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Don Pippo Curatola, il ricordo di don Valerio Chiovaro: che cosa cambia da un giorno all’altro?

La scomparsa di don Pippo ha suscitato profonda commozione all’interno della comunità diocesana di Reggio Calabria – Bova. Tra le testimonianze di vicinanza, si inserisce la riflessione di don Valerio, che dalla Terra Santa condivide un ricordo personale legato alla figura del sacerdote. Attraverso la sua lettera, viene analizzato il tema della paternità spirituale nel percorso di formazione presbiterale e l’importanza del legame che unisce i sacerdoti. Il testo ripercorre l’eredità umana e religiosa lasciata da don Pippo, ponendo l’accento sul valore della comunione ecclesiale che prosegue anche dopo la fine della vita terrena.

Il senso della grazia e la trasfigurazione dei legami

Don Pippo non c’è più. La tristezza affoga, ma si fa spazio una serenità discreta, e perfino una gioia: quella che sa riconoscere la grazia. Sì, la grazia di un sacerdozio e direi del sacerdozio. Che cosa cambia da un giorno all’altro, in un rapporto di paternità? Che cosa accade quando, chiusi gli occhi su questo panorama terreno, si dischiude finalmente lo sguardo davanti al Volto dell’Amato, dell’atteso, del ricercato, del desiderato? Certo affiora la solitudine, la certezza che mancherà quella parola buona, che sa difendere ed edificare.

Che visione minima, ferma alla retorica della morte, la lascio per il realismo della fede:
se Cristo è vivo, allora i legami veri non vengono cancellati; vengono trasfigurati.
Nel sacerdozio esiste una parentela che non è “da carne e da sangue”. È una famiglia che lo Spirito suggella, e che troppo spesso noi stessi presbiteri viviamo con poca consapevolezza. Eppure è reale: una comunione che ci precede, ci forma, ci custodisce. Don Pippo, nella mia vita di seminarista e poi di sacerdote, è stato parte forte di questa “genealogia spirituale”: un padre, un riferimento, una presenza che non si è imposta con il peso del possesso, ma con la forza mite della libertà.

La paternità spirituale e la gratitudine per il percorso condiviso

Descrivere l’intreccio, il lascito, il patrimonio di questo rapporto è cosa del cuore, e proprio per questo fatica a trovare parole nette. C’è in ogni vera paternità una santa interferenza – perché un padre entra nella vita, la orienta, la provoca – e insieme una sorta di indifferenza ignaziana, quella libertà che non trattiene, non lega a sé, non chiede tributi, ma rimanda
sempre oltre, a Dio, alla vocazione, alla verità. Però, una parola la sento limpida: grazie.
Grazie per la libertà e per la sincerità, per l’umorismo, che salva dalla pesantezza e rimette le cose al loro posto; per la parola “pesata e pensata”, capace di attraversare le situazioni senza ferire, e senza mentire. Grazie per quegli aneddoti che so già che riprodurrò: socchiudendo gli occhi, muovendo un dito, come amava fare lui; e poi quei nomignoli improbabili con cui sapeva chiamarci, quasi a dirci che la fraternità non ha bisogno di
maschere solenni, ma di verità e di affetto.

La responsabilità dell’eredità sacerdotale

Ciascuno di noi porta i “geni spirituali” dei preti che lo hanno formato. Ne riproduce, a volte inconsapevolmente, i tratti: quasi una fisiognomica della filialità. E questo, oggi, non è solo motivo di nostalgia; è una responsabilità. Perché essere figli, nel sacerdozio, non
significa semplicemente ricordare o testimoniare. Significa vivere una comunione che prescinde dai singoli episodi e riconosce, in ogni incontro con il padre-prete la provvidenza; in ogni servizio reso una grazia moltiplicata, in ogni missione condivisa una comunione che va al di là di fatti e visioni. Una comunione che non si spezza con la morte, ma continua – e si potenzia – nella profondità di un cielo che è compimento.

Certo, il nostro clero perde un altro punto di riferimento: libero, lucido, orante. E a noi che restiamo – non si sa fino a quando – rimane l’onere della memoria. Ogni sostituzione è impossibile: nessuno prende il posto di un padre. Ma la gratitudine può far vivere, nel corpo del presbiterio, non solo il ricordo, bensì il memoriale: quella presenza che continua a generare, a correggere, a custodire, persino quando non la vediamo più.
Specialmente noi presbiteri di una certa generazione abbiamo avuto la grazia di incontrare colossi sacerdotali. Sapremo custodirne i volti, i desideri, le fatiche? Sapremo non ridurre la loro eredità a qualche frase, a qualche fotografia, a un “com’era bravo”, ma farne carne nella fedeltà quotidiana, nella fraternità concreta, nella preghiera?

La comunione tra presbiteri e la preghiera dalla Terra Santa

Perché – diciamolo con sincerità – in questo tempo la comunione tra noi sacerdoti a volte sembra più un’intenzione che una realtà, e questo, per quanto possa ferire, non ci abbatte, lo sappiamo, tutto è in mani più grandi: nel cuore dilatato di Gesù, Sommo ed eterno Sacerdote. È attraverso per le sue ferite che entriamo in questo cuore, ed è lì che impariamo la comunione vera: quella che non dipende dall’umore del momento, né dalle invidie e dalle simpatie, né dai caratteri, ma nasce dall’essere stati raggiunti dallo
stesso Amore.

Rimane un grande desiderio, e una preghiera: che i nostri “padri” nel sacerdozio continuino a guardarci dall’alto. Perché in un mondo che spesso ci spinge ad apparire, abbiamo davvero bisogno che qualcuno ci guardi profondamente, da padre, da fratello. Don Pippo sapeva guardare, perché voleva custodire e custodiva conducendoci al Padre.
E allora torno alla domanda iniziale: che cosa cambia da un giorno all’altro, chiusi gli occhi a questo mondo terreno? Nel mio cuore, dopo lo strappo, torna il sereno. Perché so e
credo che i rapporti veri – quelli pieni, quelli sofferti, compresi e accettati – continuano.

Anzi, si approfondiscono in un cielo che non allontana, ma abbraccia; e in un abbraccio che tutti ci riunisce nel cuore del Maestro e sulle spalle del Buon Pastore. Don Pippo non c’è più, anzi c’è più di prima! E mentre un grande grazie sgorga dal cuore, da questa Terra Santa, di morte e risurrezione, nel silenzio del Corpo-assente del Santo Sepolcro,
intono la preghiera antica: In paradiso ti accolgano gli angeli, e ti conducano nella Santa Gerusalemme; e sulle spalle del Buon Pastore ti portino alla gioia senza fine. Perché ho
avuto fame e mi hai dato da mangiare; ho avuto sete e mi è stato dato da bere; ero straniero e mi hai accolto.

Don Valerio, alias figlioletto egiziano caro

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