Adolescenti, quando si rifiuta il sacrificio

I giovani di Reggio Calabria durante una festa in riva al mareNon è un male privarsi di qualcosa, importante è essere in grado di farlo con discernimento e spirito costruttivo La confusione di oggi fra essenziale e superfluo non aiuta a scegliere
«I giovani di oggi hanno perso il senso del sacrificio». L’affermazione ricorre e, in effetti, trova difficilmente smentita. Nello scenario attuale la parola “sacrificio” appare obsoleta, di valenza esclusivamente religiosa.
Soprattutto si mostra troppo strettamente legata alla sensazione (ferocemente bandita da questa società) della frustrazione.
Eppure essa ha una origine antica e anche condivisa da molteplici civiltà. La parola sacrificio vuol dire letteralmente “sacrum facere”, rendere sacro qualcosa o qualcuno, offrendolo alla divinità.

È una pratica che mette in comunicazione la vita e la morte e chiede l’intervento della divinità.
Ma, non solo, è anche un momento di scelta personale e di rinuncia, soprattutto nella sua traslazione moderna. Sacrificare significa liberarsi del superfluo in nome dell’essenziale. Sacrificare vuol dire «scegliere».
Il problema è quando manca l’essenziale, o non si è in grado di reperirlo. Crediamo che il nodo sia questo: la confusione che esiste oggi fra l’essenziale e il superfluo.
Molti giovani, ad esempio, sono abbagliati dal mito del denaro e del benessere economico, come se i soldi fossero la panacea di tutti i mali. Questa visione compromette anche le scelte, che diventano esclusivamente utilitaristiche e finiscono col “sacrificare” proprio l’essenziale, la spiritualità di chi le compie. Viene da pensare che, in questa società, il sacrificio più grande sia stato fatto a monte: abbiamo rinunciato a noi stessi, soprattutto abbiamo privato noi e i nostri figli dell’orizzonte futuro.
È riduttivo e deresponsabilizzante per noi adulti sostenere che i giovani di oggi perseguano la via comoda, scambiando lucciole per lanterne. In realtà non fanno nulla di diverso da quello che noi stessi gli abbiamo insegnato, con il nostro eccessivo senso di protezione e la fobica avversione alle frustrazioni e ai fallimenti.
Sacrificarsi vuol dire anche investire energie e tempo, col rischio di perdere sonoramente. I giovani vanno educati al senso del sacrificio, a quello della responsabilità e anche alla sconfitta. Se il bambino non viene abituato a fare, e ad accettare, qualche sacrificio, non diverrà mai adulto; se il ragazzo non impara a saper rinunciare a qualcosa non saprà mai dominare se stesso.
«Non s’immagina quale sforzo richieda la scelta tra il bene e il male od anche tra il bene e il mediocre, tra i minori di dieci anni», affermava la pedagoga Vérine nel volume I dieci comandamenti dei genitori (1962).
«Ogni dramma delle vite umane ed ogni loro grandezza comincia dalla scelta». È importante per i giovani, quindi, «scoprire l’obbedienza interiore e attiva, quella bellezza, calma e semplice, quella dipendenza libera, amante, viva, che riempie l’anima di gioia. Il fanciullo deve conoscere presto l’esistenza del sacrificio, perché spesso lo incontrerà nel corso della vita. Voler evitare ai fanciulli ogni pena sia pure lieve, è un’assurdità, è un prepararli alle delusioni più crudeli». La vita inizia proprio come rinuncia e sacrificio, dal momento in cui si è messi al mondo. Non è un male rinunciare, importante è essere in grado di farlo con discernimento e spirito costruttivo. Il sacrificio ha senso se orientato al giusto, ma soprattutto se alimentato dalla volontà di superare noi stessi e la realtà in nome di un ideale.

Silvia Rossetti

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