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Dagli Archivi: Santo Stefano in Aspromonte, la difficile costruzione della Casa della Gioventù negli anni Sessanta tra fondi statali e aiuti diocesani

La costruzione della «Casa della Gioventù» a Santo Stefano in Aspromonte rappresenta un capitolo significativo della storia locale degli anni Sessanta, intrecciando le vicende pastorali della parrocchia con le dinamiche sociali ed economiche del territorio. L’iniziativa, promossa dal parroco don Nicola Ferrante, nacque con l’intento di offrire uno spazio educativo ai giovani e, contestualmente, creare occasioni di lavoro per arginare la disoccupazione. L’articolo ripercorre le tappe di questo difficile iter, segnato dalla cronica carenza di fondi, dal dialogo costante con le istituzioni politiche e dal fondamentale supporto dell’Arcidiocesi guidata da monsignor Giovanni Ferro. Oltre alle sfide edilizie, il racconto tocca eventi drammatici che scossero la comunità, come il duplice omicidio del 1965, e momenti di rinascita spirituale culminati nell’adeguamento liturgico della chiesa parrocchiale secondo le nuove direttive del Concilio Vaticano II.

L’impegno per la costruzione della «Casa della Gioventù»

Il nuovo parroco, D. Nicola Ferrante, rilevando che i lavori avviati per la costruzione della «Casa della Gioventù» erano stati interrotti per carenza di fondi indirizzò, il gennaio 1963, una richiesta di contributo al deputato reggino Giuseppe Reale che trasmise la richiesta all’on. Paolo Emilio Taviani, allora Ministro dell’Interno. Il giorno 31 dello stesso mese, il prefetto di Reggio, Giovanni La Selva, comunicò all’on. Reale che era stato erogato dal Ministero un contributo di L. 100.000 a favore di D. Ferrante «per lavori di sollievo della disoccupazione, di costruzione della Casa della Gioventù». Non bastando questa somma per avviare i lavori, D. Ferrante chiese all’arcivescovo l’autorizzazione ad utilizzare i fondi che erano stati raccolti per la ricostruzione della chiesa del Carmine in quanto la somma accantonata di L. 530.000, avrebbe coperto soltanto l’abbattimento delle vecchie mura. Il successivo 6 marzo venne siglato l’affidamento dell’incarico per l’esecuzione di detti lavori all’impresa Stefano Malara che s’impegnò a «costruire il primo piano dei locali annessi alla chiesa…in conformità al progetto». L’importo previsto per completare l’opera ammontava tuttavia a poco più di L. 3.000.000 e la disponibilità finanziaria era di L. 876.000 avendo ottenuto un contributo dell’Amministrazione Provinciale di L. 400.000,  uno di L. 326.000 «dal cantiere» e L. 50.000 come erogazione personale dell’arcivescovo Giovanni Ferro.

Le difficoltà economiche e l’appello alla stampa

Il parroco, essendosi interrotti i lavori sul finire del mese di aprile, richiese al presule un ulteriore prestito di L. 1.000.000 dall’Arcidiocesi, essendosi la parrocchia ulteriormente indebitata e i parrocchiani non potevano essere di aiuto perché, a suo dire, preoccupati «per la ricostruzione della Chiesa del Carmine» per la quale, peraltro, doveva rimborsare la somma raccolta già anticipata. La preoccupazione del parroco si riferiva ad un dato legato al contesto geografico che, trovandosi in una località di montagna, esigeva lo svolgimento dei lavori nella primavera e nell’estate dovendosi poi per le piogge e il freddo sospendere le attività nell’autunno e nell’inverno e l’unica soluzione per lui possibile era quella di ottenere un ulteriore contributo governativo. Il 28 luglio 1963, il giornale «Il Quotidiano» pubblicava un articolo di D. Ferrante dal titolo «Luoghi di Santità dell’Italia Meridionale. Pericola una chiesa a Santo Stefano in Aspromonte» evidenziando che la chiesa del Carmine era pericolante ed in via di demolizione, ed aggiungendo che «la sua esistenza sembra esaurirsi in un processo logico che la crudeltà del tempo inarrestabile condanna, malgrado il sincero e commovente attaccamento ad essa di gran parte della popolazione attuale, che vede vivente in essa un passato di sofferenze, di glorie, di speranze». Rievocando poi l’esistenza, nel passato, della Congrega, per la quale si era «creato e si mantiene un alone di simpatia sentimentale» invitava i fedeli a «rendersi sensibili alle esigenze nuove».

La tragedia del 1965 e la risposta della comunità

Riguardo i lavori della «Casa della Gioventù», il 23 agosto successivo, l’arcivescovo Giovanni Ferro fece pervenire un ulteriore contributo di L. 1.100.000 in modo da avviare il completamento dell’opera. La ricca corrispondenza tra il parroco e l’arcivescovo, conservata nell’archivio diocesano, consente di rilevare la grande fiducia, qualche volta segnata da qualche richiamo, che il presule aveva con D. Nicola. Nel gennaio 1965, l’assassinio di due giovani del paese, uno dei quali molto attivo nell’Azione Cattolica e certamente vittima collaterale, scosse profondamente il centro aspromontano e il parroco si fece latore della vicinanza dell’arcivescovo alle due famiglie. I ragazzi della parrocchia avviarono iniziative per ricordarne la memoria raccogliendo una somma per restaurare l’antico «Calvario» destinando L. 200.000 per una borsa di studio a lui intitolata. Fu un momento di ripresa dell’azione pastorale in un ambiente difficile che qualche anno prima, in una lettera indirizzata al presule, era stato così indicato: «i ragazzi risentono molto del materialismo in cui guazzano i genitori. L’80% dei bambini dell’Asilo, a ottobre, ha dimenticato ciò che aveva imparato fino a giugno! Dovrei concludere che almeno il 70% delle famiglie non prega!». La riorganizzazione dei gruppi giovanili era diventato l’impegno prioritario del parroco e quel momento difficile della tragedia, divenne il punto di partenza per una partecipazione dei giovani più diretta alla vita della parrocchia. Le presenze turistiche subirono, per i riflessi negativi dell’avvenimento, un calo causa l’annullamento di numerose presenze ed a tutto ciò si aggiunse la notizia che la Colonia Franchetti di Mannoli sarebbe stata venduta dall’Associazione per gli Interessi del Mezzogiorno (A.N.I.M.I.) «al migliore offerente» e non più, come in precedenza promesso, alle suore Alcantarine che la dirigevano da oltre 40 anni. Il parroco, cosciente di «rompere, per un momento, preoccupazioni e studio di V.E. per il Concilio» (in quei mesi l’arcivescovo Giovanni Ferro era impegnato a Roma nelle Sessioni del Concilio Vaticano II), suggerì al presule che intervenisse la Diocesi offrendo «un prezzo vantaggioso».

L’adeguamento liturgico secondo il Concilio

Nel febbraio 1967, in aderenza alle indicazioni del Concilio sulla Riforma liturgica, la parrocchia di S. Stefano fu tra le prime a predisporre il progetto per l’adeguamento dell’area presbiteriale inviandolo alla Commissione per l’Arte Sacra, perfezionato in seguito dallo scultore Pasquale Panetta «con l’aiuto» di mons. Francesco Gangemi. Il nuovo altare realizzato «versus populum» in marmi pregiati era arricchito da sculture in bronzo raffiguranti la «Comunione dei Santi», mentre agli amboni le sculture rappresentavano due momenti significativi della vita di S. Stefano: «il Santo che serve le mense cioè i poveri e S. Stefano che predica e catechizza». Esso era il risultato di una raccolta fondi dei parrocchiani e soprattutto della munificenza del Gr. Uff. Stefano Versace come «dono al Santo protettore del suo paese natale», che a Reggio aveva donato il suolo per la costruzione della chiesa di S. Stefano Martire e, l’anno prima, le grandi tele pittoriche opere di Nunzio Bava a completamento della Cappella del SS. Sacramento della Cattedrale.  Il 29 giugno 1968, a conclusione dell’anno della Fede che celebrava il 19° centenario del martirio dei santi Pietro e Paolo, l’arcivescovo Giovanni Ferro consacrò il nuovo altare, nel quale furono collocate le reliquie dei santi martiri Giovanni Battista e Lucio. (continua)

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