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Don Pippo Curatola compie 80 anni: «La mia vita tra ascolto, sorriso e grido»

Ottant’anni, una vita spesa tra il servizio pastorale, la filosofia e il giornalismo, ma sempre con lo sguardo rivolto al Vangelo e al prossimo. Oggi, 19 settembre, monsignor Filippo Curatola – per tutti don Pippo – festeggerà il suo compleanno celebrando la Santa Messa alle 18:30 al Santuario di Sales, in via Reggio Campi, di cui è rettore.

Storico direttore di Avvenire di Calabria per 34 anni, docente di filosofia e guida spirituale per intere generazioni, don Pippo ripercorre – in questa intervista – il senso di questo traguardo con la sobrietà e l’intensità che da sempre lo contraddistinguono. Nelle sue parole emergono i verbi che hanno scandito la sua esistenza – «ascoltare, sorridere, gridare» – e la preghiera semplice che custodisce nel cuore: «Gesù, ti aspetto». Un dialogo che non è solo bilancio, ma sguardo avanti, da «viandante della Parola», con la stessa fiducia di chi – come scrive il salmista – riconosce che «anche quando è lunga, la vita non è che un soffio».

Don Pippo, come si vive l’alba degli 80 anni?…Qual è la tua preghiera di oggi?

L’alba degli ottant’anni – per chi ci arriva – ognuno la vive a modo suo. Io la vivo con il pensiero al testo del Salmo 90: “Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti,  ma quasi tutti sono fatica, dolore;  passano presto e noi ci dileguiamo” … Anche quando è lunga, la vita non è che un soffio… Per questo per chi crede, la preghiera ha un ruolo decisivo. Nella mia vita non mancano mai le preghiere, la Messa anzitutto e la Liturgia delle Ore… Ma, dato che me lo chiedi, te lo confido, c’è una piccola preghiera, brevissima, che io rivolgo a Gesù lungo la notte specialmente: “Gesù, ti aspetto”… Lui disse: “Verrò come un ladro” ed io gli dico: “Gesù, ti aspetto”. E’ questa la preghiera che, da vecchio, dà senso a ogni mio passo, ad ogni respiro.

Se dovessi riassumere la tua vita in tre verbi, quali sceglieresti e perché?

Tra i verbi della mia vita i più frequenti e vissuti sono stati certamente “amare” e “soffrire”; ma, se devo riassumerla tutta in tre verbi, mi piace indicare questi tre: ascoltare, sorridere, gridare.

Ad ascoltare ho cominciato dalla nascita, aprendo i miei orecchi alle parole della mia mamma, del mio papà, dei miei cari… e via via a quelli dei miei insegnanti, dei miei compagni… ho imparato ad ascoltare ascoltando… fino a quando l’ascolto è diventato più difficile, ma stupendo: l’ascolto in chiesa delle parole di Dio, l’ascolto dei poveri, che fin da piccolo ho incontrato… Ho ascoltato una vita intera: e specialmente da docente e da prete ho ascoltato una miriade di gente e di storie umane a volte impensabili. Si, “ascoltare” è uno di quei tre verbi.

Poi c’è “sorridere”… è un verbo che ho appreso nel suo contenuto e ho coniugato con il mio papà Andrea, che ha avuto un profilo di vita ricco di umorismo, di quell’umorismo che ti riporta a vivere con più gioia; e che, a volte, dà senso alla vita. Vivere il sorriso mi ha consentito di entrare a volte, in maniera impensata, nella vita egli altri,.. e di accogliere sempre,con serenità perfino il dolore.

Il terzo verbo, che riassume la mia vita, è “gridare”: l’ho vissuto da piccolo quando avevo bisogno di qualcosa e non c’era nessuno… ma l’ho vissuto soprattutto da grande – non solo contro le ingiustizie (una delle quali vissuta all’interno del nostro giornale, quella di Gaetana Covelli) – ma soprattutto quando, per entrare nel cuore della gente e trafiggerlo con le parole di Gesù, ho dovuto alzare la voce a volte follemente.. Sono felice di aver ascoltato, sorriso e gridato.

Nasci a San Lorenzo e vieni ordinato sacerdote nel settembre 1968: cosa ti è rimasto nel cuore di “quel primo sì” e come è cambiato negli anni?

Di quel sì mi è rimasto nel cuore il mio essere “disteso a terra”. Mentre si cantavano le litanie, zitto zitto mi dicevo: Pippo, sei un piccolo niente! Fai solo quello che Gesù vuole! E lungo il tempo quel “sì” mi rimaneva sempre nel cuore, mentre cambiava ciò che Lui (attraverso i vescovi) mi chiedeva: un impegno dietro l’altro, un impegno diverso dall’altro. Ma, una cosa di quel “sì” è rimasta sempre la stessa: ricordarmi di essere un “piccolo niente”.

Parliamo di Monsignor Ferro…chi era lui per te?

Mons. Ferro per me è stato il Vescovo della mia vita: avevo solo 5 anni e 8 mesi quando da lui, nello stesso giorno, il 27 maggio 1951, ho ricevuto a San Lorenzo il sacramento della Prima Comunione e della Cresima; poi a 10 anni è stato lui ad accogliermi nel Seminario arcivescovile; da lui ho ricevuto la Tonsura; con lui sono diventato Ostiario e Lettore, Esorcista e Accolito… e poi Suddiacono, Diacono e Sacerdote! Da Lui ho imparato ad essere felice di essere povero, perché lui lo era: era il Pastore  e mi sapeva educare. Potrei raccontare un mare di episodi… Episodi di piccole cose attraverso le quali mi conduceva ad essere umile, a saper celebrare, a perdonare…

C’è un luogo in cui hai accompagnato Monsignor Ferro fino a quel sabato santo…il Seminario. Sei stato Rettore per lunghi anni…come ti ha “cambiato” il “Pio XI”?

Al Pio XI da Rettore ho trascorso 13 anni, 9 dei quali con mons. Ferro, gli ultimi 9 anni della sua vita. Lo andavo a trovare tutti i giorni, parlavamo di tutto, pregavamo insieme; quando non ce la fece più a celebrare, la Domenica veniva a Messa nella Cappella grande e mi stava accanto sulla carrozzella mentre celebravo. Mi cercava sempre quando desiderava qualcosa. Una volta era mezzanotte, quando venne a bussare alla mia porta il giovane che lo assisteva di notte – mi alzai dal letto e gli chiesi cosa volesse: Vi vuole l’arcivescovo! mi disse.  Indossai la talare sul pigiama e corsi sotto da lui. “Eccellenza, cosa avete bisogno?” Mi faceva un gesto con la mano toccandosi il mento e non capivo. Volete una medicina? No! mi diceva muovendo la testa. Volete confessarvi? No!… finchè mi venne un lampo: Avete fame? Si” mi disse, chinando il capo! E così seppi che quella sera non aveva mangiato; la suora se n’era andata alle 18 lasciandolo a digiuno… Gli diedi un po’ di latte coi biscotti, poi una piccola preghiera e un bacio sulle sue mani…

Gli anni del Seminario, specialmente quelli trascorsi con lui, mi hanno cambiato, perchè mi hanno fatto capire che si dirige non imponendosi, ma amando e servendo.

34 anni alla direzione de L’Avvenire di Calabria, come raccontarli?

Gli anni trascorsi da direttore del nostro Settimanale, li ho vissuti con passione. Non posso certo raccontarli; del resto nell’archivio ci sono le copie di ogni numero: è sufficiente guardarli per capire cosa ho vissuto. Ma una cosa che non posso dimenticare è il rapporto che avevo con i lettori: non solo perché molti mi scrivevano e quando preparavo un nuovo numero avevo davanti a me i loro volti, anche se sconosciuti; ma anche perché mi sentivo responsabile di quel che avrei offerto loro. Un direttore del giornale diocesano, come tu adesso lo sai e lo vivi, non è solo immerso nella vita pastorale della diocesi, ma è immerso nella vita quotidiana del mondo. E deve saper cogliere ciò che accade, discernere, scegliere e offrire… nel rispetto assoluto della Verità.

Hai incontrato generazioni di giovani in tutte le comunità che hai servito (da Scilla alla Cattolica dei Greci): qual è il consiglio più concreto per distinguere la voce di Dio dal rumore di fondo?  

E’ vero… ho incontrato generazioni di giovani, sia come parroco sia insegnando filosofia nei licei; li ho spesso visti come affamati di qualcosa che non riuscivano a capire. Li ho aiutati nel cammino… qualcuno l’ho salvato dal suicidio, tanti dalla droga… Ma se ancora oggi dovessi dare loro un consiglio, come tu mi chiedi, sarebbe questo: immergersi ogni tanto nel silenzio. Per un giovane di oggi – che vive dentro scenari di rumore – il silenzio è l’unica strada che può fargli percepire la presenza di Dio.

E domani, passato il compleanno, qual è il tratto di strada che desideri ancora percorrere come “viandante” della Parola?

Domani, passato il compleanno, non sento il bisogno di percorrere strade, mi di vivere semplicemente l’esperienza di quella piccola preghiera di cui ti ho parlato: “Gesù, ti aspetto!” – Se poi dovessi incontrare un viandante che non sa magari dove stia andando, so farmi viandante con lui verso un piccolo spiraglio di luce.

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