La Casa di Dio è l'uomo vivente

NativitàLa Parola della Domenica, a cura di don Stefano Ripepi
La liturgia della parola della II domenica dopo Natale ci chiede non più, o meglio non solo, di prenderci tempo per analizzare ma per operare una sintesi di tutto quello che è avvenuto in questi giorni. La sapienza della liturgia ci ha condotto nel cammino del Natale attraverso tre indicazioni: “Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fascia e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo”; “Egli è qui … segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori”; “La luce brilla nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta”.


Ciò che è avvenuto rivela un “presenza”, una presenza fonte e rivelatrice, una presenza che non solo rivela il senso ultimo di ogni cosa ma ci invita attraverso questa comprensione a vivere pienamente il senso ultimo della vita: la figliolanza divina.
L’autore del libro della Sapienza ci fa osservare che questo senso può essere osservato nelle realtà naturali e nella storia d’Israele, la lettera agli Efesini aggiunge che il senso del mondo, la volontà di Dio, è svelato pienamente in Gesù Cristo, quella benedizione spirituale nei cieli in Cristo, diventa grazia e verità per mezzo di Gesù, tutto il testo del prologo del IV Vangelo è costruito per definire l’importanza di “questo mezzo”. Il testo afferma che la relazione intima, permanente e dinamica del Logos con Dio è nello stesso tempo relazione con il mondo sulla base della luce e della vita, nell’Unigenito che vive questa relazione con il Padre si ha la piena comunicazione dell’invisibile Dio, in quanto è diventata storica e personalizzata in Gesù Cristo.
È diventata tenda, tenda aperta e spaziosa che Dio ha fissato accanto all’albergo chiuso e pieno di quel “non c’era posto”, è diventata luce permanente e fissa che si pone accanto alle tenebre, è diventata “io sono qui” e rimane non solo per rivelare il volto del Padre, ma anche per svelare i pensieri di molti cuori, segno di contraddizione perché vuole svelare il cuore dell’uomo e farlo uscire dalla sua casa piena e chiusa del suo nascondimento, perché ora quella casa non nasconde più Dio all’uomo ma l’uomo a Dio e l’uomo a se stesso. “Io sono qui” vuole brillare come luce per illuminare la verità di Dio all’uomo, per illuminare la verità dell’uomo a se stesso, brillare perché attende una crepa in quella casa ed entrare attraverso una piccola fessura.
Qualcuno un giorno si è chiesto: “Dove abita Dio?”, oggi attraverso il Logos ci risponde: “io sto in una tenda nell’attesa che qualcuno mi faccia entrare” perché “Dio abita dove lo si lascia entrare”. La presenza dell’Emmanuele rivela il mistero di Dio e nello stesso tempo pone l’umanità davanti a un altro “mistero” quello del rifiuto dell’uomo che ancora oggi non apre la sua porta.
Davanti a questo “mistero la liturgia stessa ci suggerisce di fare diventare preghiera le parole dell’apostolo Paolo: “Il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità tra i santi”.

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