La sua Passione, la nostra Salvezza

L'ingresso di Gesù a GerusalemmeIl commento alla Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
La domenica delle Palme apre la settimana più importante per la fede cristiana, questo giorno viene chiamato domenica di passione perché nella liturgia eucaristica è proclamato il vangelo della passione di Gesù Cristo. Nel cammino verso la Pasqua questa parola dovrebbe aprire in noi uno spazio di accoglienza e di risposta per sperimentare pienamente il mistero dell’azione salvifica di Dio. Che sia per noi una parola “capace” di trafiggere il cuore e dire: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”.

Nel silenzio gravido della piena manifestazione del Figlio di Dio che compie la volontà del Padre, gli evangelisti ci consegnano l’opportunità di permettere a Gesù di prolungare la sua passione nella nostra vita.
Mentre nel vangelo di Giovanni il testimone oculare, con l’aiuto della scrittura, ci invita a volgere lo sguardo a colui che hanno trafitto, i sinottici preferiscono affidare alle parole di un anonimo centurione, il significato stesso della vita e morte di Gesù e la possibilità a lettore di professare la stessa fede. In Marco il centurione avendo visto Gesù spirare in quel modo dice: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”, Matteo associa al centurione “Quelli che con lui facevano la guardia” e riporta, con insignificante differenza formale, la stessa professione di fede, Luca, invece, riporta: «Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: “Veramente quest’uomo era giusto”». Si apre alla nostra comprensione una duplice possibilità, considerare “Il giusto” di Luca come un sinonimo del ”Figlio di Dio” di Marco e Matteo, oppure valutare “Il giusto” come ulteriore informazione a completamento dell’identità di Gesù.
Per fare questo, è necessario capire che cosa intende Luca quando parla di giusto. Certamente è lontano da ciò che intendiamo noi oggi, quando parliamo di giustizia, giudice, giustizialismo ecc. legando questi termini a una legge e a un legislatore umano. In questo caso una persona è giusta quando è conforme, osserva, e applica una determinata legge, non c’è nessun riferimento a Dio e alla relazione che si ha con Lui. Non siamo sulla stessa linea di Noè e Giuseppe, lo sposo di Maria, che sono definiti sì giusti ma legati a una situazione particolare, che anche se gioca sulla legge divina il riferimento è più diretto agli uomini: “Noè era un uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio” (Gn 6,9); “Giuseppe suo sposo, poiché era un uomo giusto e non voleva ripudiarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto” (Mt 1,19). Né tantomeno a quel tipo di giustizia che hanno in mente i farisei e che lo stesso Luca riporta ampiamente nel suo vangelo, al capitolo quindici alle mormorazioni dei farisei e degli scribi risponde con le parabole della misericordia in cui pone l’accento: «Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione» (15,7); e al capitolo diciotto nella parabola del fariseo e del pubblicano: “Io vi dico: che questi, a differenza dell’altro tornò a casa giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato” (18,14).
“Il giusto” che viene riconosciuto dal centurione ha una lunga storia nella Bibbia e tiene conto di due testi in particolare: l’intercessione di Abramo in Genesi 18 e i Canti del Servo sofferente nel libro di Isaia. La ricerca del giusto inizia proprio nel momento in cui Dio comunica al suo servo di distruggere Sòdoma e Gomorra a causa del loro grave peccato, ad Abramo che non ritiene “retto” che sia sterminato il giusto con l’empio, Dio risponde che salverà l’intero luogo se troverà cinquanta giusti. Si apre una contrattazione in cui Abramo, giocando continuamente al ribasso sul numero dei giusti, alla fine torna nella sua abitazione, lasciando il compito a Dio non solo di trovare i giusti, ma anche di definire la giustizia. I Canti del servo sofferente ci aiutano fare un passo in avanti in questa ricerca, il numero dei giusti si è ridotto, ora ce n’é uno solo, il Messia, che ha come missione il diritto e la giustizia: “Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra” (Is 42,4); “Io il Signore, ti ho chiamato per la giustizia” (Is 42,6). Sa che la sua giustizia e in relazione al suo rapporto con Dio e che solo lui può giustificare l’empio con la sua sofferenza: “È vicino chi mi rende giustizia: chi oserà venire a contesa con me?” (Is 50,8); “Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità” (Is 53,11).
Il desiderio di Abramo e la ricerca di Dio trovano il loro compimento in Cristo come ci ricorda Paolo: “Ora a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno è disposto a morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che mentre eravamo peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati dal suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui.”. (Rm 5,7-9). In linea con Paolo, Luca chiede al suo lettore di dare gloria a Dio riconoscendo in Gesù Cristo non una giustizia umana, ma la giustizia di Dio che è fedele alle sue promesse. E Attraverso questa giustizia salva, non solo Sòdoma e Gomorra, ma tutta l’umanità.

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