Ascolto e perseveranza per incontrare Dio

sentieroll commento alla Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
“Quando Mosè alzava le mani, Israele era più forte, quando le lasciava cadere era più forte Amalek”. L’esperienza concreta e visibile è che la forza e la vittoria vengono dal Signore. A livello personale avremmo bisogno sempre di un’immagine come questa, un’immagine fissa che ci segue a ogni istante della nostra vita, per capire che ogni cosa che umanamente non riusciamo a fare, ha la sua origine e la sua forza in Dio.

Tante volte, soprattutto quando le cose vanno molto bene, la tentazione è quella di pensare che tutto quello che abbiamo fatto, sia frutto delle nostre immense capacità. Questo rischio è moto più frequente quando si passa dalla dimensione personale alla dimensione comunitaria e sociale, e soprattutto quando questo criterio viene elevato come principio ideologico attraverso il quale fare crescere l’umanità. Niente è impossibile all’uomo, tutto dipende da esso, e dentro di lui e nelle sue capacità infinite può trovare la soluzione ad ogni problema e costruire la società del benessere e della libertà.
La cosa che stupisce nel racconto del libro dell’Esodo è che Mosè a cui è stata affidata la guida del popolo, non scende in battaglia con i suoi uomini, ma sale sulla cima del colle a pregare. La sua preghiera ha una dimensione comunitaria, non solo perché è a favore del popolo ma anche perché tutto il popolo partecipa, questa dimensione di fiducia comunitaria viene confermata e rafforzata da Aronne e Cur che vengono in soccorso alla stanchezza di Mosè sostenendolo le sue braccia. Quando il popolo sperimenta la forza di Dio attraverso la preghiera di chi lo guida si educa a sostenere la guida e la preghiera della guida. L’esempio di fiducia di coloro che sono preposti come guide della comunità è sempre fondamentale, così come sottolinea Paolo nella lettera a Timoteo quando invita il discepolo a rimanere saldo nella conoscenza della scrittura, e soprattutto di annunziare la parola in ogni occasione opportuna e inopportuna. Poiché dalla conoscenza della Parola possiamo ricevere le istruzioni per la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede in Gesù Cristo.
Di fede e di preghiera e della loro relazione tratta la pericope della XXIX domenica del tempo ordinario del corrente anno liturgico. Sorprende in modo particolare l’interrogativo finale che Gesù lascia ai suoi ascoltatori e che ancora oggi risuona nelle nostre orecchie interpellandoci: “Ma il Figlio dell’Uomo, quando verrà troverà la fede sulla terra?”. Tante volte abbiamo dato spazio a questa domanda senza chiederci cosa intendesse Gesù stesso, e soprattutto di quale fede stia parlando. La frase è posta come conclusione a una parabola che Gesù racconta sulla necessità di pregare, o meglio sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi. La pericope presente, così come tutto il capitolo diciotto, è preceduta dal discorso escatologico sulla venuta del Figlio dell’Uomo, concludendo questo discorso, ai discepoli che gli chiedevano “Dove?”, Gesù risponde: “Dove sarà il cadavere, lì si raduneranno insieme anche gli avvoltoi”, e poi racconta la parabola. Il racconto è costruito su due personaggi: il giudice disonesto e la donna vessata che chiede giustizia contro il suo avversario. Per bocca dello stesso giudice sappiamo qualcosa in più sulle due figure: da una parte la donna che ha un’unica possibilità per ottenere giustizia, la sua insistenza; dall’altra il giudice che in un primo momento non vuole fare giustizia, ma poi si convince, non perché teme Dio, l’unico al di sopra di lui, né perché ha rispetto degli altri, che considera evidentemente meno di lui, ma “perché non venga continuamente a importunarmi”. Quando Gesù fa il passaggio dalla parabola alla realtà ridefinisce il ruolo del giudice applicato a Dio e lascia agli ascoltatori e ai lettori la possibilità e il compito di ridefinire la figura della vedova a livello personale. La figura del giudice viene ridefinita per contrasto, infatti Dio non è come il giudice, disonesto e insensibile ma giusto, cioè in Dio giudice ci sono tutte le caratteristiche della disponibilità per chiedere e ottenere la giustizia, senza aspettare, ma ottenerla prontamente. A questo punto della parabola ci aspetteremmo, per corrispondenza, una ridefinizione della vedova che non c’è, o meglio c’è nella frase finale. Nel momento in cui Gesù deve ridefinire la figura della donna molesta apre uno spazio, e lo lascia aperto per noi oggi, attraverso un’interrogazione che diventa un invito ad assumere un atteggiamento esistenziale e teologico. Se nella frase finale l’atteggiamento richiesto è quello della fede, in corrispondenza nella parabola la donna viene qualificata dal giudice “molesta”. La vedova è “molesta” perché sa che non può farsi giustizia da sola, ha bisogno del giudice, non ha nemmeno gli strumenti per convincere il giudice, poiché costui non teme Dio e non rispetta gli altri uomini, allora si concentra su l’unica cosa che può fare, insistere. L’insistenza, la fede, che Gesù chiede oggi ha come fondamento questo: la coscienza di non potersi fare giustizia da soli, e quindi la necessità di chiederla all’unico da cui la possiamo ottenere con certezza e prontamente. Questa insistenza, espressione esterna della fede, fondata sulla giustizia di Dio ha un duplice indirizzo relazionale, verso Dio e verso il prossimo.

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