molto indicativo — servono a crescere in questo rapporto di amicizia che deve esserci ogni giorno. E i vescovi che riescono a dialogare con la stampa locale poi si accorgono che questa amicizia li aiuta a raccontare il tanto bene che, grazie a Dio, c’è in tutte le diocesi del mondo e in particolare nelle nostre diocesi italiane.
L’articolo Francesco Grana: «Il Vaticano spieghi ai vescovi che la comunicazione non è marginale nella Chiesa» proviene da Avvenire di Calabria.














