Sbarchi: quando le parole sono pietre

ImmigratiRiflessione del magistrato Franco Marra
Lungo la strada dalla quale scrivo queste note, talora mi accade di calpestare o sfiorare cespugli spinosi, inciampare in sassi.
Capita che spesso questi cespugli e sassi siano parole che odo pronunciate da un camminatore qualunque, o da compagni di strada importanti per la loro cultura o per i ruoli istituzionali che svolgono.
Non c’è da meravigliarsi che una parola, una frase non siano soltanto un volatile soffio di voce, ma abbiano anche consistenza materiale, siano persino pietre.


Carlo Levi – proprio lui, l’autore del ben più conosciuto Cristo si è fermato a Eboli – scrisse anche quel bel libro che è intitolato appunto Le parole sono pietre.
Vi dico proprio di un sasso e di un cespuglio nei quali sono inciampato, con un piccolo sentimento di fastidio.
Il sasso d’inciampo.
Un paio di settimane fa, nel pieno dell’emergenza degli sbarchi dei migranti, alcuni governatori di regioni del nord d’Italia e un segretario di partito politico hanno pubblicamente usato parole disumane, minacce, espressioni denigratorie, determinazioni di rifiuto verso esseri umani, che si trovano nella necessità vitale di preferire il certo pericolo della morte lungo i deserti africani o nel Mediterraneo, pur di sfuggire alla fame e alla guerra che distrugge i loro luoghi nativi. Il malo esempio ha trovato imitatori (pochi, per la verità) persino fra piccoli amministratori pubblici della nostra ospitale terra calabra.
Non so se costoro siano credenti, cristiani e praticanti; ma se lo sono, e qualcuno di loro lo ha espressamente detto, come risolvono la palese contraddizione con quel Vangelo di Cristo, in cui dicono di credere? Certo, io non ho il diritto di giudicare le loro coscienze; ma credo di avere il diritto di rilevare questa evidente contraddizione, perché essa mi costringe a giudicarli da uomo nei fatti.
Perché non possiamo dirci Cristiani e poi anche solo guardare con fastidio i tanti occhi di bambini, donne, uomini stremati che giungono a noi dall’abisso degli ultimi della terra.
Il cespuglio spinoso. Recentemente sono rimasto lontano da Reggio per qualche settimana per farmi resettare un ginocchio presso una clinica specializzata.
Mi ha accompagnato l’affetto dei tanti amici e fratelli della comunità parrocchiale nella quale ho vissuto quasi tutta la mia vita.
Di sostegno e conforto il loro incoraggiamento e le loro preghiere perché ritrovassi la buona salute. La vigilia dell’intervento chirurgico è stata una pioggia di messaggi augurali attraverso i social; e qui ho incontrato il cespuglio spinoso: la gran parte degli auguri era espresso in quell’ “in bocca al lupo”, ormai divenuto d’uso comune.
E’ questa un’espressione augurale che proprio non mi è simpatica. A parte la considerazione che la risposta che essa prevede non è il consueto “grazie”, ma “crepi il lupo”, che non è propriamente una risposta in spirito francescano, credo che molti di quelli che la usano sappiano che esiste un’altra risposta, che è anche un complemento di quel tale augurio, che definire volgare è un eufemismo.
E così, nei tempi morti della convalescenza mi sono trovato a chiedermi per quale ragione mai tante persone credenti e praticanti e persino pie siano adusi a una espressione augurale di quel genere, nel contempo che pregano il Padre per la mia salute. Certamente non hanno dato importanza, consistenza di pietra, alle parole del loro indubitabilmente sincero augurio.
E mi sono tornati alla memoria i tempi lontani della mia infanzia e adolescenza. Nel mio bel paese siculo, nonna Rosa, la mia nonna paterna, tutta una vita dedita al lavoro alla famiglia e a Dio, quando la salutavo dopo essere andato quotidianamente a trovarla, nel suo armonioso e antico dialetto – parlava pochissimo l’italiano – immancabilmente mi accompagnava con un augurio di incomparabile amorevolezza e naturale profondità; mi diceva: “u Signuruzzu t’accumpagna”, mi augurava, cioè, che il Buon Dio mi stesse accanto, camminasse accanto ai miei piccoli passi.
E quando, qualche anno dopo, iniziai a frequentare l’oratorio della mia ancora attuale parrocchia, il saluto di chi entrava, ragazzo come me o giovane che fosse, era un inequivocabile “Cristo regni”.
Sono due esempi di parlare comune, quotidiano; di parole dove erano presenti, senza occasione teologica o dottrinaria, il Padre e il Figlio.
Proprio perché spontanee, non pensate, queste parole erano le spie di una religiosità che abitava la vita di ogni giorno, come un elemento naturale alla vita stessa, come l’aria che respiriamo e della quale non ci rendiamo conto se non quando ci manca, appunto come quando qualcuno ti augura il bene di un intervento chirurgico ben riuscito con un laico e anodino, per dire il meno, “in bocca al lupo”.
Mi chiedo se, oggi, siamo ancora riconoscibili come cristiani dal linguaggio che usiamo ogni giorno. Una indagine seriamente condotta sarebbe utile, al riguardo, più di cento prediche.
E’ evangelico l’ammonimento che ognuno di noi sarà conosciuto come amico del Maestro dal proprio comportamento verso gli altri; e il nostro parlare, le nostre parole sono lo strumento principale che ci pone in relazione gli uni con gli altri, il nostro prossimo. In questa prospettiva non possiamo mai dimenticare che le parole che diciamo, anche le più usuali, hanno un loro peso, sono pietre.
Franco Marra

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