Ma l'uomo avverte ancora il bisogno di essere salvato?

Il viandanteIl commento alla Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
Qualche anno fa, ero ancora seminarista, sono stato invitato a tenere un incontro a un gruppo di ragazzi dell’Azione Cattolica. È ancora viva in me l’immagine di un ragazzo che a un certo punto mi interrompe e mi dice: “Tutti parlate di salvezza, ma io non ho nessun bisogno di essere salvato”.
Sul momento mi sono premurato di dare una risposta che, in qualche modo a fine incontro, quantomeno aveva aperto una nuova strada nel mio interlocutore, ma nel corso degli anni ho capito che la sua domanda aveva aperto una nuova strada in me: se una persona non è più capace di percepire la necessità della salvezza, che percezione ha della stessa vita?

In questi giorni, grazie alla Parola della XXI domenica del tempo ordinario di questo anno liturgico, questa domanda e la scena di quell’incontro sono ritornate e istintivamente le ho accostate alla scena del barone di Münchausen che si libera dal fango della palude tirandosi fuori per i capelli. Già da tempo l’uomo ha superato questo abisso di decadenza spirituale, se per anni alcune filosofie e ideologie hanno illuso l’umanità facendole pensare che si potesse salvare da solo, negli ultimi anni questo limite è stato travalicato: l’uomo non è più capace di sperimentarsi come bisognoso di salvezza. Quest’incapacità è causata dalla poca frequenza all’ascolto della parola di Dio, la sola che permette di leggere la nostra vita, questo tesoro sempre capace di dare sempre cose nuove e cose antiche, ci permette di guardare con occhi diversi la nostra storia e ci suggerisce domande nuove per scoprirne la pienezza di significato.
La parola di Dio che presente nei Vangeli ci racconta di Gesù e di tutte quelle persone che ha incontrato passando per le diverse città. Ma oggi racconta il nostro bisogno di sapere da lui della nostra salvezza: «Un tale gli chiese: “Signore sono pochi coloro che sono salvati?”». A chi sente urgente il problema del numero dei salvati, Gesù risponde mettendolo di fronte alla sua responsabilità personale. In un primo momento si potrebbe pensare, ricadendo nel tentativo illusorio del nostro barone, che la salvezza dipende totalmente da noi, ma non è questa la soluzione indicata da Gesù né la strada che ci invita a percorrere. Dicendo “Lottate per entrare per la porta stretta”, Gesù ha posto alla base di ogni tentativo di giustificazione umana la presenza di Dio, roccia eterna su cui appoggiarsi, e la sua azione che attraverso Gesù Cristo ha aperto una breccia nel muro del peccato. La risposta di Gesù continua, e completa il significato: “Poiché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi e non avranno la forza”, questa prima frase è l’inizio di un piccolo discorso che mette subito in chiaro due cose: la salvezza richiede il passaggio di una porta che qualcuno ha aperto e, nello stesso tempo una forza per passare in quella strettoia che l’uomo non possiede. In questo modo Gesù mette al suo interlocutore davanti alla sua azione salvifica. Il Figlio di Dio non è venuto a stabilire o a far conoscere il numero di salvati, ma ad aprire una porta nel muro che separava l’uomo da Dio e a dargli la forza per attraversare quell’apertura: “Io sono la porta delle pecore, … chi entra attraverso di me sarà salvo, entrerà ed uscirà e troverà pascolo” (cfr. Gv 10,7-9). La sua presenza e la sua parola, attraversa città e villaggi annunciando la buona novella, non fa altro che sottolineare l’urgenza della risposta da dare alla chiamata divina.
È una porta che serve per entrare ed uscire in una nuova realtà, in una nuova identità, è una porta che verrà chiusa. Questa chiusura rivela a noi in anticipo non solo la conseguenza di non aver dato la risposta al tempo opportuno, ma soprattutto la forza che viene richiesta per poter attraversare quella porta: l’essere riconosciuti dal padrone di casa, o come dice Matteo dallo sposo (25,1-12).
Una reciproca conoscenza che è determinata da un’origine, “Non so di dove siete” e costituisce un’identità. La risposta di Gesù, infine, mette in guardia contro le pretese di coloro che credono di avere acquistato il diritto al regno, e di quelli che, con i loro giudizi, ne escludono gli altri. La conoscenza di cui parla Gesù richiede certamente una rivelazione divina, ma anche una risposta umana di adesione alle sue parole e alla sua stessa vocazione: “non chi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del padre mio che è nei cieli.” (Mt 7,21-29). È la frase finale che impedisce al padrone di casa di riconoscere coloro che bussano come “suoi”: “Allontanatevi da me voi tutti operatori d’iniquità”, questa specificazione che nel brano può risultare oscura viene chiarita attraverso la pericope di Matteo appena citata sopra, la parte seguente al discorso riportato dal primo evangelista si concentra sull’ascolto e sulla messa in pratica delle parole che Gesù ha pronunciato: “Chi ascolta queste mie parole e le mette in pratica, e simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia”. L’ingiustizia, o l’iniquità nel caso di Matteo, sta nel non mettere in pratica quello che Gesù ha insegnato, poiché il Figlio dell’uomo non è venuto a giudicare il mondo ma a salvare il mondo.

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