Don Mimmo Marturano, mezzo secolo al servizio della comunità reggina

Celebrazione eucaristica per rendere grazie per il dono di un uomo che ha saputo mettere da parte se stesso nonostante non siano mancati momenti di forte dolore

Clero e popolo di Dio in festa, venerdì 27 settembre, per il Giubileo d’oro di vita sacerdotale di don Mimmo Marturano, monsignore e canonico del Capitolo metropolitano di Reggio Calabria-Bova. A stento, la pur non piccola cappella maggiore del Seminario arcivescovile di Reggio ha accolto la folla di familiari, amici, ex parrocchiani, collaboratori ed estimatori in vari ambiti ecclesiali e sociali, venuta a partecipare, alle 18,00 in punto, alla solenne concelebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo Giuseppe Fiorini Morosini.

Presenti l’arcivescovo emerito Vittorio Luigi Mondello, il rettore del Seminario e neo-vicario generale mons. Salvatore Santoro e numerosi sacerdoti. Due diaconi permanenti e i seminaristi hanno assicurato il servizio liturgico. Nell’introdurre la liturgia, il vescovo Giuseppe ha come immaginato il cuore di don Mimmo simile a quello della Vergine del Magnificat quando esclama: «Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente!». Nell’omelia, mons. Morosini ricorda il cammino interiore, fatto di entusiasmo e di volontà ma anche di ansie e timori, che ha condotto don Marturano all’accettazione della vocazione, prima, e alla vita sacerdotale, poi. Con una risposta univoca, tratta dal ritornello del Salmo appena letto: «Tu sei con me, Dio della mia gioia». Ma è dal brano del Vangelo secondo San Luca che l’Arcivescovo trae la domanda decisiva alla quale ogni persona, ogni cristiano e, in particolare, ogni uomo chiamato al sacerdozio ministeriale deve rispondere. La stessa fatta da Gesù ai discepoli appartati con lui in un luogo isolato: «Ma voi chi dite che io sia?». E come Pietro, anche don Mimmo ha risposto: «il Cristo!». E come per Gesù, anche per don Mimmo questa adesione significa partecipare alla gloria della Resurrezione non meno che al dolore della Passione. E i momenti di dolore, morale e fisico, non sono mancati nella vita di un sacerdote che – è la testimonianza unanime di chi lo conosce – ha sempre messo il servizio a Dio e alla comunità davanti a se stesso, senza risparmio né particolari riguardi per la propria salute. Mons. Morosini, parlando anche a nome di mons. Mondello che per molto più tempo ha potuto avvalersi della sua collaborazione, ha quindi presentato a don Marturano il grazie della Chiesa diocesana per il suo lungo servizio nel corso di questi cinquant’anni. Con due menzioni in particolare, fatte dal Vescovo quasi scusandosi dell’invadenza, conoscendo la semplicità e la ritrosia del sacerdote originario di Cardeto. La Casa della Carità di Scilla, cresciuta in particolare nei lunghi anni nei quali don Mimmo ha avuto la cura della Parrocchia tirrenica, mantenendone la direzione anche successivamente, definita da padre Giuseppe «pietra preziosa» per la cura amorevole di persone con malattie legate in particolare all’età avanzata. E l’impegno al servizio dei seminaristi, accompagnati con l’ascolto e la parola, ma soprattutto con una testimonianza di vita ancora più eloquente e utile. Nelle preghiere dei fedeli e nei saluti finali, i familiari di don Mimmo hanno voluto ricordarne gli amati genitori, Sebastiano e Angela, il cui ruolo è stato essenziale, a prezzo di sacrifici eccezionali, nel sostegno morale e materiale alla formazione del sacerdote. È giunto anche il saluto di mons.Giancarlo Maria Bregantini, vescovo emerito di Locri-Gerace, oggi al servizio della Chiesa di Campobasso-Bojano. Ha ringraziato l’amico sacerdote per l’esempio che gli ha dato nell’accettare le tribolazioni fisiche e nell’amare la terra di Calabria al di là della retorica ma nella «coscientizzazione» di cosa sia la concretezza della costruzione del Regno di Dio «a piccoli passi». Finché non è giunto il «turno» di don Mimmo per parlare. Grato ai vescovi e a tutti i presenti, s’è detto felice di come tutta la sua vita cristiana si sia svolta nella Chiesa locale, sottolineando l’enorme ricchezza rappresentata da un presbiterio che vive come una famiglia e quindi genera conforto, sicurezza, tranquillità. Ha poi riletto la sua storia riconoscendo in ogni passaggio come la volontà di Dio si esplichi nel mondo attraverso le azioni dei suoi figli. La prima volta che ha esternato la sua vocazione al sacerdozio è stata nel classico tema di quinta elementare «Che vuoi fare da grande?». La risposta non ha lasciato indifferente la maestra, che da quel momento ha formato con i genitori un’unica grande forza a sostegno della vocazione e della formazione al sacerdozio di don Mimmo. Un percorso irto di sacrifici per una famiglia tutt’altro che abbiente della Cardeto degli anni ’50/’60. Simbolicamente concluso quando, nel sobrio ricevimento seguente all’ordinazione, il 27 settembre 1969, la stessa maestra leggerà quel vecchio tema di un bambino di quinta elementare, gelosamente custodito per tutti quegli anni. Ma, conclude don Mimmo, la vera formazione di un sacerdote non finisce ma comincia con l’ordinazione e ha quindi ricordato tutte le comunità assieme alle quali è cresciuto in questo mezzo secolo: Santa Lucia, come viceparroco, per tre anni; la sua Cardeto, in solido col compianto don Mimmo Giacobbe, per nove anni; rettore del Seminario minore; arciprete di Scilla per diciannove anni per poi passare, con vari incarichi, al servizio diretto dell’Arcivescovo e della comunità diocesana.

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