Come luce in terra tenebrosa

Il commento al Vangelo della domenica a cura di don Tonino Sgrò.

Gesù sente che Giovanni è stato arrestato e questa notizia suona come un allarme nella sua coscienza. La voce è stata ‘silenziata’, non come oggi accade per le notifiche indesiderate dei contatti sul telefonino, che puoi riattivare in qualsiasi momento, ma l’opposizione umana al piano di Dio ha estinto la voce che annunciava il Verbo. Che fa l’uomo di fede dopo aver appreso una ‘cattiva notizia’? Gesù insegna che esattamente questo è il tempo in cui divulgare con più convinzione la ‘buona notizia’, anzi in maniera definitiva e irreversibile.

Da qui in avanti la Parola incarnata e la Parola proclamata coincideranno perfettamente, il messaggio di Cristo sarà sempre più esplicitato dai suoi gesti e dalle sue parole con una coerenza e forza che noi ‘ci possiamo solo sognare’. Ecco tuttavia l’inganno: quello di pensare che non avremo mai la stessa adesione di Gesù al progetto del Padre, che inevitabilmente il nostro vangelo sarà annacquato e che la nostra testimonianza impallidisce dinanzi al servizio reso al Regno dai grandi santi. In realtà il Maestro opera perché ci convinciamo del contrario. Egli non comincia il suo cammino pubblico dalla religiosa Giudea, ma dalla Galilea, regione impura come la nostra vita, terra di contaminazioni per le dominazioni antiche, perché la Parola non crea un mondo fatato senza conflitti, ma aiuta ad assumerli e a riconoscere la diversità come segno di una alterità che è dono. Certamente il primo conflitto da elaborare è quello dentro noi stessi, tra lo slancio sincero verso il vangelo e i vani ripetuti tentativi di cambiare qualcosa nella nostra vita. Cristo entra dentro questa impurità e vi dona la sua luce, come aveva annunciato il profeta Isaia. Nelle tenebre l’unica speranza è l’attesa della luce, che a Natale si è accesa, e che adesso siamo chiamati a fissare. Contemplare la luce significa allora guardare a Gesù e al suo messaggio di salvezza. È questa la prima conversione: non distoglier lo sguardo da Lui, perché farlo significherebbe cadere nello scoraggiamento e pensare che la bellezza non è per noi, che noi non siamo fatti per lei. Guardando all’uomo Gesù ci renderemo conto che il suo passaggio è come un faro che illumina, mette a nudo i segreti, stana e soprattutto attira, poiché noi siamo naturalmente attratti dalla luce. Cosa può spingere le due coppie di fratelli a lasciare ogni cosa, se non la forza attrattiva di questo viandante che invita a tutt’altro cammino, a tutt’altra pesca? Simone e Andrea sono nella fase iniziale della loro giornata di lavoro, mentre Giacomo e Giovanni alla fine, ma tutti lasciano tutto perché riconoscono Gesù come il Signore del loro istante. Non c’è spazio per gli indugi, e persino la figura del padre Zebedeo, sullo sfondo, che avrebbe potuto protestare contro Colui che stava sovvertendo un consolidato assetto familiare, sembra piegarsi alla nuova logica del Regno. È una logica che non ammette ritardi, che implica l’abbandono di ciò che riempiva buona parte di te, come il lavoro e gli affetti, per fidarsi di uno che entra nella vita creando anzitutto un vuoto. Luce, strappo, vuoto e infine una promessa. Quanto sarà stato difficile credere a una promessa così assurda: «vi farò pescatori di uomini»! Forse che gli uomini si lasciano pescare? Quanta difficoltà oggi nel coinvolgere, soprattutto i giovani, nell’avventura del vangelo! In genere, quando tu proponi di seguire Gesù a qualcuno, la prima reazione è una profonda diffidenza verso Colui che vorrebbe limitare autonomia e libertà, che estinguerebbe l’ardore giovanile in cerca di divertimento e di qualche trasgressione. È difficile rimuovere tale pregiudizio, ma il vangelo, come sempre, indica la via. Seguire Gesù significa camminare insieme a Lui e ai fratelli. Non siamo soli! Da soli possiamo cadere nella tentazione di pensare che tutto è frutto della nostra fervida immaginazione, che ciò che siamo non è sufficiente per rispondere a ciò che sentiamo. Quanto è importante, allora, che sempre dentro una chiamata Dio ci metta accanto un fratello, garanzia di realismo e bellezza. Il cammino di Cristo e dei discepoli ha come epilogo la compassione verso «ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo». Un’accusa ricorrente a tanti percorsi ecclesiali è l’autoreferenzialità e la mancanza di concretezza. La costante compagnia dei poveri e dei sofferenti, invece, è la certificazione di autenticità di un cammino che viene da Dio. Chi non si lascia costantemente scomodare dai bisognosi sta seguendo una gnosi e cerca se stesso, non il Signore della pesca.

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