Sotto lo stesso giogo d’amore

Il commento al Vangelo della Domenica a cura di don Tonino Sgrò.

Le parole di Gesù, cariche di tenerezza e affidamento al Padre, in realtà portano anche il peso di tanta delusione legata all’incredulità del popolo. La predicazione del Battista che annunciava la sua venuta non è stata accolta da tutti; la chiusura della generazione attuale è paragonata all’atteggiamento dei bambini capricciosi che hanno sempre qualcosa da ridire e non accettano il gioco loro proposto; le città che hanno ricevuto la buona notizia e in cui sono avvenuti molti prodigi non si sono convertite.

Chiunque in questa situazione si sarebbe scoraggiato e sarebbe stato tentato di abbandonare la missione; invece Gesù consegna al Padre il momento che sta vivendo e trova un motivo di lode per noi del tutto inedito: il «Signore del cielo e della terra» si è compiaciuto di rivelarsi ai piccoli. Anzitutto l’attribuzione di un titolo cosmico così solenne a Dio accanto all’appellativo Abbà dice come l’onnipotenza si coniuga con la tenerezza: troppo spesso gli uomini usano la forza anche per portare avanti idee buone, col risultato di macchiare il bene e inasprire gli animi. Cristo, che già negli episodi precedenti aveva richiamato i piccoli, conduce tale immagine al suo pieno sviluppo, attribuendo loro priorità assoluta quali destinatari di «queste cose», ossia dell’intero vangelo. Esso rimane nascosto «ai sapienti e ai dotti» che confidano nella loro saggezza e si fidano più di se stessi che di Dio. Vedere la realtà come la vede il Signore è dono purissimo della «benevolenza del Padre», di cui Gesù è il rivelatore. È bello pensare che Il Padre e il Figlio nel loro intimo dialogo scelgano i semplici che, illuminati dalla fede, sono un passo più avanti nella comprensione ed esperienza del bene. Da cosa deriva tale maggiore prontezza? Matteo al cap. 5 ha presentato le beatitudini, in cui erano poveri, afflitti, miti, perseguitati, tutti ‘piccoli’, a incarnare lo spirito dell’insegnamento nuovo di Cristo; chi si appoggia unicamente a Dio perché non può contare su nessun altro appiglio umano, è più libero interiormente per accogliere la verità. È proprio la libertà la chiave per entrare nella conoscenza dell’amore che intercorre tra il Padre e il Figlio, fonte di ogni relazione umana che voglia definirsi come rapporto di amore. Assistiamo molto spesso alla consumazione di amori malati, corrotti dal morbo della gelosia o dell’incuria, nei quali la libertà di donarsi per la promozione dell’altro è stata annullata dal senso di possesso. Gli «stanchi e oppressi» di cui si parla possono essere pertanto anche coloro che hanno esaurito le energie migliori nel cercare nutrimento per il loro ego e si ritrovano esausti e in solitudine. A costoro e a quanti portano il peso di una vita che è stata avara di soddisfazioni, Gesù promette il suo «ristoro». Spesso oggi l’unico ristoro agognato coincide con il benessere psicofisico; si cerca un appagamento indipendentemente dal contenuto o addirittura privo di contenuto. Osserviamo in questo tempo estivo con quanta contentezza i battezzati attendano la Domenica per sollazzarsi tutto il giorno al mare, ma si dimentichino della Messa festiva! Dovremmo ricordarci, come ci insegnano i martiri di Abitene, come sia meglio morire che rinunciare colpevolmente all’Eucaristia. Pensare una vita nella gioia facendo a meno di Dio è solo un’illusione, per cui dobbiamo concludere che oggi il mondo vive una grande illusione e probabilmente questo spiega perché spesso prevalga il virtuale sul reale.
Il ristoro che Gesù offre è di tutt’altra natura. Esso comporta anzitutto l’assunzione di un «giogo», che in prima battuta fa pensare ad una realtà che ti costringe a qualcosa di faticoso. Invece l’immagine nasconde un significato profondamente diverso: il giogo era il doppio collare che veniva messo ai buoi per arare i campi; entrambi andavano nella stessa direzione e, se uno si stancava, si continuava a camminare perché era l’altro a tirare. Il Maestro sta proponendo di porci sotto il suo giogo e di camminare accanto a Lui, perché quando non ce la faremo sarà Lui a trascinare per entrambi il giogo che Egli ha già portato, ossia la croce. Se ci pensiamo, il termine ‘coniuge’ deriva dal latino cum-iugum e indica lo stare sotto lo stesso giogo; in altre parole, Cristo ci sta offrendo un’immagine sponsale, ci sta proponendo di sposarlo, di legare la nostra vita alla sua e di camminare insieme nella la stessa direzione, la comunione piena col Padre. Dentro questa relazione troveremo ristoro e ogni nostro carico sarà «dolce e leggero» perché informato dal suo amore.

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