Gesù rende libero e beato chi lo segue con fedeltà

beatitudiniIl commento al Vangelo della Domenica a cura di Stefano Ripepi
La pericope delle beatitudini insieme al Padre nostro, alle parabole e alcune similitudini sul regno sono tra i brani che non solo i cristiani praticanti ma i battezzati che hanno fatto un poco di catechesi, ricordano con facilità. La forma della pericope le permette di rimanere impressa e nello stesso tempo la riveste di un certo fascino, ma quando il lettore si pone di fronte al suo contenuto e cerca di metterlo in pratica il brano diventa complesso. Ed è più che mai complesso oggi nella nostra società in cui la ricerca della felicità e l’esperienza della povertà non possono essere avvicinati né tantomeno coesistere, in cui il desiderio di benessere e pienezza di vita fanno a pugni con la proposta di rinuncia e sacrificio. Se a questo sostrato sociale aggiungiamo le difficoltà testuali e contestuali la comprensione del brano diventa veramente difficile. Il brano nella sua bellezza ripete per nove volte il termine “beati”, ma è difficile stabilire se la nona deve essere inserita nel gruppo delle otto precedenti, se da una parte lo schema è abbastanza semplice (proclamazione della beatitudine, per chi, perché), le somiglianze e le differenze hanno la loro ragione d’essere. La prima e l’ottava hanno la stessa parte finale al presente: “perché di essi è il regno dei cieli”; la quarta e l’ultima delle otto propongono la giustizia come atteggiamento da assumere, le beatitudini che vanno dalla seconda alla settima legano la felicità alla ricompensa futura, ed infine la nona rompe con le altre non solo a livello formale, ma anche per il suo contenuto, poiché mette la figura stessa di Gesù come causa della beatitudine. E se ha ragione chi dice che Gesù sia l’uomo delle beatitudini, intendendo con quest’affermazione il senso più ampio che essa può avere, per capirle si deve leggere Gesù e il suo agire, ricordandoci che esse acquistano il loro valore e sono proponibili all’uomo perché il Figlio di Dio le ha vissute pienamente, li dona e ci premette di viverle con lui e in lui.
La pericope evangelica che ci riporta la liturgia della parola della IV domenica del tempo ordinario è tratta dal vangelo di Matteo ed è l’incipit di quello che gli studiosi chiamano “discorso della montagna”, il primo grande ammaestramento di Gesù che sarà seguito da altri quattro insegnamenti, fino a questo momento è stato l’evangelista a parlarci della sua predicazione, insieme a qualche frase di Gesù stesso. Al capitolo quattro, infatti, abbiamo due affermazioni sintetiche: «Cominciò a predicare e a dire: “convertitevi perché il regno di Dio è vicino”» (4,17); «Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno» (4,23). “Il vangelo del Regno” è un’espressione propria del vangelo di Matteo che ricorre anche in 9,35 e 24,14 e indica l’annunzio del vangelo con le sue istruzioni pratiche. Ed è proprio questo che inizia a fare Gesù con il discorso della montagna, inizia a esplicitare le esigenze del regno che ha annunziato. Il brano che ci fa capire la figura di Cristo come uomo delle beatitudini è Isaia 61,1-4, in cui il profeta presenta il Messia che porta i doni di Dio alle stesse categorie di persone di cui in parte sono presenti nelle beatitudini: i poveri e gli afflitti. Colui che è stato inviato, e consacrato, è salito sul monte e ora seduto inizia a parlare chiedendo come prima cosa lo spazio dove porre il regno che si è avvicinato. Le beatitudini, infatti, chiedono all’uomo di farsi trovare mancante per accogliere, non una mancanza imposta o peggio ancora subita, ma una “mancanza cercata”.
Quella mancanza di cui parla il profeta Sofonia quando dice: “Cercate il Signore voi tutti, poveri della terra, che eseguite i suoi ordini; cercate la giustizia e cercate l’umiltà, per trovarvi al riparo nel giorno dell’ira del Signore. Farò restare in mezzo a te Israele, un popolo umile e povero; confiderà nel Signore il resto d’Israele”. La figura di Gesù rappresenta quel Messia che permette l’inizio del nuovo popolo umile e povero che confida Signore. Nel vangelo di Marco Gesù dice: “Il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo”; in Matteo, invece, abbiamo: “Convertitevi, perché il regno di Dio è vicino”, quel “credete al vangelo” che manca il secondo evangelista lo esplicita con le beatitudini, da una parte viene dispiegato il vangelo dall’altra, nello stesso tempo e nello stesso brano, viene indicato l’atto del credere. Fin qui potrebbe sembrare che il percorso delineato segua una sua logica, il problema si pone quando l’uomo di oggi si mette alla ricerca di quelle “mancanze” che costituiscono lo spazio della fede e gli permettono di accogliere il vangelo. In quel momento la logica si ferma e cede il passo al paradosso. La rottura della logica è formalmente e contenutisticamente presente nella nona beatitudine, poiché nel momento in cui il credente viene perseguitato a causa di Gesù, la ricerca della mancanza viene finalmente trovata. È la persona stessa di Gesù che da ricco che era si è fatto povero, perché solo nella sua povertà noi possiamo ricevere la ricchezza della felicità. È nella persona di Gesù che Dio raccoglie il resto d’Israele di cui parla Sofonia. La nona beatitudine viene posta come la sintesi, perché nella persecuzione accolta a causa di Gesù ogni uomo realizza ciò che promettono le precedenti otto poiché solo quest’ultima crea le giuste condizioni (mancanze) per ricevere la felicita che viene dal Regno dei cieli.

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