Gregge e Pastore, una sola famiglia

La domenica del Buon PastoreIl commento alla Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
“Noi siamo il tuo popolo, gregge che egli guida”, è il ritornello del salmo responsoriale che ci fa ripetere la liturgia della parola della IV domenica di Pasqua. Abbiamo bisogno di esprimere la nostra identità, di prenderne coscienza, in modo tale che la visione aiuti il processo della nostra crescita. Costituiti come relazione, nasce continuamente il desiderio di vivere pienamente il nostro divenire e la nostra identità nella manifestazione della natura della nostra relazione.

Questa dinamica che caratterizza le relazioni orizzontali nella continua ricerca di definire, su uno sfondo generale, qualcosa di particolare ed esclusivo, diventa ancora più forte nella relazione verticale con Dio in cui la natura stessa del rapporto richiede continuamente la necessità di espressione per sé e per gli altri.Gesù stesso durante la sua vita terrena ha cercato di preparare i suoi discepoli a vivere pienamente l’esperienza del suo donarsi, definendolo attraverso metafore, similitudini e parabole. È chiaro che alla base di tutte le immagini c’è la relazione parentale, definita di volta in volta dalla paternità, falla figliolanza e dalla fratellanza, ma accanto a questa e tra le altre è presente l’immagine del buon pastore e delle pecore.
L’immagine del pastore e del gregge nella storia di Israele nasce, probabilmente, dalla vita concreta del popolo che nel periodo iniziale era nomade, rimane quando diventa sedentario e viene fissata in modo esemplare per raccontare il rapporto tra Dio e il salmista. L’incipit del salmo 22 definisce sinteticamente tutto: “Il Signore è il mio pastore non manco di nulla”, ciò che diventerà per S. Teresa d’Avila “Solo Dio basta!” viene espresso dal salmista attraverso le “isotopie” del cibo e del cammino. Per l’uomo biblico, infatti, il loro punto d’incontro definisce la vita stessa come possibilità. Egli sa che la vita dipende da colui che conduce, dà il cibo e protegge, che attraverso questo si può sperimentare la sua bontà e la sua fedeltà, tanto che quest’ultime diventano compagne per arrivare ad abitare la casa del Signore. L’agire storico di Dio che definisce l’identità del popolo viene sviluppato della riflessione successiva, il periodo della monarchia e del profetismo serve a prendere coscienza dell’incapacità umana di sostituire Dio in questo ruolo fondamentale, in modo particolare Geremia (23,1-6) ed Ezechiele (34) dopo aver denunciato il fallimento dei pastori che pascono se stessi, annunciano la presenza di Dio stesso come l’unico pastore capace di radunare e moltiplicare il popolo con giustizia, perché il germoglio di Davide porta questo nome: “Signore-nostra-giustizia”. In questa definizione profetica il riferimento è chiaramente Abramo, il pastore che per primo è stato giustificato da Dio (Gen 15,6).
Alcuni autori dei libri del Nuovo Testamento riprendono quest’immagine e la completano in modo diverso, direttamente ne fanno riferimento Luca e Matteo con la parabola della pecora smarrita (Lc 15, Mt 18) e Giovanni con il discorso del buon pastore (Gv 10). Mentre Matteo e Luca con la parabola vogliono sottolineare la volontà di Dio di non perdere nessuno, nemmeno i peccatori, manifestando così la realizzazione della giustizia di Dio, Giovanni sviluppa l’immagine caratterizzando la figura del pastore e quella delle pecore attraverso le parole di Gesù.
La parte del capitolo che ci riporta il brano evangelico della liturgia della parola è quella sintetica e conclusiva della descrizione del rapporto tra il pastore e le pecore. Dopo aver introdotto e sviluppato l’immagine, mentre cammina nel portico di Salomone Gesù, viene provocato dai Giudei che gli chiedono: “Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente”. Il tenore della domanda orienta la risposta di Gesù e la nostra lettura a livello messianico. Gesù, infatti, fa notare di averlo detto e manifestato attraverso le opere, e che non è stato creduto da chi non fa parte del suo gregge e in tre versetti delinea il rapporto di appartenenza tra le pecore e il pastore. Non può, infatti, caratterizzare le pecore se non a proposito del pastore, le pecore sono tali (cioè sue) perché lui continuamente le costituisce.
La prima sentenza si sofferma sulle pecore che ascoltando la sua voce si permettono la conoscenza e la sequela di Gesù. La parte centrale porta una novità rispetto all’Antico Testamento e a Luca e Matteo, il pastore non solo cerca, raduna e moltiplica ma dà la vita eterna. Questo dono particolare è possibile perché come aveva detto prima (v. 11) egli è capace di sacrificare la sua vita per le pecore, e nessuno può strapparle dalla sua mano. Le pecore sono definite e costituite dal pastore, “Essi sono coloro che hanno lavato le loro vesti rendendole candide con il sangue dell’agnello”, e il pastore è tale in forza del suo legame con il Padre, “Io e il Padre siamo una cosa sola”. “l’agnello che sta in mezzo al trono sarà loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi”.

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