Il percorso della beatitudine

La trasfigurazione del SignoreIl commento alla Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
Quanto è grande il dare di Dio, sempre pronto offrire all’uomo quello che è necessario per raggiungere la felicità: “La notte della liberazione, tu hai dato al tuo popolo, Signore, una colonna di fuoco come guida in un viaggio sconosciuto e come un sole innocuo per il glorioso emigrare”, “Non temere piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto darvi il suo regno”. L’autore del libro della sapienza rievocando l’Esodo, mostra che quella liberazione è anche l’ingresso in uno stato di umanità superiore, che riflette la gloria di Dio. Essa permette la scoperta della vera sapienza. Questa umanità, questa gloria e questa sapienza vengono rivelate pienamente e definitivamente in Gesù Cristo.


È, infatti, in lui il regno che è stato donato al piccolo gregge di cui parla il brano evangelico della XIX domenica di questo anno liturgico. È da questo dono che tutto dipende, dipende la vita cristiana, e dipende anche l’interpretazione della pericope, tutto deve essere letto attraverso questo dono poiché esso togliendo ogni timore ci garantisce la sicurezza. Il suo possesso ci porta la libertà, cioè il dono del regno ci “libera da”. Ci libera da ciò che umanamente sembra necessario e per questo vincolante, ciò che solo alla luce della fede nel regno (la vera liberazione) non lo è più. Il versetto successivo del brano di Luca è sì un comando e un consiglio, ma è soprattutto frutto della liberazione che ci è stata donata attraverso il regno. Una libertà che tocca il cuore, esso per esser felice ha bisogno di stabilità, di una sicurezza che viene dall’eternità. Si capisce, allora, l’incontro dell’agire reciproco, quello divino che dona tesoro inesauribile nei cieli, che non può essere rubato dai ladri né consumato dalla tignola, e quello umano invitato a farsi “borse che non si consumano”. Cosa significa farsi borse che non si consumano capaci di accogliere il tesoro e di custodirlo? In modo semplice e lineare, significa vigilare e servire. Le parti restanti della pericope, infatti, si soffermano su questi due atteggiamenti. In entrambe le parabole raccontate da Gesù i protagonisti sono il padrone “arrivante” e il servo “vigilante”.
Il cuore felice viene descritto dal percorso della beatitudine. Anche in questo caso la beatitudine è il risultato di un incontro, tra la prontezza del servo che vive nell’attesa e l’arrivo del padrone che ritorna, solo lo stato di attesa e l’accoglienza (li troverà così) permettono al padrone di manifestare nello stesso tempo il paradosso umano e la misericordia di Dio: “In verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli”. Il regno di Dio non è una questione di domino, ma di servizio reciproco! Chiaramente la bisaccia che non si consuma, l’uomo che si prepara nel fare riferimento necessariamente a Dio, deve aprire il suo cuore al prossimo, poiché se l’orientamento a Dio è reale richiede l’attenzione al prossimo. Nel caso concreto Gesù indica tre strade: amministrare, affidare e fare la volontà di Dio, sono infatti questi tre atteggiamenti che vengono giocati nella seconda parabola e che definiscono le relazioni nel cuore dell’uomo.
Tutto nasce da una domanda di Pietro che, come noi oggi, si chiede se la parabola che Gesù ha raccontato valga solo per i discepoli o per tutti. La risposta di Gesù non è definita, per questo motivo apre uno spazio d’identificazione che richiede al lettore di guardarsi dentro capendo quanto gli è stato dato, e quanto gli è stato affidato. “Qual è?” non è una domanda a cui deve rispondere Gesù, ma ognuno di noi attraverso lo sguardo che ha gli occhi del dono di Dio. In questa domanda non c’è la chiusura di una definizione “per noi o per tutti” ma l’apertura che comporta una scelta gratuita da parte di Dio e una risposta libera da parte dell’uomo, c’è la possibilità che viene data a ognuno dalla beatitudine.
Una beatitudine che ha le sue radici nell’incarico dato dal Padre all’amministratore e porta i suoi frutti nella saggezza e nella fedeltà dell’incaricato che si fa trovare nel lavoro che gli è stato assegnato. Questa beatitudine crescente trova il suo compimento nel riconoscimento da parte di Dio della fedeltà dell’uomo. Perché questo è il bello della felicità: si realizza solo nel rapporto reciproco e concreto tra l’umano e il divino. In questa relazione c’è una variabile, che l’amministratore non riesce a definire ma ha la possibilità di gestire, è il limite della presenza-assenza del padrone. Se da una parte, infatti, è quest’assenza a determinare il bisogno stesso dell’amministrazione, dall’altra sono il ritorno e la presenza che permettono al padrone di riconoscere il lavoro. La mancata conoscenza della volontà del padrone diventa giustificazione fino a un certo punto: “Quello, invece che, non riconoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche”. Il servo si riconosce tale, cioè come colui al quale il padrone ha dato e ha affidato, solo se prende coscienza del ruolo del padrone, riconosce la relazione amministratore-padrone e di conseguenza si mette in ricerca della volontà di quest’ultimo. Per gestire questa variabile non sono sufficienti le capacità umane legate alla ragione pura, ma serve la virtù teologale della fede. Quella stessa che ha guidato agli amici di Dio, quella fede che prende coscienza del limite umano: “e partì senza sapere dove andava”, “sebbene fuori dall’età”, e per questo è capace di guardare alla potenza di Dio, perché solo a lui appartiene il futuro, perché solo lui lo disegna continuamente per gli uomini, perché solo la fede ti permette di pensare che “Dio è capace di far risorgere i morti”.

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