Abbandonare se stessi per «prendere il largo»

comitoDagli studi in economia alla famiglia francescana
«Il sacerdote è un uomo che, pur sentendo il peso di tutti i suoi limiti, ha accettato l’avventura di lasciare vivere l’infinito amore nella piccolezza della propria vita». Queste parole del cardinale Comastri fotografano bene il contenuto del percorso vocazionale che il Signore ha fatto e continua a fare con me. Un cammino in cui la grazia di Dio incontra e illumina la mia povertà e debolezza. La scoperta del progetto di Dio sulla mia vita è iniziato tanti anni fa, nel lontano 1996, ad Assisi, dove mi sono reacato con la mia parrocchia per un campo estivo; in quell’occasione, l’esperienza di fede del poverello di Assisi fece esplodere in me una domanda, la stessa che ha spinto il “giovane ricco” a correre incontro a Gesù per chiedere: «Maestro buono che cosa devo fare per avere la vita eterna?».
Parole che esprimevano l’inquietudine che abitava nel mio cuore e il desiderio di vita, di bellezza, di senso che mi portavo dentro. Da lì ho cominciato a leggere la Parola di Dio e a pregarla attraverso la lectio divina, a impegnarmi con passione nel servizio in parrocchia come educatore e animatore della liturgia senza trascurare lo studio e la mia famiglia.
Ho iniziato a guardare anche con occhi diversi i poveri che incontravo lungo le strade di Reggio, a fermarmi a parlare con loro, ascoltare le loro storie e a condividere la mia. In questo periodo ho vissuto anche un’esperienza di fidanzamento e ho concluso gli studi universitari in Economia e Commercio. Naturalmente tutto questo non ha spento il desiderio di pienezza che il Signore aveva acceso.
Altre due parole sono state determinanti nel mio cammino di discernimento. La prima diceva pressappoco così: «un uomo si realizza pienamente solo nel dono totale di sé a Cristo» e l’ho scoperta per caso in una prefazione di un libro di don Oreste Benzi.
La seconda mi è stata offerta dall’evangelista Marco, « Gesù chiamò a sé quelli che volle perché stessero con lui».
Due frasi che mi hanno segnato dentro e mi hanno portato a comprendere che quello stare con Gesù facendosi dono era, forse, la risposta a quello che stavo vivendo.
Non è che il Signore mi chiamava a seguirlo più da vicino? Non è che forse mi stava chiedendo di lasciare tutto per fare della mia vita un dono? Ma come era possibile che chiamasse proprio me? Non è che stavo prendendo un forte abbaglio? E se mi fossi sbagliato? Questi e altri dubbi affollavano il mio cuore.
Volevo essere sicuro, avevo quasi trent’anni e non potevo permettermi il lusso di fallire. Ne andava della mia felicità. Queste domande mi hanno accompagnato fino a quando ho cominciato il percorso di accoglienza presso il convento di Bisignano.
Lì mi è stato chiaro a un certo punto una cosa, fu una specie di intuizione; lì ho compreso chiaramente che non avrei capito nulla, nessuna sicurezza.
Il Signore mi chiedeva di smetterla di preoccuparmi, di pormi tutti questi dubbi e di uscire da me stesso, di prendere il largo dalle mie paure e dai miei timori e di abbandonarmi nelle sue mani, di fidarmi di Lui anche se tutto non mi era chiaro.
A quel punto mi sono arreso.
In questi anni ho scoperto la bellezza e la fatica di avere una fraternità.
Di tutto questo non posso che rendere grazie a Dio perché, come afferma santa Chiara, tra gli altri benefici, che abbiamo ricevuto e ogni giorno riceviamo dal nostro Donatore […], «grande è quello della nostra vocazione».

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