Cana, il primo dei segni

Le nozze di CanaIl commento alla Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
Il tempo liturgico del Natale ci ha lasciato rivelandoci l’identità di Gesù, i magi con i loro doni e loro gesti ne riconoscono la regalità e la divinità, nel Battesimo il Padre attesta la figliolanza divina e ci ricorda che l’unico modo per fare esperienza del suo amore è incontrare “l’Amato” in cui lui si è compiaciuto. La seconda domenica del tempo ordinario accoglie il testimone della manifestazione divina e attraverso il vangelo secondo Giovanni ci conduce a cogliere l’identità divina di Gesù nel suo primo miracolo a Cana di Galilea. Quando parliamo di epifania, non possiamo ridurre tutto a un dato informativo, come se Gesù e la sua identità fossero un freddo dogma da cogliere e registrare, la rivelazione in se stessa contiene un legame stretto con l’agire storico di Gesù e la nostra vita concreta.


Il brano evangelico non sin limita a raccontare un episodio in cui il miracolo operato da Gesù ci aiuta a comprendere qualcosa che umanamente impossibile, la trasformazione dell’acqua in vino, ma attraverso alcune sottolineature simboliche e tensioni testuali ci costringe a comprendere quanto il miracolo stesso e le parole di Maria e Gesù vogliono rivelare. Il brano ha un’introduzione brevissima (vv. 1-2) in cui vengono introdotti il tempo, lo spazio e i personaggi, poi una parte centrale (vv. 3-10) che racconta la complicazione e la risoluzione del problema, in cui il narratore da spazio ad alcuni dialoghi che nascondono equivoci e sottintesi, e la parte finale (vv. 11-12) in cui il racconto viene sciolto con un commento del narratore, ma che, di fatto, ci presenta il risultato delle “diverse trasformazioni”.
La “prima stranezza” a livello narrativo si può cogliere nell’introduzione, sembra, infatti, che l’evangelista chieda al lettore di cogliere l’arrivo a Cana di Gesù e Maria in modo separato, sarebbe stato molto più semplice dire: “Erano presenti Gesù, sua Madre e i suoi discepoli” come volutamente fa alla fine. La tensione testuale più grande si presenta nel momento in cui viene a mancare il vino, per la seconda volta il narratore riferisce di Maria come la “Madre di Gesù”, questa indicazione prepara il dialogo tra madre e figlio, il versetto che fa discutere tanto e che diventa la chiave di lettura di tutto il brano. Quello che crea problemi è la risposta che Gesù dà alla madre: “Cosa [c’è] tra me e te, donna”, se il narratore aveva insistito fino a questo momento indicando Maria come “Madre di Gesù”, Gesù si rivolge a lei con l’appellativo “Donna” e mette una certa distanza relazionale. Solo in apparenza questo può dare fastidio al lettore, infatti, chi conosce il Vangelo di Giovanni sa che in altre due occasioni Gesù usa quest’appellativo, al capitolo quattro riferito alla Samaritana (4,21) e al capitolo diciannove, sotto la croce (19,26), riferito a Maria.
In questi episodi, come nel nostro, sembra che Gesù usi quest’appellativo per invitare l’interlocutore a entrare in una relazione diversa con lui, a operare un cambiamento, chiede un riconoscimento diverso da quelle delle apparenze e attraverso questo una trasformazione esistenziale per entrare nella sequela. Concretamente, attraverso l’appellativo e la durezza della frase “Che c’è tra me e te”, Gesù sta chiedendo a Maria di entrare nella relazione messianica, la invita a diventare discepola. Tutto ciò trova conferma nelle parole di Maria “Fate quello che vi dirà”, che dimostra non solo che la madre ha capito quello che figlio ha detto ma che l’ha accolto e ne è diventata testimone. Essere discepoli significa anzitutto fare quello che Gesù dice, solo così è possibile operare miracoli di trasformazione, non solo di cose, ma soprattutto di persone.
Il miracolo stesso nel suo dinamismo diventa un incontro tra la parola di Gesù e l’ascolto dei suoi interlocutori, diventa possibile perché Gesù parla e i servi lo ascoltano, infatti, Gesù non fa nessun gesto “magico”, ma chiede ai servi di fare le cose più semplici, riempire le giare e attingere. Nell’obbedienza (ascolto) della parola nasce la fede che rende possibile il miracolo. La “bontà del “vino" dipende sì dalla bontà di Gesù che rivela la sua gloria, ma anche da coloro che si aprono a questa gloria trasformante. “I suoi discepoli cedettero in lui”, questo è il risultato di quello che Gesù ha manifestato, ma l’evangelista in modo molto più sottile ci ha fatto capire che il miracolo di trasformazione è iniziato già da prima, nel momento in cui Gesù pone la domanda, che oggi forse rivolge a noi “Che c’è tra me e voi uomini?”. Attraverso questa domanda Gesù apre la strada della sequela che ci aiuta a diventare discepoli e fratelli, perché questa è la famiglia di Gesù come fa notare alla fine il narratore: “Dopo questo fatto, discese a Cafàrnao insieme con sua madre, i suoi fratelli e i suoi discepoli e si fermarono là solo pochi giorni”. Se Gesù e la madre erano arrivati a Cana separatamente, ora vanno via insieme ai discepoli e ai fratelli, il miracolo operato da Gesù non ha salvato solo il matrimonio, ma costituisce una nuova famiglia in cui il legame è costituito dalla parola di Gesù e dalla fede dell’uomo.

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