Vita eterna, la scelta della felicità

Il commento alla Parola della Domenica a cura di don Ripepi
Bontà e felicità potrebbero sembrare due facce della stessa medaglia, meglio pensarle come due mani che si cercano per trovare un’unione perfetta, ma in realtà trovano il loro spazio come sorgente e come cammino nella persona di Gesù Cristo, il solo e l’unico che permette alla ricerca della felicità dell’uomo di trovare la pienezza della realizzazione nella bontà di Dio.


Per questo Gesù è stato mandato dal Padre, per percorrere ogni giorno le strade del mondo e permettere a chi cerca la felicità di trovare la bontà. Una bontà che è donata da Dio non come una bottiglietta di profumo da cui attingere una goccia ogni giorno, ma come una storia che è diventata carne e che ci chiede di diventare come Dio. Felicità, un desiderio che Dio ha messo nel nostro cuore e che ci costringe a uscire da noi stessi per essere felici.Forse di questo desiderio è pieno il tale che si avvicina a Gesù e gettandosi in ginocchi gli chiede: “Maestro buono che cosa devo fare per avere la vita eterna (per essere felice)?”. Il tizio sa benissimo che cosa desidera, ma non sa come fare per ottenerla, per questo lo chiede a Gesù, rivolgendosi a Lui con l’appellativo “Maestro” e qualificandolo con l’aggettivo “buono”. Mettendo insieme questi due termini il tale manifesta il suo pensiero secondo il quale l’indicazione dell’agire è legata strettamente al campo sapienziale. Come negli episodi precedenti, questa domanda dà la possibilità a Gesù di iniziare una catechesi dialogata attraverso la quale, non consegna una massima, ma se stesso.
La domanda del tizio dà la possibilità a Gesù di aprire e disegnare un percorso che parte dal desiderio dell’uomo e arriva alla comunione con Dio attraverso la sequela di Gesù Cristo. Il primo passo di questo cammino è scoprire che la conoscenza della bontà dipende dalla conoscenza di Dio, infatti, solo Dio è bontà. Quello che Gesù corregge non è l’attribuzione a Lui dell’aggettivo buono, ma quest’attribuzione a Lui giacché Maestro, la bontà non è una questione di sapienza umana, ma una determinazione della natura stessa di Dio. Questo dono poteva, secondo la mentalità ebraica, essere accolto e goduto attraverso l’osservanza dei comandamenti (Cfr. salmo 119).
Ecco il secondo passo che Gesù propone al tale. Stranamente nell’elenco mancano i comandamenti che riguardano il rapporto con Dio, non perché Gesù si dimentica di citarli, ma perché l’uomo non li aveva osservati poiché mancante di conoscenza ed esperienza di Dio. Il terzo passo, l’apice della pericope, un gesto è una parola di Gesù indicano l’unica strada per la bontà e la felicità: «Allora Gesù fissatolo, lo amò e gli disse: “Va vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo, poi vieni e seguimi”». Attraverso il gesto Gesù colma la mancanza di esperienza di Dio, attraverso le parole lo invita ad accogliere e far crescere quest’amore. La reazione dell’uomo è descritta in due momenti, il primo caratterizzato dalla tristezza per quelle parole, il secondo caratterizzato dall’afflizione perché aveva molti beni. L’amore di Gesù entra, nonostante i nostri molti beni, ma chiede spazio per crescere e portare bontà e felicità, chiede al nostro cuore e ai nostri passi su ciò che è necessario per essere felici.
Il tema della ricchezza e della felicità (Regno di Dio) continua nell’istruzione di Gesù ai suoi discepoli. Tre momenti richiedono una sottolineatura: l’estrema difficoltà di essere felici; la conoscenza dei discepoli che anche il più povero tra gli uomini ha delle ricchezze; il superamento della difficoltà non attraverso sforzi umani ma “Presso Dio”. Nel versetto ventisette questo termine “Presso” in greco “para” viene ripetuto tre volte, diventa così la soluzione al desiderio iniziale dell’uomo, e di ogni uomo, non solo come fine ma come strumento della felicità. La felicità è raggiungere Dio attraverso Dio

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