Amore e morte; la vita ha l'ultima parola

Il commento alla Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
La mentalità della nostra epoca porta a rigettare l’idea della risurrezione e anche quella dell’anima. Molti cristiani si chiedono se la loro vita abbia un senso. Usare il termine «risurrezione» non vuol dire automaticamente avere coscienza di quello che si stia pronunciando, ci si chiede se sia un desiderio, un bisogno, un’idea o una semplice categoria dove poter leggere la vita e la morte.
Quali sono i parametri per cui è possibile pensare e parlare di risurrezione? È possibile non solo pensare ma parlare e comunicare la risurrezione e attraverso la risurrezione?


Sembra che la XXXII domenica del tempo ordinario di questo anno liturgico si sia concentrata su questo tema e ci offre una serie di dati ed interrogativi che ci aiutano ad entrare in questo cammino e a percorrerlo. La possibilità di una continuazione della vita, attraverso altre modalità, o di una nuova vita è presente non solo prima della riflessione di Israele ma anche al di fuori di questo popolo e della sua esperienza religiosa. Il pensiero di questa «continuazione», o di «nuova vita», sembra sia legata all’atto della creazione, e in qualche modo costitutivo dell’essere umano.
Nel popolo eletto si sviluppa e progredisce e, qualche secolo prima della vita terrena di Gesù, periodo di persecuzione e difficolta a livello di identità nazionale, trova una sua espressione nel libro dei Maccabei. In questo contesto e nel rispettivo testo non si sviluppa un’idea ma nasce una speranza e una fede che richiedono di essere vissute. Il brano riportato dalla liturgia della parola ci indica un percorso. Il primo fratello si limita con decisione a dare conto del loro sacrificio, «Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le patrie leggi», ma gli altri chiariscono che il loro sacrificio si poggia sulla speranza della risurrezione. Il secondo afferma che dopo questa vita presente ci sarà una vita nuova ed eterna a cui si può accedere attraverso la risurrezione per opera del re del mondo, il terzo fratello aggiunge che il nuovo stato comporta la risurrezione delle membra, e il quarto, infine, vede nel martirio e nella risurrezione il percorso della sua vita.
Il salmo è concentrato a dimostrare in modo poetico come la ricompensa del giusto sia la visione e il relativo nutrimento della presenza di Dio: «Io per la giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua presenza». Il brano evangelico ci parla della risurrezione attraverso la disputa tra i sadducei e Gesù. Le parole di questo gruppo religioso non sono delle semplici provocazioni che tentano di mettere alla prova Gesù, ma rivelano nello stesso tempo la loro difficoltà ad entrare nella logica che la risurrezione comporta. Per alcuni aspetti le loro parole non definiscono semplicemente il punto di vista di un gruppo religioso al tempo di Gesù, ma potrebbero manifestare il pensiero di tanti uomini del nostro tempo. Dopo la morte dell’uomo non resta che il suo ricordo, questo si può trovare in quello che ha detto e ha fatto, ma in modo particolare si rivela nei suoi figli, se la domanda posta a Gesù: «Questa donna dunque, nella risurrezione dei morti, di chi sarà moglie?», mette in discussione una logica relazionale, dai sadducei ritenuta impossibile, indirettamente sostiene, attraverso l’appoggio della legge, che solo un figlio può garantire «la sopravvivenza del padre».
Dio non è stato chiamato in causa, è lì come spettatore di relazioni che definiscono due mondi, ma non entra e non vuole entrare. Indirettamente ma decisamente la risposta di Gesù lo fa entrare in gioco, quando, infatti, dice: «Quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dei morti», sta affermando che ci sia Qualcuno che stabilisce la dignità e rende degni, e questo qualcuno può essere solo Dio.
La risurrezione comporta un nuovo stato paragonabile alla natura degli angeli, che viene definito dall’immortalità e dalla figliolanza divina, ed è questa figliolanza vissuta finalmente nella pienezza a caratterizzare ogni altra relazione. Il nuovo stato non priva l’uomo delle relazioni ma le rinnova e le indirizza attraverso la figliolanza divina. Gesù ci fa comprendere che la risurrezione non è un’idea o un desiderio umano di prolungare in qualche modo la sua vita e il suo ricordo, ma un’evidente volontà di Dio che è stata in vari modi espressa dalla rivelazione, che trova la sua origine già nell’atto creativo del Padre e che si manifesta e realizza pienamente nella morte e risurrezione di Figlio unigenito. È nello spazio Gesù che tutto viene definito realizzato e donato, in questo luogo il pensiero umano con le sue pretese e le sue logiche ha bisogno necessariamente della luce della fede: «Io sono la risurrezione e la vita, dice il Signore; chi crede in me non morirà in eterna» (Gv 11,25–26). Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui, e come ci ricorda l’apostolo Paolo a lui attraverso Cristo vive in noi (cfr. Gal 2,20).

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