In viaggio con il Maestro

Il Buon Samaritano di Van GoghIl commento alla Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
Nel cammino verso Gerusalemme i discepoli seguono Gesù, non hanno le idee chiare circa l’identità di Gesù, ma hanno la possibilità di vedere tante cose. Certamente l’attenzione è rivolta su quello che ha detto, l’annuncio della passione, ma tutto quello che accade illumina la loro comprensione. In questo viaggio il loro maestro è stato rifiutato da un villaggio di Samaritani, hanno sperimentato la gioia e la forza della missione annunciando il regno di Dio, e ora Gesù di rivolge a loro e dice: “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete”, a cosa si riferisce? In che cosa consiste questa beatitudine? Narrativamente la frase può essere riferita sia a ciò che è già avvenuto sia a quello che deve avvenire, ma la frase stessa esce dal contesto e richiede di essere letta come una massima che è valida sempre, l’unico riferimento che deve mantenere è la persona di Gesù.


Questa felicità è desiderata e ricercata non solo dai suoi discepoli, ma da ogni uomo, infatti il brano successivo inizia proprio da questa esigenza, un dottore della legge si alza per mettere alla prova Gesù e gli chiede: “Maestro che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. La ricerca della felicità viene confermata dalla domanda stessa, poiché questa fa riferimento al libro del Deuteronomio, in 6,1-3 si può leggere: “Questi sono i comandi, le leggi e le norme che il Signore, vostro Dio, ha ordinato di insegnarvi perché le mettiate in pratica. … Ascolta Israele e bada dimetterli in pratica perché tu sia felice”.
La risposta di Gesù potrebbe sembrare ovvia poiché fa riferimento allo stato della persona che pone la domanda, essendo uno studioso della legge dovrebbe sapere cosa c’è scritto, in realtà non lo è, perché Gesù aggiunge: “Come vi leggi?”. Dentro risposta-domanda c’è l’invito a leggere la Torah riscoprendo la sua natura, la sua funzione e il suo limite. Il dottore della legge risponde prontamente ricordando sinteticamente la legge attraverso le citazioni di Dt 6,5 e Lv 19,18, ma senza cogliere il limite della legge e la sua incapacità a leggerlo. È la seconda risposta di Gesù, “Hai risposto bene, fa questo e vivrai”, che lo aiuta ad afferrare non solo il limite della legge ma anche quello della sua logica. Rispondendo: “Chi è il mio prossimo?”, rivela l’incapacità di cogliere sé stesso come destinatario della grazia di Dio a cui è stato mandato Gesù Cristo, l’unico che può giustificare. Attraverso questa domanda concede a Gesù l’opportunità di una rivelazione che manifesta davanti ai suoi occhi.
La parabola che Gesù racconta, attraverso la natura dialogica argomentativa, ha la funzione di riportare il dottore della legge alla sua realtà di “bisognoso”, che prima di ogni possibile azione giustificativa ha bisogno di essere soccorso della misericordia di Dio in Gesù Cristo. Attraverso questo espediente narrativo, infatti, Gesù risponde non solo alla seconda domanda, “Chi è il mio prossimo?”, ma anche alla prima, “Che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. In questo modo Gesù fa capire chiaramente che la risposta alla prima domanda aveva bisogno della risposta alla seconda, infatti la differenza tra “Fa questo e vivrai”, e “Va e anche tu fa similmente” è data da quel “omoiôs” che viene dato da “Buon Samaritano”.
La prima cosa che il dottore della legge deve capire è l’incapacità di giustificarsi da solo, per questo iniziando a raccontare la parabola Gesù lo invita a identificarsi con quell’uomo che scende da Gerusalemme a Gerico, l’incontro con i briganti lo mette in una situazione di assoluta necessità dell’altro, di chiunque altro che scenda per quella strada, e che lui non è nella condizione di scegliere.
Solo in questa condizione sarà capace di leggere dall’altro cosa significa amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la forza e con tutta la mente, perché colui che si fermerà non avrà nessun ritorno a livello umano, in quanto egli nella sua situazione di bisogno non solo non è in grado di scegliersi il soccorritore ma soprattutto non potrà ripagarlo, infatti i briganti gli hanno tolto tutto. Qualcuno che non è lì per caso, ma che si è messo in viaggio perché ama talmente Dio e gli uomini da assumere l’identità di colui che l’ha rifiutato (Cfr. Lc 9,51-55).
Qualcuno che appena lo vede in quello stato “Si fa muovere dalle sue viscere per lui e verso di lui”, il verbo “splanchnizomai”, usato dall’evangelista significa sentirsi e sapersi una sola cosa con l’altro, indica il senso di intima unione del padre e della madre con il proprio figlio, dei fratelli, e degli sposi tra di loro. Poiché si fa vivo quando l’altro ha bisogno.
Nell’atto di avvicinarsi di avere compassione di Gesù Cristo c’è tutto l’amore di Dio per gli uomini, in questi gesti, l’uomo che scende da Gerusalemme a Gerico comprende chi si è avvicinato a lui e perché, comprende qual è la differenza tra “il semplice fare” e “il fare similmente”, capisce che se vuole essere felice deve diventare prossimo dell’altro come Gesù è diventato prossimo a lui, e lo può fare solo se ama Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la forza e con tutta la mente come lo ama Gesù. E sarà felice se sarà capace di avere lo stesso sguardo di Gesù, quello che lo spinge ad avere compassione e di farsi vicino.

Copyright © Arcidiocesi di Reggio Calabria - Bova 2019


Back to top

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, al solo fine di migliorare la navigazione. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Per leggere l'informativa estesa clicca su Leggi l'informativa.