Famiglia, il dono ed il senso dell'amore

La Sacra Famiglia / RaffaelloRiflessione sulla domenica della Sacra Famiglia
A cura di Don Stefano Ripepi
Da qualche mese si è concluso il Sinodo straordinario sulla Famiglia e qualcuno ha parlato di uno “spazio vuoto” che si è creato tra le due assemblee (quella chiusa da poco e la prossima del 2015), questo “spazio vuoto” è un dono di Dio che la Chiesa non deve sprecare ma riempire, in questo periodo il Popolo di Dio è chiamato a riflettere, condividere e proporre nuove soluzioni, ma questo spazio non sarà tempo vuoto ma “pienezza del tempo” se tutto ciò avrà come riferimento principale la parola di Dio.


Ed ecco che la liturgia nella sua sapienza ci dà una prima opportunità, mentre ancora contempliamo il “Figlio che ci è stato dato” la luce di questa nascita illumina il mistero riservato e condiviso della Famiglia che realizza nell’offerta di questo Figlio la sua identità più bella. La liturgia ci consegna una parola che in una successione logica ci invita alla comprensione di tale identità, in modo indicativo la parola ci chiede di scoprire questa identità partendo da un'altra identità: quella di Dio. “Io sono il tuo scudo” io sono la protezione colui che ti difende, in questa visione e nel legame che essa chiede ad Abramo la Bibbia inizia a delineare il mistero sacro della famiglia.
Dopo aver manifestato la sua identità in relazione a, Dio promette al patriarca una ricompensa molto grande, dalla sua reazione si capisce che questa ricompensa è intesa come la nascita del figlio e la conseguente paternità. Alla promessa di Dio corrisponde, per la prima volta nella Bibbia, il verbo credere, l’atto del credere è strettamente legato alla genitorialità, cioè l’atto del credere è legato alla parola che Dio ha pronunciato e il contenuto di questa parola è la discendenza e la paternità di Abramo. Non solo la promessa ma anche l’adempimento fanno vedere come colui che rende padre Abramo è Dio, Lui visita Sara nel tempo fissato, davanti alla genitorialità di Sara e Abramo sta la fedeltà di Dio.
La lettera agli Ebrei ci fa passare da una fede accennata a una fede esplicitata. Il primo passaggio consiste nel farci vedere che la fede mette in movimento e ha come prima caratteristica l’obbedienza alla parola di Dio, in un secondo momento la fede si dispiega nella ricezione di una possibilità, la maternità di Sara, e che nella ricezione della promessa il dono non è vincolato alla famiglia domestica ma si estende alla famiglia universale, ed infine, non per ultimo ma come apice la fede raggiunge la sua vetta nell’offerta di una promessa realizzata. La sintesi di questi momenti non sta nell’agire dell’uomo e nella progressiva comprensione del cammino umano, ma la possibilità di Dio su cui poggia non solo l’azione umana ma addirittura il suo pensiero.
È nella fede come offerta che si uniscono l’esperienze dei due patriarchi con quella della Santa Famiglia, ed è qui in questa offerta simbolica di due semplice tortore per riscattare il Figlio e nelle successive parole di Simeone e Anna che il Dio rivela il mistero non solo del Figlio ma anche dei genitori, nel momento in cui l’uomo presenta la Vita a Dio, Dio svela la pienezza e il senso della vita stessa come offerta, un’offerta che non è un cammino solitario ma una condivisione salvifica. È nell’offerta di Isacco che scopre che cos’è la paternità, è la capacita di restituire a Dio ciò che Lui ci ha donato, nell’atto di questa offerta si realizza la genitorialità come completamento ed elevamento della sua stessa vita: non più “padre in sommo grado” ma “Padre di una moltitudine di popoli”. È nell’offerta di Gesù che Maria e Giuseppe realizzano la loro genitorialità non solo come genitori di Gesù ma in Cristo genitori dei Fratelli di Gesù, non solo la famiglia di Nazareth ma la Sacra famiglia di Nazareth che Dio ha messo da parte e riservato per sempre come modello guida e protezione per ogni famiglia umana.

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