Chi emargina non conosce Dio

Il commento alla Parola della Domenica
a cura di don Stefano Ripepi

Gesù guarisce un lebbrosoA volte il male ci scandalizza. Vorremmo un mondo senza fame, senza malattia. Ma siamo sicuri che quest’atteggiamento sia sempre purissimo? Raramente è frutto di una reale compassione per gli altri, più spesso è l’espressione del desiderio di sfuggire al pensiero di qualcosa che potrebbe toccare noi.
La paraola di Dio della VI domenica del tempo ordinario ci presenta questa difficoltà, il male è concretizzato nella lebbra, malattia molto grave. Secondo la concezione giudaica, il lebbroso era impuro a causa della sua malattia che, dal punto di vista religioso, lo escludeva dall’accesso a Dio e, quindi dal popolo eletto (Lv 13,45s).


Il compito di gestire il caso di lebbra era affidato al sacerdote che in un primo momento era chiamato a esaminare i sintomi, costatare la malattia e dichiarare l’espulsione, in un secondo ed eventuale tempo doveva riesaminare il malato verificare la guarigione e attraverso un processo di purificazione riammettere il soggetto nella comunità.
Il lebbroso che raggiunge Gesù non porta solo la sua sofferenza ma l’impotenza di tutta l’umanità davanti alla sua malattia e la esprime molto bene attraverso una professione di fede: “Se vuoi, puoi guarirmi” in cui nello stesso tempo riconosce che fino a questo momento nessuno è riuscito a guarirlo e che per Gesù non è una questione di potere ma di volere.
Nella sua invocazione il lebbroso manifesta la fede nell’onnipotenza di Gesù e il dubbio sulla sua volontà, in questo caso il dubbio non corrisponde alla mancanza di fede ma una porta aperta che rispetta la libertà di Dio e che permette di restare in attesa di una conoscenza di una volontà che completa la fede stessa nella sua dimensione dinamica. È una forma diversa del credere! Ed è, forse, questa semplice e intensa richiesta che insieme alla sofferenza muova a compassione Gesù e che gli permette di rivelare che in lui non si manifesta solo l’onnipotenza di Dio ma anche e soprattutto la volontà della compassione, ecco cosa c’è nella mano che Gesù stende e tende, non la paura impotente che per difendersi emargina ma la volontà compassionevole che guarendo accoglie, davanti alla quale la lebbra, causa d’impotenza ed esclusione, scompare.
La parte di pericope che segue è molto complicata e richiede una lettura più profonda. Le due espressioni “Indignandosi con lui lo scaccio”, “Guarda di non dire niente a nessuno” cosa vogliono comunicare? Sembra che Gesù, e il narratore con lui, stia creando una tensione che porti il lettore a soffermarsi su quello che è avvenuto andando al di là del semplice miracolo.
Nel presentarsi al sacerdote l’uomo purificato dice, già, qualcosa, dice che la sua emarginazione non era è non è volontà di Dio, ma decisione umana, poiché nel suo isolamento Dio non l’ha abbandonato, anzi gli si è avvicinato, ha avuto compassione, l’ha toccato e purificandolo l’ha restituito alla comunità.
L’espressione “A testimonianza per loro” ha un riferimento nell’Antico Testamento nel libro del Deuteronomio, nel capitolo 31 a Israele viene comandato di tenere il libro della Torah come prova/testimonianza contro l’infedeltà del popolo di Dio. Nel nostro brano sembra quasi che Gesù vuole farci cogliere che la guarigione del lebbroso deve diventare una specie di denuncia per la società. Non quello che lui dice, ma la sua persona purificata deve diventare il segno che fa riflettere e cambiare la comunità. Quella legge che temeva e marginalizzava il lebbroso era la prova perenne contro la società che non aiutava l’emarginato, né s’interessava a lui, dimostra che il popolo senza compassione né amore per l’uomo non conosceva Dio. Una società che emargina la sofferenza dimostra di non conoscere Dio e in qualche modo, così facendo, nel suo cammino emargina Dio, “tenendolo fuori dell’accampamento”.

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